L’acquisto di una lavatrice fa capire della nostra società ben più che la lettura del miglior saggio di economia o antropologia.
Esigenza: la vecchia lavatrice, che ha già i suoi anni, comincia a dar problemi. Decisione: comprarne una nuova. Azione: girare vari negozi, grandi catene e negozietti, per valutare l’offerta e acquistare. Breve reportage dell’esperienza: i commessi mettono le mani avanti dicendo che il tempo medio di vita di una lavatrice è intorno ai 6-7 anni, specificando che spesso il guasto letale è dovuto all’elettronica più che alla rottura del motore meccanico; molte marche fanno parte di gruppi, così da depistare chi voglia sapere dove vengano prodotte; la scelta è ampia, dal modello basico fino a mastodonti da 2.000 euro con raffinati software di AI che analizzano la forma del vestito nel cestello e ottimizzano il dosaggio del detersivo o il flusso d’aria calda per asciugarlo; si sconsigliano brand troppo economici, si suggeriscono prezzi di almeno 500 euro, con o senza estensione della garanzia da 2 a 4 anni (perché tanto, per quanto in garanzia, i 50-100 euro di chiamata del tecnico bisogna comunque pagarli, anche se non deve cambiar alcun pezzo). Sintesi: le macchine hanno ormai tanta elettronica, la quale raccoglie dati e aggiunge funzioni di cui nessuno ha davvero bisogno rendendo la macchina fragile; e quando si guasta è meglio comprarne una nuova anziché cercare di riparare il guasto: «si scordi le lavatrici d’un tempo che duravano vent’anni», è il monito ricorrente dei venditori.
Se ne esce quantomeno perplessi. Siamo nel 2025, si pianifica lo sbarco su Marte, si parla compulsivamente d’Intelligenza Artificiale, ficcandola ovunque, per far aderire la realtà all’immaginario mitico della fantascienza, e sorprende sia così complicato trovare una lavatrice affidabile e duratura; neppure i modelli superiori ‒ “di fascia alta” ‒ lo garantiscono; anzi: più i modelli sono elaborati, più sono fragili. Tutti lo sanno, tutti lo dicono.
Un elettrodomestico così comune, presente ormai in ogni casa, ci si aspettava che tecnologia e mercato fossero in grado di offrirlo senza problemi. “Fare il bucato” si direbbe un’attività abbastanza antica. E sicuramente la tecnologia è in grado d’affrontarla con onore, ma non il mercato, che la tecnologia distorce e piega nei suoi ingranaggi. Che poi: tecnologia. Qui stiamo parlando di ‘tecnica’, nel senso originario, dal momento che il principio, stringi stringi, è quello di un tamburo che gira e una pompa che spinge acqua dentro, miscelandola col detersivo. È un ciclo che si può perfezionare in vari modi, ma il meccanismo è ben sintetizzato da certi modelli a pedali costruiti da Ong in paesi dove l’energia elettrica non c’è o è inaffidabile (https://www.mater-bio.it/lavatrice-a-pedali, o in generale le macchine della Ong “Maya pedal” attiva in Sudamerica, per capire le opportunità della propulsione umana applicata alle macchine d’uso corrente ‒ http://www.mayapedal.org/index). Non si vuole proporre di reintrodurre su larga scala questi modelli a pedali (anche se, con un po’ di marketing deciso a creare coinvolgimento, non sarebbe neppure impossibile), ma quello di riflettere sull’essenza dei gesti e sugli artefatti tecnici con cui ci misuriamo quotidianamente. Ci impegniamo a spegnere la lampadina della stanza, o a chiudere l’acqua mentre ci laviamo i denti, per non abusarne, e poi d’improvviso ci si trova di fronte a questi colossali sprechi dell’intero sistema, da rimanerne increduli, totalmente allibiti. Si ha l’epifania improvvisa d’un sistema che spinge alla produzione di rifiuti, alla sostituzione senz’alternativa, all’obsolescenza programmata come fonte di ricchezza, tale da far più conveniente ottimizzare i guasti piuttosto che eliminarli verso un affidabile funzionamento.
E peggio ancora le lavastoviglie, che sono ancor più aumentate di prezzo rispetto alla lavatrici, le quali, essendo considerati “beni essenziali”, mi dicono, hanno l’obbligo di rispettare certi limiti, che lavastoviglie e asciugatrici non hanno essendo considerati “beni accessori”. I commessi spiegano che certi modelli vantano prelibatezze ingegneristiche nei giunti o nelle cerniere, negl’ipnotici gradi di libertà nel moto dei cestelli, capaci d’incredibili contorsionismi per agevolare ogni vezzo ergonomico dell’utente. Il succo però è: l’acqua esce in pressione da ugelli inclinati causando il movimento delle pale e dunque l’acqua sulle stoviglie. Funzionano come le girandole che irrigano i giardini.
