Tra demografia e democrazia

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Ma non è che nel quadrante della geopolitica internazionale le demografie contano più delle democrazie?

Per rispondere a questa domanda mettiamo a disposizione considerazioni che limitano l’impatto e la valutazione di queste ultime. Uno studio della Carnegie University statunitense ha censito che nel mondo il numero delle dittature sopravanza quello delle democrazie: vittoria di misura 102 contro 97. Analisi parziale perché le nazioni del mondo sono di più ma base per una discussione. Ovviamente si potrebbe discutere a lungo su cosa sono le democrazie e cosa sono le dittature. Emanuel Todd, eminente saggista, definisce la Russia una democrazia autoritaria. In fin dei conti ci sono le elezioni, non si sa quanto libere, che puntualmente riconfermano Putin. Ed è democratica la Turchia che è capace di dissentire con una chiamata in piazza di due milioni di persone per il proditorio e strumentale arresto del sindaco di Istanbul? È democratico Israele dove Netanyahu sopravvive politicamente al genocidio e a un’infinità di scandali di regime? Infine, grattando il fondo del barile, è completamente democratica l’Italia in cui la partecipazione dei votanti alle elezioni ordinarie (per non dire dei referendum) si avvicina pericolosamente al 40% e il più grande partito virtuale è composto da quelli che non si avvicinano al seggio?

Detto dei grandi limiti nel pesare l’autentico valore della democrazia, un concetto ampiamente trasformato rispetto ai primordi greci, dove quella di Atene era profondamente diversa da quella di Sparta, passiamo a giudicare la consistenza della demografia. Anzitutto essa misura il grado di decadenza di una nazione. Se il numero degli abitanti decresce, politicamente il Paese considerato non può avere sviluppo. È partendo da questa constatazione che dovrebbe essere giudicata puerile la possibilità che la Russia voglia invadere i Paesi baltici, la Polonia e la Moldova. I 140 milioni di abitanti delle sue statistiche sono in constante diminuzione con buona pace di un improvvisato politologo come Beppe Severgnini che, con incredibile sprezzo del ridicolo, teme per l’invasione del Portogallo.

Così è per l’Italia, in vistoso calo demografico e, per fortuna senza mire espansionistiche. La disponibilità attuale di 1,18 figli per famiglia e la fuga di cervelli all’estero (con perdita di capitale umano e di risorse tra i 70 e i 120 miliardi, pari al costo dell’investimento sugli studi) renderebbero plausibile una pianificazione di nuovi ingressi (comunitari ed extracomunitari) per favorire un riequilibrio razionale e occupare sacche di occupazione non coperte. Un riequilibrio imposto dal macigno di 700.000 laureati italiani che lavorano all’estero oltre alle migliaia di pensionati che, per ragioni fiscali, hanno lasciato il Paese, sfuggendo alla morsa del 45% di tassazione (in percentuale più di quanto paga Musk). Dovrebbe essere questa la direzione per una politica lungimirante. Dunque, non di questo Governo.

La demografia premia, invece, i risultati dei paesi dei Brics i cui apporti, sommati, cumulano il 42% del Pil mondiale. Al vertice c’è, indiscutibilmente, la Cina, che non ha problemi demografici dopo aver superato parzialmente il problema del contenimento. La Cina ha da tempo messo la freccia del sorpasso rispetto agli Stati Uniti sul versante economico (contributo al Pil mondiale del 19,3% contro il 14,8%) e, per brevetti e creatività (vedi anche Deepsake, molto meno inquinante del prototipo di marca statunitense), li ha largamente staccati.

Anche in questo caso l’Italia percorre, sul piano delle alleanze, la strada sbagliata, abrogando il progetto della “via della seta” e rimanendo supinamente legata al filo atlantismo e al progetto di riarmo europeo. E, sul piano demografico, il nostro eurocentrismo ci fa dimenticare il popoloso bacino dell’Indonesia, la smisurata popolazione dell’India. Per non parlare della Turchia che – pur sospesa tra Europa e Asia e condizionata dalla Nato, da Erdogan e dalle proprie infinite contraddizioni – si è fatta abbondantemente ripagare per ospitare 15 milioni di immigrati e che, se aggiunge il contributo, anche economico, dei tre milioni di turchi che vivono in Germania e dei due milioni di stanza negli Usa, raggiunge il numero tondo di 100 milioni di connazionali: un universo, un po’ europeo e tanto musulmano, con cui fare i conti.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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