Più di 800 studenti dell’Università di Torino sono stati costretti a lasciare dal 3 al 26 gennaio il loro posto letto, ottenuto partecipando a uno specifico bando di concorso. Motivo: garantire un’idonea collocazione in città a una parte degli atleti e dello staff delle Universiadi che in questi giorni hanno raggiunto o stanno raggiungendo Torino.
A chi solleva seri dubbi sulla legittimità e, soprattutto, sull’opportunità di questa malaugurata scelta compiuta dal Consiglio di Amministrazione dell’Ente regionale per il diritto allo studio (EDISU) si risponde con una serie di argomenti, che già nella loro formulazione rivelano la prospettiva sbagliata da cui ci si è mossi, creando così un notevole disagio proprio a studenti e a studentesse che dovrebbero, per il nome stesso dell’ente, essere i soggetti maggiormente tutelati.
Il primo argomento riguarda il bando stesso di assegnazione dei posti nelle residenze e la clausola “vessatoria” in esso contenuta. Le studentesse e gli studenti a cui fosse stato assegnato un posto in tre specifiche residenze (Villa Claretta, Lingotto, Olimpia) dovevano accettare lo “sfratto” dal posto ottenuto nel periodo di svolgimento delle Universiadi. Ovviamente, nella situazione attuale che registra una grave carenza di posti nelle residenze universitarie e un pesante onere da sostenere per pagare gli alti affitti richiesti per le strutture private, i concorrenti hanno accettato per non essere penalizzati e godere della “priorità di assegnazione presso una di queste strutture, indipendentemente dalla posizione in graduatoria”. Ci si potrebbe anche chiedere se questa parte del bando non fosse viziata da profili di illegittimità. Comunque, anche se possono esistere dubbi dal punto di vista strettamente giuridico, dal punto di vista dell’opportunità l’iniquità della condizione proposta è del tutto evidente.
Un’altra osservazione, sbandierata anche sui social dai sostenitori di questa sistemazione degli ospiti delle Universiadi, è la seguente: in questo periodo non si svolgono attività didattiche e, quindi, studenti e studentesse possono starsene tranquillamente nei loro luoghi di residenza. Un’affermazione errata e miope. Infatti: questo periodo è, comunque, un periodo di preparazione degli esami e di acquisizione dei crediti, indispensabili per chi deve mantenere il posto letto nell’anno successivo. Inoltre, la vita accademica deve auspicabilmente rappresentare qualcosa di più e di diverso dalla routine lezioni-esami. Ad esempio, si potrebbe anche “arditamente” considerare la necessità di frequentare laboratori e biblioteche.
Il terzo argomento a favore dello “sfratto” è di natura economica. Agli studenti e alle studentesse è stata data la possibilità di fruire di sistemazioni alternative e, ove non abbiano ritenuto opportuno avvalersene, viene loro corrisposta la cospicua cifra di 8,18 euro al giorno.
Si deve anche aggiungere che, nel bando stesso, EDISU si era impegnata a collaborare attivamente con gli studenti e le studentesse per minimizzare il possibile disagio. Il disagio, invece, è stato ed è notevole, non essendoci stata la necessaria sensibilità che avrebbe permesso, a fronte di una scelta profondamente sbagliata, di rimediare in parte all’errore. I traslochi hanno dovuto essere compiuti in tempi rapidi, gli scatoloni contenenti gli effetti personali sono ora accatastati negli spazi comuni delle residenze. Le sistemazioni alternative sono scomode, prevedono fino alla presenza di quattro persone (che possono anche non essersi mai viste prima) in una stanza e spesso sono situate in luoghi da cui è difficile raggiungere le sedi universitarie. Inoltre, è stata chiusa la mensa Olimpia, che in tempi normali viene anche utilizzata come aula studio. Quanto ai 8,18 euro sbandierati come rimborso, la cifra corrisponde alla parte di contribuzione giornaliera, ovviamente assai inferiore al costo complessivo, trattenuto a chi fruisce di un posto nelle residenze. Condizione che per gli studenti e le studentesse ospitati a Villa Claretta, a Olimpia, a Lingotto nel periodo compreso dal 3 al 26 gennaio non si verifica.
Insomma, il bando e la sua penosa applicazione stanno creando un disagio grave a molti giovani, proprio a quelli e a quelle a cui la Costituzione e, in particolare, l’art. 34 della stessa garantiscono l’accesso ai più alti gradi degli studi. Un disagio che si sta cercando di segnalare con numerose prese di posizione, tra cui una petizione diffusa all’interno della comunità accademica che ha raggiunto centinaia di firme, e che verrà ulteriormente sottolineato nelle manifestazioni dei prossimi giorni. Un disagio a cui si dovrà, in ogni caso, cercare di porre qualche, seppur tardivo, rimedio, con appositi provvedimenti degli organi centrali dell’ateneo, tra cui sarebbe auspicabile inserire una modifica temporanea del numero di crediti necessari per mantenere il posto nelle residenze.
Ma non basta. La scelta improvvidamente compiuta da EDISU ha messo anche in risalto qualcosa di profondo e grave: il mancato riconoscimento dell’importanza dell’autonomia residenziale dei giovani. Come sottolinea giustamente Francesco Billari (Domani è oggi, Egea, Milano, 2023, p. 59-60) l’ Italia si sta arroccando su una scelta familistica, in cui l’università deve andare a casa dello studente, che rimane a vivere nella famiglia di origine, in tal modo favorendo anche l’espansione delle università telematiche. La scelta alternativa consiste invece nel prevedere che gli studenti lascino la casa dei genitori e vivano pienamente la vita dell’università: «Non più un’università fatta solo di lezioni ex cathedra […], libri da studiare ed esami da dare, ma una comunità di crescita, di studio e ricerca, che si basa su uno scambio continuo di esperienze e di stimoli».
Una scelta che richiede impegno e investimenti, un lungo percorso che, anche se tardivamente, l’Italia deve riuscire a imboccare senza ulteriori esitazioni. E, per tornare alla malagestione delle residenze torinesi, senza subordinare i diritti degli studenti e delle studentesse alle necessità economiche di manifestazioni che con il diritto allo studio non hanno proprio nulla a che fare.

Che l’università sia per gli studenti che possono frequentarla e viverla in presenza dovrebbe essere chiaro a tutti e quindi non solo corsi online, non università portata a casa dello studente. Ma un’esperienza di libertà e di emancipazione da sostenere sempre.