Insomma, qualcosa è andato storto fra il neolitico e l’intelligenza artificiale. Sembra ormai che più il prodotto è necessario a tanti, più da questi tanti si cerchi di spillar soldi, anziché limitarsi a soddisfarne le esigenze (il costo di un funerale rafforza la validità della teoria). Basta pensare alle automobili, che oggi hanno prezzi elevatissimi con altrettanto elevate assicurazioni obbligatorie, oltre a revisioni e tagliandi da 500 euro in cui ci si sente chiedere tre euro per rabboccare il liquido del parabrezza; o pensare agli smartphone, che durano pochi anni, che basta un intoppo o la crepatura dello schermo, o l’esaurirsi della batteria, per renderne più conveniente la sostituzione, come suggerisce a ritornello ogni addetto alla riparazione; o basta pensare alle stampanti a basso costo e poi costi esorbitanti per le cartucce, sempre meno compatibili, oppure agli spazzolini elettrici con testine sostituibili quotate al prezzo/grammo dell’oro. Non è la vendita dell’oggetto il business, quanto generare il pretesto per ulteriori esborsi nel tempo, di cui, per legge o per raggiro, è impossibile fare a meno (si rischia di offendere il venditore acquistando l’auto senza finanziamento/leasing/noleggio).
Riflettere sulla lavatrice allora suggerisce riflessioni generali su com’è organizzata la nostra evoluta società. Quanti oggetti, quanti comportamenti potrebbero essere in maniera diversa… Perciò sono nate le tante associazioni “slow”, che cercano di allestire modi di vita alternativa, in vari ambiti. La più conosciuta è Slowfood, che cura il rapporto col cibo: la qualità, la produzione, la distribuzione e l’educazione alimentare, per migliorare il modo in cui ci nutriamo, per evitare danni alla salute e squilibri nella filiera produttiva. C’è Slow Medicine, una rete di professionisti sanitari, associazioni di professionisti, associazioni di pazienti e di familiari, cittadini, con lo scopo d’incoraggiare una medicina sobria, moderata, essenziale, limitando ogni tipo di spreco. C’è Slowear, che disegna capi d’abbigliamento curati e d’alta qualità, oltre gli standard commerciali, e soprattutto durevoli, che contengano l’usa-e-getta e promuovano la condivisione. C’è Sloweb, per un uso più giusto e sostenibile del digitale, sia nel software che nell’hardware, analizzando e lottando per compensare squilibri economici, dipendenze sociali, consumi energetici fuori controllo e tonnellate di rifiuti.
Tutti gli ambiti sono legati fra loro, perché intrecciano esigenze e gesti nella quotidianità di ciascuno, che includono il modo di mangiare, spostarci, abitare etc. Le associazioni, oltre alla critica, incentivano progetti concreti non incentrati sul mero consumo, alla maniera di decenni fa, ma piuttosto sull’esplorazione individuale e sociale delle occasioni che offrono le competenze attuali. E ciò non solo per la produzione in senso stesso, ma per una più ampia organizzazione collettiva, che, ad esempio, potrebbe condurre a lavatrici e automobili condivise (visto che entrambi i prodotti restano inutilizzati per la maggior parte del loro tempo di vita), oppure alla condivisione di medicine generiche, arginando l’epidemia di scadenze che affligge il popolo dei blister, verso una medicina diffusa sul territorio, o una diffusa assistenza con babysitter o badanti, o verso un’educazione scolastica diffusa, con bambini/ragazzi non chiusi in aula ma che imparano esplorando il mondo in cui vivono, guidati per strade, negozi, musei, giardini, incontrando persone che trasmetteranno loro conoscenze ed esperienze (i libri di Paolo Mottana sono ricchissimi di spunti: https://www.terranuovalibri.it/libro/dettaglio/campagnoli-giuseppe-paolo-mottana/educazione-diffusa-9788866815556-236463.html). Sono soltanto alcuni dei tanti esempi. Invece continuiamo a sviluppare nuovi prodotti e nuovi servizi per drogare incessantemente le statistiche in prima visione. Puntelliamo rovine, copriamo ruderi con impalcature luccicanti di réclame. Così sopravviviamo.
C’è da riprogettare tutto. Se le società non si riprogetteranno saranno loro malgrado riprogettate da forze esterne, che si sviluppano fuori dal controllo umano. L’ansia che ci avvolge in questo periodo storico viene forse da lì: dal subire senza decidere, dal desiderare un certo mondo e sentirsi naufragare in direzione opposta, percepire che stiamo distruggendo ciò che vorremmo costruire, rimangiarsi le intenzioni, rinnegarsi, senza accorgersene, picconarsi gli ideali per non vederseli precipitare sui piedi. È una lotta contro la nostra identità, contro divinità che imperano senza nome.
Quaggiù, nei consorzi umani, desideri e necessità cambiano in fretta, mentre le strutture collettive hanno ben altre inerzie. Difendiamo abitudini fino allo stremo, finché proprio non si può far a meno di cambiarle. Un minuscolo virus lo ha dimostrato: si poteva già lavorare da casa, agevolando esigenze e benessere, senza dover attendere una pandemia planetaria. Da tempo gli strumenti c’erano già tutti, e chissà quante cose potremmo cambiare dall’oggi al domani se soltanto lo volessimo, scommettendo qualche guizzo d’intelligenza oltre l’abitudine e la pigrizia. Chissà quanti altri Slow potremmo realizzare, fino a convergere a una slow-life, o slow-each-of-us, o slow-everyone, che finalmente ci dia un minimo d’appagamento, percependo la nostra esistenza migliorare, sentirla nostra, darle un senso più civile, una speranza più vera.
