Giorgia Meloni non è diversa dalla sua base

Giorgia Meloni non è diversa dalla sua base. Non può esserlo. Perché, come dimostra ogni giorno, l’identità fascista è la sua identità e perché, oggi come cent’anni fa, il disegno reazionario di svuotamento delle democrazie dall’interno ha bisogno anche dei simboli, delle immagini, dei colori, degli slogan, delle canzoni e della paccottiglia semiotica esibita dai suoi epigoni.

Giorgia e le sue trappole

L’esito elettorale sembra avere dato ulteriore legittimazione a Giorgia Meloni ma, in realtà, la sta mettendo di fronte a pesanti contraddizioni. Il suo presentari come “destra anti-sistema” regge sempre di meno mentre il suo governo si rivela intraneo al sistema e legato al carro dei capitalisti corruttori, della burocrazia di Bruxelles, dei banchieri di Francoforte, dei finanzieri con sede a Lussemburgo e della NATO.

“Giorgia”: una candidatura e quattro inganni

Giorgia Meloni “scende in campo” per le elezioni europee cumulando, insieme, quattro inganni: si candida come capolista in ogni circoscrizione a puro titolo di “acchiappavoti”, sottrae tempo ed energie all’attività di governo, indebolisce la componente femminile delle proprie liste, corona l’operazione chiedendo un voto con il solo nome di battesimo così rivelando un delirio populistico da caudillo sudamericano.

Io non sono Giorgia: donne, linguaggio, potere

L’Italia ha “finalmente” un presidente del Consiglio donna. Peccato che il dato biologico non corrisponda a quello politico. Meloni stessa ha sgombrato il campo dagli equivoci, quando ha postato un video in cui, ammiccando, esibiva due meloni. Il gesto non è solo la riprova di quanto la volgarità paghi nella politica italiana ma segnala anche l’adesione al peggior modello machista.