Il fondamentalismo dell’Occidente

Download PDF

Nelle ultime righe di un recente articolo sulla “felicità della guerra” (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2024/08/30/repubblica-e-la-felicita-della-trincea/), Michele Prospero fa riferimento a un gusto vagamente fondamentalista che si sarebbe ormai impossessato dell’Occidente. Costringendoci così – magari portando all’estremo la sua contenuta provocazione – a porci una domanda che probabilmente può risultare utile per comprendere verso dove stiamo andando: davvero la cultura occidentale si sta trasformando in una versione potente e tragica del fondamentalismo?

Per cominciare a rispondere, bisogna forse capire che cosa abbia distinto l’Occidente dai fondamentalismi. Non certamente il fatto che sia stato meno violento. Che la storia dell’Occidente sia anche la storia della sua incessante produzione di vittime non è certo una novità. L’elenco è lungo: dalla conquista dell’America fino alle esperienze concentrazionarie, l’Occidente ha innanzitutto pensato alla produzione delle proprie vittime sotto forma di accumulazione originaria: indiani, donne, schiavi, ebrei. Ma, con la modernità, la via dell’Occidente sembra finalmente divergere da quella dei fondamentalismi. La secolarizzazione è certamente uno dei tratti fondamentali di questa divergenza. La fine della religione come fatto sociale totale diventa un argine alla tentazione fondamentalista.

Ora, il fatto che la modernità abbia interdetto il discorso fondamentalista non ha diminuito il ritmo della produzione vittimaria dell’Occidente che, come è noto, ha continuato la sua conquista del mondo profittando anche della sua supremazia geopolitica. Con una differenza fondamentale: questa nuova produzione di vittime ha avuto bisogno di un dispositivo di legittimazione. Un dispositivo del tutto ideologico e come tale da non considerare nei termini del vero e del falso, ma solo a partire dalla sua capacità di giustificare dinanzi all’opinione pubblica la produzione delle vittime che non può arrestarsi. Questo dispositivo ideologico ha, soprattutto nel dopoguerra, tenuto a costruire dei discorsi capaci di separare le vittime dalla loro innocenza. L’ultimo tabù dell’Occidente – ciò che gli ha permesso di non cadere negli abissi del fondamentalismo – è esattamente l’idea che le vittime che vengono prodotte, per essere moralmente giustificate, non devono, direttamente o indirettamente, essere innocenti. Perché ricordo queste cose ovvie? Non certo perché credo che quella produzione ideologica possa in qualche maniera assolvere l’Occidente rispetto alla violenza che anche nell’ultimo secolo ha portato avanti, ma perché penso che sia in atto un cambio radicale di paradigma per cui non si ritiene più necessario separare le vittime dall’innocenza (e dunque si ritiene che non vi sia alcuno scandalo nel lasciar morire o uccidere vittime innocenti). Il luogo dove si è svolta la scena madre dentro cui l’Occidente ha cambiato se stesso è facilmente individuabile ed è un luogo geneticamente simbolico: è il Mediterraneo, dove vittime innocenti vengono quasi quotidianamente lasciate morire. Nessuno se ne cura, nessuno chiede di fare missioni per recuperare i corpi. La loro innocenza ci lascia indifferenti. Nessuna opinione pubblica richiede più alcuna giustificazione ideologica, alcuna legittimazione che renda le nostre azioni (o le nostre inazioni) moralmente accettabili o politicamente inaccettabili.

Ma c’è un altro tratto che va aggiunto a questo radicale cambio di paradigma che rischia di far sprofondare l’occidente nel fondamentalismo. Non è vero che la nostra coscienza non si indigni per le vittime innocenti. Come è giusto che sia, abbiamo cercato in tutti i modi di recuperare i corpi delle persone affondate all’interno dello yacht Bayesian affondato di fronte al porto di Palermo. Come forse qualcuno ricorderà, nel 2023 abbiamo architettato missioni di ricerca internazionali per recuperare ciò che restava del sommergibile che ospitava uomini e donne interessati a vedere il relitto del Titanic e disposte a pagare per questo circa 250 mila dollari. Vittime innocenti anche loro, meritevoli di ogni gesto di pietas che ha per secoli distinto l’Occidente dai fondamentalismi. Ma non è difficile comprendere che la dissonanza cognitiva, per cui ancora ci indigniamo e scandalizziamo per alcune vittime innocenti mentre della sorte di altre non ci interessa sapere nulla, è tutta economica. L’innocenza non è più un carattere universale delle vittime, ma è un carattere compreso nel prezzo della ricchezza e del potere. Qualcuno dirà che è sempre stato così e che la storia la scrivono da sempre i vincitori. Certo, ma nella loro scrittura hanno sempre dovuto inventare delle scuse per giustificare la produzione vittimaria, per rendere le vittime non più innocenti.

Questo cambio di paradigma, per cui la brutalità dei potenti non richiede più alcuna legittimazione e può produrre vittime innocenti senza impegnarsi troppo a nasconderle, è il tratto più inquietante di ciò che sta accadendo in Palestina e in Cisgiordania. Ciò a cui stiamo assistendo non è soltanto un evento così tragico che le generazioni che verranno ce ne chiederanno conto e noi non sapremo cosa rispondere, ma è anche la sistemazione su larga scala di quella mutazione paradigmatica del dispositivo ideologico dell’occidente che negli ultimi decenni si è perfezionata nel Mediterraneo. L’Occidente si identifica ormai con chi produce vittime innocenti senza sentire più il bisogno di separare quelle vittime dalla loro innocenza. Senza farsi scrupoli né etici, né giuridici né estetici.

Tutti abbiamo visto l’immagine di Netanyahu mentre mostra una mappa in cui Israele si appropria della Cisgiordania. Quell’appropriazione – in spregio a ogni diritto internazionale – è un presagio di qualcosa di terribile, non solo materialmente. La bacchetta che il primo ministro tiene in mano non indica uno spazio, indica una curva cieca della nostra storia: l’Occidente fondamentalista che viene. Non c’è più nulla da legittimare: le vittime che faremo possono essere innocenti, l’essenziale è che abbiano volti poveri e che non siano bianchi, ricchi e preferibilmente maschi. Tutto già visto, certamente. Ma non tutto già sentito. Per quanto false, le parole posticce con cui l’Occidente cercava almeno di salvarsi la faccia servivano a limitare la prepotenza della violenza attraverso lo splendore del diritto e il richiamo alla dignità umana. Con la consueta severità, Nietzsche profetizzava: «Se uccidi uno scarafaggio sei un eroe, se uccidi una farfalla sei cattivo. La morale ha standard estetici». Scegliendo di rinunciare a quelle parole, l’occidente sceglie di fare a meno persino di quel velo inconsistente chiamato estetica. La mappa che Netanyahu non nasconde e che esibisce a favore di mondo – senza che nessuno lo fermi – è piena di vittime innocenti. Cancellate con un semplice tratto di penna, con un semplice atto di barbarie. Sono donne, bambini, uomini, storie, città, culture. L’Occidente fondamentalista si è tolto la maschera e mostra fiero il suo ghigno. Non è una cartina qualsiasi, è la cartina di tornasole della nostra vergogna.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

Guarda gli altri post di: