Natale e il sogno che ci manca

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Io a Natale vorrei solo dormire. Ecco – diranno subito i miei pochi lettori già spazientiti – la consueta predica di un uomo di mezza età, stanco e depresso che se la prende con il consumismo e non ci lascia festeggiare in pace. Non è questo il senso del mio auspicio di dormire, in realtà. Anzi, a dirla tutta penso che tutte le feste – da quelle più canoniche come il Natale a quelle più recenti come Halloween – siano palcoscenici di una grande disputa tra la legge e la trasgressione, tra il capitalismo e la nostra voglia di evadere da un modo di vivere che comincio a credere non possa soddisfare più nemmeno Elon Musk.

Da un lato c’è la trasformazione indotta delle nostre città in giganteschi parchi commerciali, illuminati a giorno da luminarie che ci fanno perdere il senso dell’orientamento. E noi che compriamo, compriamo, compriamo, perché in fondo non conosciamo più altro modo per donare (invece no: l’altro giorno una persona mi ha regalato un piccolo oggetto che aveva trovato per terra e che, a suo dire, mi corrispondeva. L’ho trovato uno dei pochi gesti davvero politici a cui mi è capitato di assistere negli ultimi tempi). Dall’altro lato c’è però il nostro desiderio di far festa, uscire dalla dittatura di un lavoro che si fa sempre più espressione di sfruttamento e frustrazione e sempre meno occasione di dignità o di miglioramento delle nostre condizioni di vita. Per questo – e non solo per consumare – ci affidiamo alle feste: non solo per ripetere i tic che il capitalismo ci insegna in modo compulsivo, ma anche e soprattutto per trasgredirli. Per celebrare i legami, per illuderci o credere (o a volte semplicemente sperare) di non essere soli, per continuare a credere che la nostra vita sia una festa, qualcosa di più e di meglio della ripetizione meccanica a cui il capitalismo ci costringe in modo ormai sistematico sui nostri luoghi di lavoro e non solo. Nel capitalismo h24 e sette giorni su sette, ogni festa diventa una contesa politica e per questo va praticata con convinzione: o far festa perché siamo automi della razionalità economica o far festa perché proviamo affetti, ridiamo ancora tra noi, ci va di parlare e di stare insieme.

Ma il Natale, forse, richiede qualcosa di più profondo di questa trasgressione pure così importante. Perché la sua messa in scena ha a che fare concretamente col mondo di oggi, ci racconta di luoghi in cui i bambini potevano nascere e dove oggi invece sono consegnati alla morte; ci suggerisce che solo la povertà può dissimulare l’ostentazione della ricchezza e del consumo che si è appropriata del mondo che abitiamo. Io non sono credente e non credo neppure di essere un Grinch, come forse mio figlio mi accuserebbe di essere. Però, di fronte all’opulenza fittizia delle nostre città gentrificate e senza più luoghi pubblici che non siano a fini commerciali, ho nostalgia del buio illuminato dalle candele di certi eremi spersi che non c’entrano niente con la nostra way of life e che mi ricordano il mondo per come è davvero: un presepe dove l’oscurità è pesta, i bambini possono nascere in clandestinità e tutto intorno è deserto e violenza. Questo è la Palestina, oggi come allora. Questo è il mondo che fingiamo di non vedere mentre produciamo vittime accorgendoci con un crescente fastidio che il suicidio di massa dell’umanità non è più un semplice esperimento mentale.

Giovanni Lindo Ferretti – prima di andar per la sua strada – scriveva: «La pena che ci tormenta / È come avere una brace nel cuore, / Un tizzone stretto in mano. / E attorno, tutti in tondo, ciarlatani e baccano». Mi pare una descrizione perfetta della nostra politica ridotta a talk show in tempi di guerra: le notizie del mondo feriscono come una brace nel cuore e un tizzone stretto in mano, ma intorno a noi soltanto ciarlatani e baccano. Mentre tutti si affannano a illuminare e mangiare, mangiare e illuminare, penso che la povertà di una grotta ci riporti all’onore del vero: alla fame e alla sete di uomini, donne e bambini che stanno dentro una guerra, reclamano giustizia e odorano della povertà che piaceva a Pasolini, a Simone Weil e di cui forse persino Marx aveva un po’ diffidenza. E io, che in fondo sono borghese, per niente depresso e molto viziato, sono molto più vicino alla diffidenza di Marx che all’amore sacrificale di Pasolini. Dei poveri nelle grotte ne parlo, ma nel loro buio non ci vado mica e non mi perdo nelle periferie che la gentrificazione non s’arrischia a colonizzare. Programmo le mie vacanze, pasteggio i miei vini prelibati, frequento le mie pasticcerie preferite. Possiedo tutte le contraddizioni di un vero uomo di sinistra dei nostri tempi, in fondo.

Ma dove trovare – oggi e nelle nostre città opulente di chi porta la guerra nel mondo – qualcosa che somigli a una grotta? Che somigli a quella povertà così densa di realtà e di attualità? Forse in una piccola trattoria, direbbe Simone Weil, in un passaggio che mi ricorda che ciò che cerco nel Natale è ciò che resta dell’umano: «Una piccola trattoria, dove si possono consumare per pochi soldi dei pasti sommari, è colma di poesia. Essa è veramente un rifugio contro la fame, il freddo, lo sfinimento; è situata sul limitare, come un posto di frontiera. Questa poesia è già del tutto assente in un ristorante medio, dove niente riporta alla mente che degli uomini possono avere fame». C’è qualcosa di più politico di questo messaggio? Nel buio di una grotta ci ricordiamo ciò che il capitalismo vuole farci dimenticare a ogni costo: ci sono uomini che possono avere fame.

