Negli anni ‘60 e ‘70 si svilupparono in tutto il Paese molte esperienze di auto-organizzazione basate sulla partecipazione e su uno spirito di grande solidarietà. Gran parte di esse ebbe come tematica la scuola, o, meglio, il “fare scuola”. Dettero loro una notevole spinta il vento del ‘68, ossia quell’impulso a partecipare in prima persona, e la denuncia del carattere classista della scuola dell’obbligo. Particolarmente significativo fu, nell’area fiorentina, questo secondo elemento, data la vicinanza di tale esperienza (Barbiana è una località del Mugello e don Milani, l’animatore della Scuola, aveva vissuto a Firenze).
A Firenze, inoltre, si era avuto un “pre-sessantotto” quando, durante l’alluvione del 1966, nei quartieri, mentre le istituzioni andavano anch’esse sott’acqua, ci si organizzò in comitati per far fronte all’emergenza e, nei mesi successivi, per un graduale ritorno alla normalità. Molte delle persone che avevano agito nei comitati, in particolare coloro che facevano gli insegnanti e gli studenti delle scuole superiori e dell’Università, proseguirono il loro impegno nelle attività dei doposcuola e delle scuole popolari che stavano sorgendo in varie case del popolo ed in alcune parrocchie. Si intraprendevano tali attività con due intenti: da un lato quello di aiutare i ragazzi/le ragazze – delle medie inferiori e delle elementari – a fare i compiti (allora veniva data una gran quantità di compiti da fare a casa, specialmente alle medie inferiori), dall’altro quello di parlare con loro di contenuti, in gran parte collegati all’attualità, di solito ignorati dalla scuola ufficiale (e di farlo anche con metodi educativi innovatori – al riguardo vi furono contatti con Cooperazione Educativa e con i CEMEA, realtà associative che cercavano di portare in Italia esperienze sviluppatesi in altri Paesi, in Francia essenzialmente). Si partiva dalla convinzione che le affermazioni ideali – relative alla necessità di cambiare il mondo – avevano tanto più valore se accompagnate da impegni che mettessero in pratica, nell’immediato e nelle possibilità di ciascuno/a, tali idealità. Non si trattava di fare opere di carità, ma di dare concretezza agli obiettivi politici, costruendo degli esempi di possibili alternative. Non sempre ci si riusciva, ma lo spirito che spingeva ad agire era questo.
Sul piano dei contenuti il punto di riferimento era indubbiamente la Scuola di Barbiana, che, in qualche modo, influiva pure sulle modalità con cui condurre l’attività dei doposcuola – ad esempio, il riunirsi intorno ad un tavolo e la lettura del giornale con cui introdurre quotidianamente gli incontri. Ai doposcuola si affiancavano le Scuole Popolari e i Comitati Genitori, comitati a cui era affidato essenzialmente il compito di far crescere un movimento in grado di portare all’interno della scuola pubblica e nella società le istanze di riforma del sistema educativo.
Nella realtà fiorentina tutte queste esperienze furono raccolte in una pubblicazione intitolata “Scuola e Quartiere”, che uscì nel 1969 e fu un utile strumento per ampliare la discussione sui temi in questione. Fu anche organizzata un’occasione di incontro fra esperienze simili in ambito nazionale (per tentare di avviare un coordinamento stabile a quel livello). Il tentativo fallì, perché vi erano profonde differenze fra chi le conduceva con spirito del tutto antagonista rispetto alle istituzioni e alle forze politiche e chi invece – ed è il caso della stragrande maggioranza delle esperienze fiorentine – con le istituzioni e le forze politiche, quelle di sinistra, voleva avere un collegamento, un’interlocuzione, un rapporto, anche se critico.
