Sembra che in Italia, specie nei periodi commemorativi, ci si diverta con il gioco dei mimi, in cui, com’è noto, un giocatore deve far capire a gesti all’altro quello che, secondo la regola, non si può dire con le parole. Nel nostro caso specifico, però, vi è qualcosa di assurdo, perché si pretende di fare eccezione alla regola; infatti, sebbene i gesti dell’imitatore siano di per sé fin troppo eloquenti e vengano prodotti al fine di non dare adito a dubbi, l’indovinatore pretende lo stesso che il mimo dica anche a parole quello che intende a gesti. E ciò pur sapendo bene entrambi che il parlare è diverso dal dire, perché uno può parlare continuamente senza dire nulla, e può invece dire molto stando in silenzio. Tuttavia, al contrario dell’atto linguistico performativo, in cui il dire vale come un fare, qui, in questo nostro caso particolare, il semplice fare, come pure l’atto allusivo o il gesto significativo, valgono e sostituiscono perfettamente il dire. E poiché qui la verità e le idee cui corrisponde la realtà di quei gesti sono lapalissiane, i due giocatori sembrano dimenarsi e incaponirsi attorno a un fantomatico segreto di Pulcinella. Ad esempio, attenendosi alle regole di quel gioco, e supponendo che esso si svolga nel ristretto campo della nostra politica, il primo giocatore non dovrà e non potrà mai dire “Sono antifascista”, anche se ha giurato fedeltà a una Costituzione antifascista. Oltre che assurda, la cosa nel nostro singolare caso risulterebbe pure paradossale, perché è proprio grazie a questa Carta antifascista, e quindi alla stessa lotta antifascista e partigiana, che anche i non-antifascisti (o, come ormai si tende a dire, afascisti) hanno ora, in virtù di un bizzarro sistema elettorale (ma non solo), la possibilità di governare, con tutto quello che ovviamente ciò comporta per gli antifascisti.
Ne emerge pertanto una stridente incompatibilità, un kafkiano essersi messi in casa qualcuno che risulta essere ben più di un generico ospite antipatico e riottoso, di un semplice avversario livoroso, perché dell’altro a cui questo ambiguo hospes si contrappone è proprio l’opposto, l’antitesi, la pura negazione. L’uno però, bisogna ribadirlo, non è un rivale qualsiasi, ma l’avversario per antonomasia, uscito sconfitto dalla seconda guerra mondiale e del quale ci si era liberati anche con una odiosa guerra civile, ossia con una fratricida guerra nella guerra, una lotta che si era incredibilmente protratta persino negli anni Settanta, negli anni bui del terrorismo e della strategia della tensione. Quest’anno, infatti, oltre il centenario dell’assassinio Matteotti, si è ricordato anche il cinquantesimo della strage di piazza della Loggia e di recente, come ogni anno, la strage della stazione di Bologna. Ne consegue dunque non una sintesi pacificata ma una coabitazione forzata, frutto di un doppio gioco giuridicamente possibile, in virtù del quale un avversario politico democraticamente eletto ha la possibilità di avanzare e di realizzare il proprio programma intriso di idee non-antifasciste: la demolizione dell’unità nazionale, lo smantellamento dello stato sociale, lo sconvolgimento dell’impianto armonico ed equilibrato della Carta costituzionale (a partire soprattutto dall’articolo 3, concernente il valore dell’uguaglianza), la confutazione e la revisione della storia antifascista.
Avendo preso, come si suol dire, la palla al balzo, avendo cioè approfittato dell’occasione tanto propizia quanto insperata, il mimo politico ha dunque ora l’opportunità di esprimere le sue idee (per il momento solo con i fatti e con le mezze parole) e di riaffermare la sua visione gerarchico-feudale del mondo, il cui spirito è però del tutto antitetico a quello della Costituzione, la quale – certo a causa delle sue maglie giuridiche fin troppo larghe e incredibilmente permissive – ha pure saputo in certa misura accoglierlo. Egli ha ora la possibilità di comunicare le sue convinzioni, come si è detto, con una retorica tutta sua e soprattutto confacente al momento, vale a dire con gesti assai significativi, con atteggiamenti sempre più chiari e facili da decodificare, con sottintesi, allusioni e persino con l’eloquenza propria dei silenzi, mai però apertamente a parole nette e a tutto tondo. Pur non potendo esimersi da qualche occasionale ammissione e per quanto si sforzi non potrà mai tuttavia dire esplicitamente di essere “antifascista”, perché questa sua dichiarazione equivarrebbe a una sconfessione della propria storia e delle proprie idee, sulle quali però – ecco l’elemento decisivo! – la Storia ha già una volta emesso il suo giudizio, scrivendolo con il sangue di milioni di persone, con quello dei vinti e con quello dei vincitori. Dannose già sin dal loro sorgere, poiché ispirate e fondate sull’elemento razziale, quelle idee hanno infatti portato al patto d’acciaio, cioè al patto di amicizia, alla Freundschaft, all’alleanza con il nazismo, e quindi alla guerra, alla deportazione e all’Olocausto, mentre le idee antifasciste, condivise con gli Alleati, hanno condotto alla Liberazione, alla democrazia e alla pace. Una pace che oggi, purtroppo, va perdendo il suo valore di idea regolativa sia in Europa sia in Medio Oriente sia pian piano ma inesorabilmente nell’intero pianeta. Ad ogni modo, incurante di quel giudizio e andando anzi a grattare sul fondo, cioè a ricercare caparbiamente opportune intese con i rimasugli di quelle forze sconfitte, il mimo vuole rifare il processo alla Storia al fine di ribaltarne il verdetto finale, per dimostrare che, al contrario di quanto si crede, al di là della vulgata democratica, la ragione in realtà non stava dalla parte dei vincitori, bensì da quella dei vinti. Negando ogni progresso dello spirito e della scienza, egli tende a ridare vita a un mito che è già stato svelato e sconfitto nella sua infondatezza, pretendendo di portare a termine quel lavoro di sdoganamento ideologico, iniziato ufficialmente una trentina di anni fa da un certo cavaliere calamitoso. Egli vuole insomma la rivalsa, cerca il riscatto. Ma questa pretesa, è ovvio, non potrà che generare altro odio.