Ma prima di andare in una piccola trattoria e così rinunciare all’eleganza e all’unicità dei nostri pranzi di Natale esibiti urbi et orbi via social (me ne farò una ragione), confermo che voglio andare a dormire. È il motivo per cui voglio dormire non è soprannaturale, ma molto umano. Nel presepe napoletano il personaggio più importante sta ai margini: nessuno lo vede e nessuno lo riconosce, nessuno sa chi sia. È il pastorello addormentato. Nel buio del presepe, semplicemente dorme. Ma è l’unico pastore che non può mancare, perché secondo la tradizione nel sonno sta sognando il presepe. Senza il suo sogno, non ci sarebbe lui stesso, non ci sarebbe il presepe, non ci sarebbe Natale e non ci sarebbe alcun Dio. Non è necessario citare Feuerbach per capire il senso di questa metafora del Natale. Dio è un sogno dell’uomo e, in Dio, l’uomo sogna se stesso secondo l’ordine della propria perfezione: secondo giustizia, compassione, promessa di felicità.

Quando giro in macchina e le luminarie mi feriscono gli occhi, mi domando se non sia anche questa una lezione importante per la sinistra. La gente che frenetica si affanna nei negozi è disperatamente ostaggio del realismo capitalista: per tutti – ma proprio per tutti – questo è uno dei peggiori mondi possibili, ma nessuno crede più che ve ne sia uno migliore altrettanto possibile. In termini meno personali ciò vale anche per i nostri sforzi di capire: la sinistra sa tutto delle contraddizioni di ciò che c’è, della violenza del neoliberismo, dell’economia della guerra che ha amplificato le vittime e i dolori, del vicolo cieco in cui sembra esser morto il binario delle nostre democrazie. Sappiamo tutto delle contraddizioni di ciò che c’è e di ciò che non vogliamo essere, ma non abbiamo più il sogno di una cosa. A che serve tutto questo nostro sapere, quando ci siamo disabituati a sperare? E se qualcuno adesso dirà tra sé e sé che nulla in questo momento ci induce a sperare, io rispondo con le parole che Danilo Dolci riservava al senso dell’utopia: «non mi domando se è facile o difficile, ma se è necessaria o meno». Si riferiva a un tempo diverso, ma vale anche per noi. Dentro un tempo così cupo – nonostante le illusioni delle luminarie – in cui praticare l’utopia non risulta solo difficile ma quasi impossibile. Ma necessaria. È per questo che continuiamo a impegnarci politicamente e persino a volere la luna, credo. Per questa necessità che è ormai una forma di fede immanente: in un mondo che può ancora nascere nell’oscuro e in cui verrà dato da mangiare agli uomini che hanno fame.

In un libro di qualche tempo fa, si descriveva «il capitalismo all’assalto del sonno». In effetti ci sono troppe luci perché un pastore qualsiasi possa addormentarsi in pace e sognare. E invece noi avremmo bisogno di un pastore addormentato, prima ancora che di un leader carismatico e forte. Io non sono un pastore, ma a Natale vorrei solo dormire. E non perché sono di mezza età, stanco e depresso, ma perché, magari, posso ancora sognare.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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3 Comments on “Natale e il sogno che ci manca”

  1. E’ veramente cosa ardua sognare e sperare in questo mondo inondato di violenza: fisica, morale, psicologica, culturale, ambientale… e in qualsiasi altra forma la si voglia immaginare. Non c’è ambito dove la violenza sia assente. Non sono depresso (anzi forse come non mai sono presente a me stesso e al mondo) ma detesto il vacuo e ottuso festeggiare. Detesto i fuochi d’artificio, i cenoni dove lo spreco è d’obbligo, i brindisi accompagnati da sorrisi ebeti persi nel vuoto, i regali di circostanza, le feste di compleanno, le crociere.. e tanto altro ancora. Amo immergermi nel silenzio e la solitudine di un bosco! Lì mi pare di comprendere meglio la realtà del mondo e il senso della vita. Alla fine il compito più alto di ogni essere umano dovrebbe essere quello di alleviare ogni sofferenza: degli uomini, degli animali, della Terra. Quando ci riesco sento di aver fatto tutto.

  2. Una capitiniana “aggiunta” a ciò che scrive Sergio Labate.
    “Ciascuno cresce solo se sognato”, scriveva Danilo Dolci. L’incapacità collettiva di immaginare un assetto sociale (un mondo) diverso dall’esistente è alla base dell’incapacità di agire della nebulosa in cui si collocano i tanti frammenti di una sinistra dispersa “che nome non ha”. Personalmente parteciperei a qualsiasi insieme di persone che, invece di spiegare (quasi sempre male e in modo insufficiente) agli altri (che più o meno sono come loro) come va il mondo, si dedicasse ad immaginare strategie per creare linee di frattura e non avesse timore di fare qualche passo nel terreno dell’utopia.
    Quanto al sonno, non è casuale la conclusione de “La vita agra”, un romanzo in cui immaginazione del futuro e critica dell’esistente raggiungono un livello molto alto. “Poi il sonno è già arrivato e per sei ore io non ci sono più”.

  3. Penso che ci faccia bene pensare a tutto questo, tutto l’ anno, ma in particolare a Natale, se si riesce a viverlo tranquillamente, senza frenesia, con il tempo per pensare.

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