Essenziali per lo sviluppo di questo movimento furono le case del popolo – all’interno delle quali trovarono i loro spazi fisici doposcuola e scuole popolari [solo pochi continuarono ad operare in locali parrocchiali o in baracche definibili come comunali, dove avevano avviato l’esperienza], provocando, in certi casi, anche dei conflitti con altre attività tradizionali, tipo il gioco delle carte e la tombola, ma portando un profondo rinnovamento nella dirigenza dei Circoli e dell’Arci – Benito Sasi, che era, se ben ricordo, il presidente provinciale, ebbe il merito di appoggiare in pieno tale rinnovamento, tanto che a diverse persone impegnate nei doposcuola e nelle scuole popolari furono affidati poi ruoli importanti nell’associazione e fu l’Arci stessa a valorizzare alcune esperienze, tipo il “teatro dei/delle ragazzi/e”, sviluppatesi all’interno dei doposcuola (di quelli di Settignano, di Serpiolle, del Circolo “Bencini”, di San Frediano/Santo Spirito, di Gavinana – in proposito furono organizzate delle rassegne che si svolsero al Teatro dell’Affratellamento).
L’esperienza fiorentina fu caratterizzata dal fatto di avere un coordinamento, che durò alcuni anni e produsse iniziative formative per chi operava nei doposcuola e nelle scuole popolari, bollettini, giornali (“I Quartieri”), scambi con altre realtà etc. Si può dire, da un lato, che, attraverso il movimento dei doposcuola, delle scuole popolari, dei comitati genitori, dei comitati di quartiere, che allargano pian piano l’orizzonte, occupandosi di altri problemi emergenti sul territorio, si giunse nel 1976, nel Comune di Firenze, al decentramento amministrativo, ai Consigli di Quartiere (in un primo momento essi furono davvero degli strumenti per ampliare la partecipazione delle cittadinanza al governo della città). Dall’altro lato, tale movimento contribuì alla riforma della scuola, che portò a profondi cambiamenti nell’ordinamento scolastico (fra l’altro immettendovi gli organi collegiali), in gran parte poi disattesi. Le scuole popolari, volte a far conseguire a chi non ce l’aveva la licenza media, possono essere considerate un retroterra delle 150 ore, grande conquista sindacale degli anni ‘60 e ‘70 e dell’autunno caldo.
A Firenze esse erano sorte prima della stagione sessantottina. All’Isolotto la Scuola Popolare era nata, infatti, nell’ambito delle iniziative della Parrocchia, nel 1967: aveva sede nelle Baracche Verdi che saranno poi un punto di riferimento per la Comunità di base isolottiana. Alla sua inaugurazione, nel 1967, appunto, aveva preso parte Ivan Della Mea, cantando le sue canzoni (Ivan Della Mea avrebbe partecipato successivamente ad un’iniziativa sui movimenti degli afro-americani negli Stati Uniti – basti ricordare Martin Luther King e le Black Panthers, che portavano avanti, con metodi diversi, la lotta contro le discriminazioni – svoltasi nella Chiesa dell’Isolotto nel 1968, quando era ancora parroco Enzo Mazzi). Più o meno nello stesso periodo, prendeva avvio un’altra esperienza importante, quella del rione di Santa Croce, con sede prima nella Casa del Popolo “Buonarroti”, poi in altri locali (in seguito ad una profonda rottura con la dirigenza della Casa del Popolo a causa della impostazione antagonista, nei confronti delle istituzioni e delle forze politiche, anche di quelle di sinistra, che portava avanti la scuola). Proprio a Firenze si avranno incontri nazionali delle esperienze di scuola popolare e doposcuola da un lato, delle sole scuole popolari dall’altro. Si registra anche, da parte di queste ultime, un tentativo di darsi strumenti di coordinamento continuo (con bollettini e giornalini), che però a livello nazionale non avranno lunga durata. Il coordinamento fra le diverse esperienze avrà una più lunga durata solo nell’ambito dell’area fiorentina.
