«Il mussolinismo è più violento del fascismo, è più illegale perché si nasconde dietro la legalità delle forme. Se il fascismo fosse soltanto dittatura si farebbe presto a liquidarlo con le barricate: ma la sua forza è specialmente presidiata dall’esistenza di un consenso. Ora Mussolini deve la sua forza a Farinacci ma il consenso alla propria ambiguità». Con queste parole, scritte quasi un secolo fa (15 aprile 1924), Piero Gobetti mostrava di avere colto molto bene la natura ancipite del nascente regime fascista e la sua duplice fonte di legittimazione: forza e consenso, manganello e scheda elettorale.
Siamo all’indomani delle elezioni svolte con la legge Acerbo (che assegnava due terzi dei seggi a chi avesse ottenuto il 25% dei voti), approvata con voto di fiducia da un parlamento pavido e confuso. Perfino tra i collaboratori della “Rivoluzione liberale” diretta da Gobetti c’è chi non coglie il vulnus che una simile legge elettorale reca all’idea stessa di democrazia e ne apprezza l’idoneità a garantire un’“omogenea e salda maggioranza” (oggi si direbbe “la governabilità”) e la “stabilità del governo” (così Novello Papafava in un articolo del 26 febbraio, seguito da una Postilla critica di Gobetti). La fase politica, del resto, non è di facile decifrazione. La marcia su Roma è alle spalle, il delitto Matteotti è di qua da venire. Pur in un’atmosfera generale di violenza e intimidazioni, non è ancora chiaro se prevarrà il Mussolini “manganellatore” o quello “addomesticatore”, abile nell’imbarcare nel listone fascista pezzi di pregio del ceto politico liberale, come Enrico De Nicola, Antonio Salandra, Vittorio Emanuele Orlando. In ogni caso, Gobetti non ha dubbi: «Se ci avviamo verso l’idillio e verso la pacificazione, se stiamo per assistere al ripetersi della tranquillità del decennio giolittiano (con dannunzianismo e psicosi bellica in peggio), noi vogliamo notare già mentre l’era nuova si apre che non crediamo a questa pace, che ci viene come soppressione della lotta politica» (corsivo mio).
Rileggere queste pagine, oggi meritoriamente raccolte in un volume a cura di Francesco Pallante (P. Gobetti e i suoi collaboratori, Difesa della proporzionale. Il dibattito ne ‘la Rivoluzione liberale’ 1922-1925, Aras 2024) offre innumerevoli spunti anche per riflettere sul presente. Perché per molti versi siamo anche noi all’inizio di un’“era nuova”, in cui un partito post-neo-fascista, salito al potere (anche) a causa dell’insipienza e delle divisioni dei suoi avversari, mette mano a riforme strutturali, destinate a modificare profondamente i connotati della Repubblica nata dalla Resistenza. Tra queste, il mitico premierato, «il cui fulcro – osserva Pallante nell’Introduzione – è la certezza che a una delle forze politiche in competizione (ma meglio sarebbe dire: in guerra) sia assegnata la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari». Obiettivo che oggi potrebbe essere perseguito anche in modo più obliquo, e più facile da realizzare, limitandosi a riesumare il vecchio Porcellum, emendato quanto basta per non incorrere nuovamente nella bocciatura della Corte costituzionale (https://ilmanifesto.it/la-mossa-di-meloni-puntare-sul-porcellum-rivisitato).
Perché questa ossessione tutta italiana per la legge elettorale? Perché attraverso sistemi elettorali distorsivi della volontà degli elettori è possibile piegare il suffragio universale agli interessi di élites che alla democraticità del processo decisionale sono ben poco interessate. Lo colgono perfettamente Gobetti e la maggior parte dei suoi compagni di strada, nel difendere strenuamente il sistema proporzionale (“la” proporzionale, nel linguaggio del tempo), prima e dopo l’approvazione della legge Acerbo. Per Luigi Sturzo l’attacco alla proporzionale, in vigore dal 1919, è puramente e semplicemente un attacco alla democrazia: un tentativo di impedire alle masse popolari, in particolare alle classi lavoratrici, di partecipare alla vita politica. Per Guglielmo Ferrero non solo la legge Acerbo, ma l’ipotesi di un ritorno al collegio uninominale (ventilato dopo le elezioni del 1924) sarebbe regressiva e antistorica: «Quando un paese è diviso in molte opinioni, ogni tentativo di costringerlo con mezzi artificiali a governarsi come se ne avesse soltanto due è funesto». La proporzionale va difesa anche per il suo valore “educativo”: spinge i cittadini a «sostituire i partiti alle persone» (Augusto Monti); «obbliga i singoli a battersi per un’idea, vuole che gli interessi si organizzino, che l’economia sia elaborata dalla politica» (Gobetti). Inoltre, combattendo la personalizzazione, agisce in senso opposto all’attrazione delle masse per improbabili “unti del signore” (Armando Cavalli). Ma, soprattutto, per Piero Gobetti la proporzionale è indispensabile per «creare le condizioni della lotta politica e del normale svolgimento dell’opera dei partiti», superando il modello “feudale” della rappresentanza tipico del sistema inglese, basato su collegi uninominali. Perché la democrazia è conflitto: di idee, interessi, visioni della società (https://vll.staging.19.coop/commenti/2024/09/23/il-sogno-della-destra-cancellare-il-dissenso-e-il-conflitto/). Un conflitto che deve potersi svolgere alla luce del sole, nella chiarezza delle diverse posizioni, per poi trovare una composizione in un parlamento non ridotto a camera di registrazione della volontà del governo.
Rileggere questi testi oggi, con “gli eredi degli eredi di Mussolini” al governo, impegnati a impedire e reprimere ogni manifestazione organizzata di dissenso, è una scossa salutare per non cadere nella pigrizia, nell’inerzia, nella rassegnazione. «Se non tutto è ancora perduto e permane qualche speranza di salvezza – è ancora Pallante a sostenerlo – la via di uscita permane quella indicata da Gobetti e dai collaboratori de “La Rivoluzione liberale”: tornare alla proporzionale. Non, ovviamente, perché una legge elettorale […] sia di per sé salvifica, ma perché salvifica è la visione delle relazioni politiche e sociali che potrebbe portare con sé. Una visione che Piero Gobetti aveva provato a mettere a fuoco sin dall’inizio degli anni Venti del Novecento e che noi, dopo averla brevemente praticata tanti anni fa, non riusciamo più a far nostra».
