Liberi di vivere, liberi di morire

Affrontare il tema del fine vita, del suicidio assistito, dell’eutanasia è una necessità avvertita in modo diffuso. Con il corollario della previsione di una assistenza di strutture pubbliche al momento della morte volontaria. Mentre in diversi Paesi è stata introdotta una regolamentazione al riguardo, la situazione in Italia resta caratterizzata da una notevole dose di ipocrisia e da un’intollerabile inerzia del Parlamento.

Il diritto di morire

Il suicidio assistito è attualmente consentito, a seguito di un primo intervento della Corte costituzionale, in caso di patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili per il paziente, sua capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, dipendenza del paziente da trattamenti di sostegno vitale. Nella inerzia del legislatore, è di nuovo la Corte a estendere e razionalizzare quest’ultimo requisito.

L’impasse del fine vita: l’aiuto a morire tra referendum e legge

La vicenda di “Mario”, il primo malato in Italia ad aver ottenuto il via libera per l’accertamento delle condizioni che consentono l’aiuto al suicidio e un parere favorevole del Comitato etico, ripropone in modo pressante il tema della disciplina del “fine vita” su cui si intrecciano un possibile referendum di incerta portata e un confronto parlamentare all’apparenza senza sbocchi.

Suicidio assistito: un problema rimosso

Cinque anni fa è stato presentato in Parlamento, sorretto da 70.000 firme, un disegno di legge per introdurre nel nostro Paese la possibilità di accedere alla “dolce morte”. Ma sino ad oggi non c’è stata sul punto alcuna discussione. Mentre sono centinaia quelli che chiedono di poter andare a morire in Svizzera…