Importante per le scuole popolari, nella stragrande maggioranza dei casi, fu il rapporto con il territorio circostante e con i problemi che in quel territorio vi sono. È in tale ambito che si svilupparono, nel corso del tempo, i comitati di quartiere, strumenti di partecipazione della popolazione al governo del territorio, in modo anche conflittuale con i diversi livelli istituzionali. Naturalmente, poi, come si è già accennato, le scuole popolari costituirono il retroterra dell’inserimento della richiesta delle 150 ore all’interno delle piattaforme dei sindacati operai, in primo luogo, di quella della FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici), in quella logica che fece rispondere, da parte sindacale, “perché no?” ai rappresentanti del padronato che chiedevano ironicamente: “E che volete fare con le 150 ore? Insegnare agli operai a suonare il clavicembalo?”. Come realtà fiorentine avemmo contatti con l’esperienza di utilizzo delle 150 ore fatta alle Acciaierie di Terni, dove fu messa in scena, da parte dei lavoratori e delle lavoratrici, proprio grazie a tale strumento, un’opera di Brecht (“L’eccezione e la regola”) con la regia di Benno Besson del Deutsche Theater di Berlino (che vennero poi a rappresentare anche nella nostra città).
Con la conquista delle 150 ore e con la riforma scolastica che prevedeva il tempo pieno nella scuola dell’obbligo, quelle esperienze di doposcuola e scuole popolari di base andarono gradualmente esaurendosi. Ma non finirono del tutto. In vari casi si sono convertite in iniziative rivolte particolarmente alle persone immigrate e le abbiamo oggi sia all’interno di sedi istituzionali (ad esempio, la BiblioteCaNova del Quartiere 4) che in spazi associativi e di movimento (vedi il Centro Sociale della Comunità di base delle Piagge e diversi Circoli Arci), in altre situazioni è ripreso l’impegno a sostenere i/le ragazzi/e nelle loro fatiche scolastiche. Ma qui comincia un’altra storia, che verrà raccontata da chi la sta oggi portando avanti.
Buona parte della documentazione relativa ai doposcuola e alle scuole popolari è andata dispersa. Alcuni documenti si possono comunque trovare in archivi “di base” come l’Archivio della Comunità dell’Isolotto e l’Archivio del Movimento di Quartiere di Firenze (archivi che hanno prodotto varie pubblicazioni). Nel 2006 l’Archivio del Movimento di Quartiere ha organizzato una mostra (“Le radici della partecipazione. Firenze e il suo territorio. Dai Comitati di Quartiere ai Consigli di Quartiere: 1966/1976”), che ricostruisce la storia dei quartieri fiorentini dalle società di mutuo soccorso ottocentesche all’antifascismo alla Resistenza alla solidarietà popolare con le lotte operaie degli anni ‘50 ai comitati di quartiere dell’alluvione al movimento di “Scuola e quartiere” fino al Social Forum del 2002 (un altro straordinario momento di partecipazione conclusosi con una eccezionale manifestazione per la pace di un milione di persone nei viali di Firenze): si tratta di eventi che hanno visto tutti la presenza attiva dell’associazionismo, dell’ARCI e dei suoi Circoli. Forse varrebbe la pena di riutilizzare la Mostra e il filmato che vi è collegato per riscoprirli e trarne degli spunti validi ancora oggi.
Mi è sembrato importante ricordare queste esperienze di doposcuola e scuole popolari perché credo che in una stagione di riflusso come l’attuale – con i fascisti al governo – si debba ripartire anche dalle tappe e dai risultati significativi di un passato non troppo lontano, difendendo con forza quelle roccaforti di democrazia costituzionale e di antifascismo costituite dalle case del popolo e dai circoli Arci. Per passare da lì al contrattacco e riconquistare quell’egemonia – culturale prima di tutto – nella società che è indispensabile, insieme alle lotte e ai movimenti, per dar vita a una reale svolta politica.

L’esperienza delle 150 ore, conquistate per la prima volta col contratto dei metalmeccanici del ’73, meritano un discorso a parte. Come è accaduto per molte conquiste di quegli anni, il loro prezioso lascito è stato inghiottito nella voragine degli anni ’80.