Il calcio italiano è fallito, ma finge di non accorgersene

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Il calcio italiano è fallito. Ma non lo sa. O meglio fa finta di non accorgersene, protetto dagli apparati statali che lo ritengono e lo difendono come un bene primario (non sarà l’obsoleto “oppio dei popoli” in revisione contemporanea?). Quando l’allora premier Mario Monti, a titolo di provocazione, ventilò l’ipotesi di sospendere per un anno il campionato di calcio non venne neanche preso in considerazione, altro che preoccupazione di rompere il giocattolino|!

Tutto sta nelle cifre. Partendo dal picco della Juventus, il club più peccatore e incurante dei regolamenti (così definibile per la sproporzione tra entrate e uscite nell’ultimo biennio), che ancora non si è ripresa dal falso affare dell’ingaggio di Ronaldo, è stata pluri-sanzionata con penalizzazione della società e squalifiche per i suoi maggiorenti e presenta un conto economico che imporrebbe almeno il successo in Champions League. La più popolare squadra italiana sta solo ora cercando di redimersi attraverso la valorizzazione dei giovani, l’ondata della Next gen, ragazzi come Fagioli e Savona che, con un esiguo curriculum, approdano in nazionale facendo balenare, se saranno venduti, il miraggio del risanamento.

Ma veniamo, appunto, alle cifre che sostengono l’assunto del fallimento in atto. È una situazione obiettiva di fronte alla quale la Federazione Calcio, il Ministro dello Sport, il Governo stesso fanno le scimmiette (“non vedo, non sento, non parlo”). Il calcio italiano è il più ricco d’Europa? Il campionato italiano è il più competitivo del vecchio continente? La risposta a queste due domande è un secco no. Nel mercato che si è chiuso il 31 agosto (curiosamente a torneo già iniziato) la serie A ha speso 750 miliardi, seconda solo alla Premier League e, dunque, più degli omologhi campionati francese, spagnolo e tedesco, per citare solo modelli che attualmente ci battono. Il calcio vive abbondantemente al disopra delle proprie possibilità e conferma l’adagio invalso nello sistema profondo statunitense: too big for fail (“troppo grande per fallire”). È su questa convinzione (errata), per esempio, che la Roma travalica i prontuari internazionali di spesa e si vede penalizzata con due milioni di euro.

C’è, dietro questa politica, molta demagogia. I quotidiani sportivi soffiano sul fuoco ed esaltano la pratica indiscriminata di acquisti, mai sollecitando una riflessione sui limiti di spesa. Un calcio truccato e dopato da plusvalenze fittizie, non sempre sanzionate, che ha vissuto il caso delle false fideiussioni, di Calciopoli, di varie forme di calcio-scommesse, non ha metabolizzato la lezione e continua a vivere borderline, incurante del valore dei vivai, dell’aspetto sociale del football, di un tifo non da ultrà, viziato dagli introiti dei diritti televisivi (una bolla che si può sgonfiare da un momento all’altro visti i problemi che sta vivendo Dazn e l’irrisolta pirateria audiovisiva). Se poi si parla di qualità, non si può tacere che alcuni pezzi pregiati (la nostra argenteria) si sono trasferiti all’estero. Non giocano più in Italia Zirkzee, Calafiori, Tonali, Chiesa, Milinkovic. In compenso viene salutato come un profeta a Roma, il tedesco Hummels che ha 36 anni, cioè un’età da pensione calcistica. Tornando alla Juventus, il club bianconero sul mercato ha incassato 118 milioni e ne ha spesi 199 con un saldo passivo di 81 milioni. Come fa John Elkann a tollerare tutto questo, ovvero la dissennata gestione di Andrea Agnelli, rimane un autentico mistero. Ma peggio ha fatto il Napoli che registra un -125 (milioni) e ha perso il suo giocatore migliore, Osimhen.

Per trovare piccole necessarie virtù dobbiamo rivolgersi ai bilanci di Cagliari, Venezia, Monza, Empoli. Club che evidentemente giocano un altro campionato rispetto ai club prima citati.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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