La Camera ha approvato il disegno di legge “Piantedosi”: ancora un provvedimento in materia di sicurezza, espressione della fascinazione per il populismo penale che ha attratto nel corso degli anni in modo multipartisan le forze politiche (per citare alcuni provvedimenti, legge Berlusconi n. 94 del 2009, pacchetto Minniti del 2017, decreti Salvini del 2018-2019; con una accelerazione con il Governo Meloni, che ha aperto la sua attività con il decreto anti rave).
La criminalizzazione di dissenzienti, poveri e migranti è un canto delle sirene irresistibile per gli amanti delle soluzioni autoritarie come per i patrocinatori delle agende neoliberiste: consente di archiviare le politiche sociali, delegittimando, espellendo e punendo la marginalità sociale come la contestazione politica. Un connubio perfetto per un neoliberismo, la cui aggressività e competitività contempla la normalizzazione della guerra, per una società dominata dal TINA (There Is No Alternative) e da logiche identitarie dicotomiche, e per una destra (in)culturalmente intollerante a limiti e critiche (come mostra, per citare solo l’ultima vicenda, il caso Salvini-Open Arms). La divergenza politica e sociale, gli eccedenti, sono i nemici. Tanti gli effetti collaterali utili: il conflitto sociale non esiste e non ha titolo di esistere. Le radici delle diseguaglianze sociali e della devastazione ambientale sono oggetto di un transfert che le addossa a chi le subisce e a chi le contesta. Si crea uno stato di permanente emergenza e distrazione. Il nuovo provvedimento è emblematico in tal senso. Due esempi: le difficoltà abitative sono “risolte” con l’inasprimento delle pene per le occupazioni, indicando i movimenti per il diritto all’abitare come i colpevoli della situazione; le condizioni disumane in carcere e nei CPR scompaiono perché rese invisibili dall’impossibilità di mettere in atto qualsiasi tentativo di chi vi è rinchiuso di farsi sentire. È un modus operandi, che, ancor prima degli specifici profili di incostituzionalità delle singole misure, è contro il progetto della Costituzione, che si propone, muovendo dalla consapevolezza dell’esistenza delle diseguaglianze esistenti, di rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’emancipazione personale e sociale, mentre la sostituzione dello Stato sociale con lo Stato penale occulta, trasfigura e strumentalizza gli ostacoli.
Occorre opporsi alla ratio e alle singole disposizioni del disegno di legge, ma ora vorrei insistere su un punto. Il fil noir che lo attraversa è la negazione del conflitto, represso e surrogato con la figura del nemico; non è inutile allora ricordare qual è il senso del riconoscimento del conflitto. Il conflitto consente l’espressione dei subalterni, degli oppressi, delle vite di scarto (Bauman), dei dannati della terra (Fanon), ne riconosce l’esistenza e la legittimazione a lottare per la propria dignità e autodeterminazione. Il conflitto, dunque, produce riconoscimento, inclusione ed emancipazione. È emancipazione in sé e veicola emancipazione. Il conflitto è il motore che anima la dialettica della storia. La storia è «storia di lotta di classi», «di oppressori e oppressi», che «sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese» (Marx); «sono in ogni repubblica due umori diversi, quello del popolo e quello de’ grandi. […] Tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro» (Machiavelli). Il conflitto è un elemento dinamico, che veicola trasformazione.
Chi avversa il conflitto tende a mantenere lo status quo, le relazioni di dominio e di diseguaglianza esistenti. È attraverso i conflitti che nascono i diritti, si esercitano e si preservano. Il conflitto è il fondamento della democrazia; insieme a una visione all’insegna della complessità, rende vivo il pluralismo; con la mobilitazione e l’attivismo che reca con sé sconfigge l’apatia, l’indifferenza, la passività, favorendo la partecipazione, che della democrazia è il cuore.
Preciso: il conflitto si pone in antitesi alla guerra. Si situa nell’orizzonte della complessità e della differenza, del riconoscimento reciproco, della discussione e della convivenza, mentre la guerra tende alla semplificazione identitaria, a un’artificiale e coartata omogeneità, alla delegittimazione del nemico e, in definitiva, alla sua eliminazione. Il disegno di legge Piantedosi mira a negare il conflitto e si situa nello spazio della guerra contro il trittico del nemico: i dissenzienti, i poveri, i migranti. L’orizzonte della trasformazione è sostituito dalla repressione; l’immaginazione e la pratica del cambiamento soffocati a colpi di reati; la democrazia diviene un mero simulacro che copre una gestione autoritaria e blinda un modello economico-sociale strutturalmente diseguale. Lo Stato sociale è sostituito dallo Stato penale. Di nemico in nemico, l’espulsione e la stigmatizzazione sociale e politica chiudono all’alternativa, alla lotta nel presente, al cambiamento del futuro. Manteniamo aperto lo spazio del conflitto, a partire da una opposizione, trasversale e intransigente, al disegno di legge n. 1660.
Una versione più breve dell’articolo è comparsa su il manifesto del 20 settembre
