“FolleMente”

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Macina incassi e spettatori la nuova commedia di Paolo Genovese “FolleMente”. Attirati forse da un cast all stars (per quanto possano essere star le nostre autarchiche stelle), chiamato a interpretare le diverse parti della personalità di un lui e una lei al primo appuntamento. Le “voci di dentro” di Lara (Pilar Fogliati) e Piero (Edoardo Leo) sono infatti Claudia Pandolfi, Maria Chiara Giannetta, Emanuela Fanelli, Vittoria Puccini, Claudio Santamaria, Marco Giallini, Rocco Papaleo e Maurizio Lastrico. O forse il richiamo del film è dato da quest’idea surreale che però è un mero pretesto, perché non sfocia in un’indagine psicologica, ma cerca invece continuamente occasioni di battute tra personalità contrastanti, come la razionale e la passionale o il romantico e il disincantato. Il gioco delle parti è così puerile e fine a sè stesso che sembra di assistere al quadruplicarsi di una tipica coppia comica costruita sui contrasti, alla Stanlio e Ollio.

Bisogna dire però che il mestiere e spesso gli stessi precedenti degli attori riescono a salvare la situazione. La Giulietta (la parte romantica) interpretata da Vittoria Puccini, oltre all’aspetto etereo dell’attrice, ha il valore aggiunto dell’aura da eroina romantica conquistata a suo tempo nella serie di Elisa di Rivombrosa; ugualmente il Professore (la parte fredda e razionale) di Marco Giallini ha un po’ del sofferto cinismo di Rocco Schiavone, il vicequestore dei romanzi di Antonio Manzini che l’attore impersona ormai da anni.

La felice scelta del cast, quindi, sembra essere stata guidata dal desiderio di assecondare l’immaginario dei telespettatori per trasformarli in cinespettatori. Il cast è abbastanza ricco e variegato da accontentare molte fette di pubblico, con la stessa modalità di accumulazione adottata un tempo nei buoni vecchi cinepanettoni: il comico romano e quello milanese, il fenomeno del momento e quello da tempo sulla cresta dell’onda e così via. Se quindi il gioco regge nei battibecchi delle diverse personalità, crolla però miseramente nei dialoghi tra i due protagonisti del primo appuntamento, di una piattezza e noia infinite. Qui non si possono ripetere le gag da duo comico e bisognerebbe invece lavorare di fino nella scrittura, cosa che non si è fatta o non è riuscita.

Infastidisce poi un aggiornamento solo di superficie dell’immagine femminile. Genovese ha dichiarato: «La donna oggi rivendica di più, ed è sacrosanto. Il suo ruolo ha avuto giustamente una grande evoluzione, si è affermata, ha conquistato posizioni, fa valere i propri diritti. Quindi anche nel mio film la donna è molto più agente». Sarà molto più agente (perché invita l’uomo a cena a casa sua? Perché la sua voce razionale cita Carla Lonzi?), ma Genovese ha chiamato a interpretare i quasi coetanei protagonisti (nel pressbook sono indicati come trentacinquenne Lara e quarantenne Piero) la trentaduenne Fogliati e il cinquantaduenne Leo, quindi con venti anni suonati di differenza. Come nella Hollywood degli anni ’50, dove ad esempio Grace Kelly (classe 1929) faceva coppia con James Stewart (1908) o Cary Grant (1904), pensa un po’ che modernità!

Allo stesso modo resta solo dichiarato un certo profilo intellettuale e di impegno: Piero insegna storia e filosofia – ma è una pura etichetta, perché dal dialogo non traspare nulla di questo – e ha una cicatrice, ricordo di una manifestazione, che mostra a Lara. Al che la ragazza afferma di avere anche lei un segno politico addosso e gli mostra un tatuaggio con un martello, dicendo che aveva una falce e martello fatta in onore di suo padre, che era un comunista duro e puro, ma che poi ha deciso di togliere la falce. Dovrebbe far ridere? Dovrebbe far riflettere sul crollo degli ideali? Boh. Comunque, tanto per ribadire, la ragazza ha anche una maglietta di Che Guevara.

Un ultimo appunto. Il film si svolge in tre soli set: l’appartamento di Lara e due stanze che ospitano le varie personalità, definite sempre nel pressbook come «un luogo che rappresenta metaforicamente l’interno del nostro cervello, una stanza piena di oggetti, giocattoli, schedari, ricordi, fotografie e tutto quello che si accumula dentro la nostra testa durante una vita intera». Il povero scenografo Massimiliano Sturriale si è dato molto da fare per arredare le due stanze-cervello (che sarebbero un archivio per l’uomo e un laboratorio per la donna) e ci piacerebbe quindi, durante il film, poterle vedere bene, ma il regista tira costantemente via e non si sofferma mai sugli elementi dell’arredo, che risultano quindi totalmente sprecati, lasciandoci solo un’impressione di grande confusione.

E che dire del finale? Il film che dovrebbe addirittura raccontare come il rapporto di coppia si stia ridisegnando in questo momento storico – secondo quanto dichiarato dal regista – si chiude con la sempreverde formula della felicità “due cuori e una capanna”, anzi due cuori e una padella (di pasta ajo ojo).

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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