Dinanzi a una tale oscura prospettiva e per evitare questo tanto inutile quanto dannoso ricorso storico – l’Italia della crisi ormai endemica ma con l’industria del lusso in continua crescita, l’Italia dei soliti furbetti amanti del privilegio, avrebbe in realtà altro a cui pensare –, ebbene di fronte a tutto ciò occorrerebbe smetterla al più presto con questo sterile gioco dei mimi. Ben lungi dall’idea bizzarra di un premierato e di una altrettanto stravagante autonomia differenziata, bisognerebbe invece trovare il coraggio di fare seriamente politica nel luogo più confacente alla politica, cioè in Parlamento, nel quale, per puro rispetto della verità, ci si possa finalmente dire in faccia una volta per tutte, schiettamente e seriamente, come sono andati i fatti e prenderne coscienza, addivenendo così a una narrazione condivisa pur da differenti e opposti punti di vista. Ma una perfetta sintesi di questa narrazione fondamentale esiste già, è già disponibile e a portata di mano, come tutte le cose veramente preziose: è la nostra Costituzione. Ecco, finché questo confronto aperto, sincero e quindi coraggioso non avrà luogo, finché anche da noi non si avranno onestamente fatto i tanto attesi conti con la Storia, anzi finché una buona parte degli italiani, per ignoranza, per convinzione, per indifferenza o per superficialità, non avrà fatto i conti con il proprio desiderio di autoritarismo che spinge a scorgere l’uomo della salvezza in chiunque riesca a salire su un piedistallo, finché insomma non avrà imparato a inibire in sé questo desiderio infantile, l’Italia, al di là dell’alto numero di perplessi o di sfiduciati non votanti, continuerà ad essere un Paese sempre pronto a darsi, a vendersi e a prosternarsi dinanzi al maggior offerente, sarà una nazione ferita, lacerata, spaccata in due, insabbiata e immobilizzata nel fosso odioso del “noi e voi”.
Eppure i nostri liberatori, quelli che potrebbero tirarci fuori da questo annoso pantano, sono già qui, tra noi. Sono i migranti. Solamente l’altro, infatti, potrebbe salvarci dalla ragnatela mortifera dell’io e dalla sua ossessione identitaria, dal suo infondato timore della sostituzione etnica. Soltanto che, per comprendere il senso di questa auspicabile liberazione, bisognerebbe fare in modo che il cuore dialogasse di più con l’intelletto, perché da solo, questo, suggeriva il poeta, cerca sempre quello che ha già in sé e non potrà mai trovare altro. Essi, infatti, gli stranieri, gli eterni migranti, i commercianti ismaeliti hanno salvato e riscattato Giuseppe, il figlio prediletto di Giacobbe, traendolo fuori dalla cisterna dentro cui l’avevano gettato i suoi stessi fratelli. Non è stato forse grazie a lui, a Giuseppe-Osarsif, che, proprio in tempi di magra, la terra straniera in cui era stato trapiantato è cresciuta in ricchezza e in saggezza? Ma è forse allora perché noi non vogliamo essere recuperati che li respingiamo e che, non salvandoli o rinchiudendoli, rifiutiamo il loro aiuto? Già, è probabile che i conti non si intendano fare né con la Storia né tanto meno con noi stessi. Anzi, continuamente si riaccendono, si alimentano e si moltiplicano i punti di contrasto, fino quasi a prospettare addirittura una resa dei conti. Più che giusta quindi l’indignazione di quei cittadini per governi che, per il proprio tornaconto ideologico – come se nulla fosse stato, come se non esistesse già una Memoria storica – seguitano a rovistare rovinosamente in questa ferita purulenta, in questo nostro fossato viscido e putrescente, in fondo al quale ancora, anche ora come allora, si continua a stare l’uno di fronte all’altro, covando lo stesso odio. Giacché più che il senso di coappartenenza fraterna alla stessa patria, più che il rispetto reciproco e l’amicizia fiduciosa, è l’odio diffidente che ci unisce rovinosamente. Ancora più giusta da questo punto di vista l’osservazione di Thomas Mann nell’ultimo volume della sua tetralogia su Giuseppe e i suoi fratelli (opera che egli ha portato a termine durante l’esilio statunitense): «è dalla colpa che nasce la spirituale consapevolezza, e viceversa: dove non c’è spirituale consapevolezza non c’è neppure colpa».
