Le fonti, è bene sempre cercare le fonti. Persino il discorso pronunciato dalla attuale presidente del Consiglio alla chiusura della kermesse di Atreju ha una sua fonte. Poiché penso di far parte degli happy few, dei privilegiati che di quel gridatissimo discorso hanno individuato la fonte, mi sta a cuore rivelarla e magari aprire un dibattito con chi, per caso, avesse trovato altre fonti.
L’ascendenza del discorso meloniano la si trova in un divertente libro di Giovannino Guareschi. Anche lui, come Giorgia, era un uomo di destra, ma simpatico. Ha creato due figure memorabili, Don Camillo e Peppone che mai, mai, mai potrebbero essere immaginate in questa odierna italietta destrorsa, incattivita e rancorosa. Inoltre ha scritto un libro che è stato per tanto tempo il mio livre de chevet: si intitola Lo Zibaldino. Non è che lo conosca soltanto io ma non ne sento quasi mai parlare. Lo presento in poche righe e poi arrivo al “dunque”. Lo Zibaldino. narra le comiche e tormentate vicende di una famigliola composta da padre (Giovannino) madre (Margherita) e due ragazzini. Alberto e Carlotta detta la Pasionaria. Carlotta, la piccolina, ha pochi anni e gran carattere: per esempio, vedendo la mamma che le sta preparando la torta per il compleanno, non è affatto contenta, poco fiduciosa com’è nelle capacità della cuoca. Ma la madre insiste: «“Appena avremo preso il caffè, voi ve ne andrete a letto e io preparerò la torta”. “Fai la torta Paradiso?”, domandò cauto Albertino. “No”, rispose Margherita. “Magari fa la torta Purgatorio”, borbottò la Pasionaria alzandosi da tavola e avviandosi verso la porta».
La Pasionaria ha idee chiare. Se, ad esempio, vuole le “caramelle nere con il torrone dentro” piange a perdifiato, anche se è sera e trovare caramelle in vendita non è cosa da poco. Il babbo, disperato, esce e torna (dopo un bel po’ di tempo) vittorioso. Bambina felice per qualche minuto. Poi si presenta al babbo, estrae dalla boccuccia una caramella mezzo mangiata, la rimette nella sua carta e restituisce l’intero sacchetto, affermando lapidaria: «Mi piace di più piangere». Insomma, Lo Zibaldino va avanti così, con storielle d’altri tempi scritte da un uomo gentile.
Ed eccoci al “dunque”. Proprio a tutti suggerirei la lettura del racconto Fu a Natale, nel 1947 (1). Leggendolo si capisce a cosa si ispiri il nostro presidente del Consiglio, che, nonostante rinneghi quanto alla carica pubblica il genere femminile cui appartiene per nascita, lo rivendica quando fa politica (abbiamo ancora nelle orecchie il convinto e assertivo «Sono donna, sono cristiana, sono madre etc. etc.»). Lo chiameremo, per comodità “metodo Margherita” (mamma, moglie e donna). Cedo la parola a Giovannino Guareschi: «Quando la Pasionaria chiede, invece della minestra, caramelle di menta e gorgonzola con cacao, oppure pretende di andare a letto assieme alla mia bicicletta […] ecco improvvisamente i lineamenti del mitissimo volto di Margherita farsi duri. Le vene del collo le si gonfiano, gli occhi acquistano strani barbagli metallici (per chi legge: avrete notato qualcosa del genere in Meloni, quando si prepara ad uscire dalla “fase faccette” per entrare nella “fase urlo”). Ed eccola, con uno scatto quasi felino, avventarsi contro la Pasionaria, ed eccola […] emettere l’urlo disumano che, ogni volta, mi fa sobbalzare sulla sedia e mi inchioda le dita sui tasti della macchina da scrivere: “Sì!!!”. Questa sarebbe, secondo Margherita, la maniera forte da usare con i figli». Il marito le fa notare che potrebbe dire “no” a bassa voce invece di far tremare le pareti di casa con un tuonante “sì”; Margherita concorda che “no” a bassa voce o “sì” urlato è lo stesso. Ma «coi bambini è meglio dire “sì” ad alta voce. Tu non conosci la psicologia dei bambini».
Non escludo che Meloni pratichi costantemente l’arte femminina di urlare il contrario di quello che la realtà dovrebbe portarci a dire. E quindi urlare che i centri in Albania fun-zio-ne-ran-no equivale a dire a bassa voce che non funzionano affatto. Nel frattempo, anche se non “patriota”, sono abbastanza preoccupata per le sorti del presidente del Consiglio che, dopo «funzioneranno», ha scandito «dovessi passarci ogni notte da qui alla fine del governo italiano». Dunque, Atreju ha chiuso i battenti il 15 dicembre, mentre scrivo è il 19, i centri in Albania non funzionano ancora – son quattro notti che Meloni non dorme? Piuttosto inquietante mi appare anche il semi-lapsus che conclude la promessa di vegliare sino a quando il marchingegno albanese non funzionerà. Cosa vuol dire “la fine del governo italiano”? Abbiamo avuto o avremo in un futuro prossimo governi stranieri? Senza questa destra caciarona (non è un’offesa, ma un dato di fatto) e incompetente (altro dato di fatto facilmente dimostrabile, calcolatrici alla mano) finirà il “governo italiano”?
Che questa donna, energica e pronta a gridare “sì” quando è “no” si faccia interprete dell’italianità è un altro insulto ad un Paese che avrà molti difetti ma che, da parecchio tempo, credo sia migliore dei suoi governanti, che continuano ad essere, da anni, espressione di una minoranza che ha ancora desiderio di scegliere il loglio dal loglio. Ma non è affatto detto che il grano sia sparito per sempre.
Nota:
A Natale, nel 1947, in casa Guareschi i bambini recitano la poesia di Natale. Alla Pasionaria non piace la poesia che le è toccata che, in effetti, è piuttosto leziosa. «È Natale, è Natale/è la festa dei bambini/è un emporio generale/di trastulli e zuccherini!» Non ne vuole sapere, la piccola ribelle e non si muove dalla sua versione: «È Natale, è Natale/è la festa dei cretini…».
