Il disegno di legge governativo relativo all’istituzione della filiera formativa tecnologico-professionale, recentemente approvato in sede referente dalla Commissione Cultura della Camera (dopo essere stato approvato dal Senato), non è una novità assoluta. Era nell’aria da molto tempo, e non solo per volontà di pseudo ministri leghisti o para-fascisti. In realtà è una variante di un leitmotiv caro a certa cultura piddina, social-liberista, amante della razionalizzazione di stampo capitalistico del sistema d’istruzione: “rispondere alle esigenze del settore produttivo nazionale secondo gli obiettivi del piano nazionale dell’industria 4.0”. Declinato su variazioni più o meno omogenee, la sostanza delle riforme attuate o ventilate viene da lontano, dall’assalto alla scuola pubblica, quella della Costituzione, libera da ingerenze, autonoma rispetto all’agone dei contrastanti interessi in campo, in cui il sapere è fine a se stesso e ha come unica e ultima destinazione la formazione di persone critiche, liberamente pensanti.
Certo la scuola della Costituzione ha costituito un orizzonte ideale, più che una realtà attuata nella materialità della vita degli istituti scolastici. All’appuntamento con Valditara giunge un sistema scolastico certamente logoro, usurato, che ha perso molti punti di riferimento, svuotato nelle sue aspettative, corroso da mancanza di risorse. I docenti continuano a essere reclutati in modo bizzarro e arbitrario (dai concorsi sullo scibile umano a quelli a crocette, alle sanatorie, ai corsi abilitanti a pagamento ecc.), preferibilmente precario; sono insufficientemente supportati nell’espletamento del loro lavoro, divenuto negli anni sempre più burocratico e formale; vengono investiti da aspettative famigliari e sociali a cui non sono più in grado di corrispondere, rinchiusi in una solitudine impotente. Gli organi collegiali sono divenuti simulacri ossificati di quella che avrebbe dovuto essere una cogestione partecipata delle componenti del processo formativo.
Nella hit parade degli avvelenatori della scuola pubblica ha troneggiato la cosiddetta “buona scuola” di Renzi, all’epoca segretario nazionale del PD, madre di tutte le miscele più corrosive: la managerializzazione dei presidi, gettati sul mercato alla ricerca di sponsor privati, utenti e docenti da scegliersi in autonomia negli albi territoriali, in ufficiale deroga ai finanziamenti statali, alle graduatorie pubbliche, a paradigmi di trasparenza e di controllo; lo school bonus e le detrazioni per la famiglie che avessero optato per le paritarie; la premiazione con un bonus di qualche centinaio di euro dei docenti ritenuti da un dirigente scolastico migliori. Insomma la logica degli incentivi, discrezionali, una tantum, ha preso il posto di diritti uguali per tutti. Faceva capolino la divisione dei lavoratori della scuola, all’uguaglianza nella legge e davanti alla legge subentrava l’arbitrio, alla cogestione la competizione. Soprattutto la “pessima scuola” di Renzi introduceva la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, vale a dire l’effettuazione di 400 ore di tirocinio negli istituti tecnico-professionali e di 200 ore nei licei, cioè lavoro giovanile gratuito, pur sotto la veste dell’esperienza professionalizzante. Oggi queste ore sottratte alla conoscenza si chiamano con terminologia altisonante PCTO, “percorsi per il conseguimento di competenze trasversali e per lo sviluppo della capacità di orientarsi nella vita personale e nella realtà sociale e culturale”: restano obbligatori, sono condizione per l’ammissione agli esami di Stato, “non possono essere considerati come un’esperienza occasionale di applicazione in contesti esterni dei saperi scolastici, ma costituiscono un aspetto fondamentale del piano di studio”(legge n. 145/2018). Attraverso l’accoglimento della Raccomandazione del Consiglio del Parlamento Europeo (22 maggio 2018), che invitava a riprogettare la didattica a partire dalle competenze trasversali, funzionali a definire un progetto concordato per la soluzione di un problema, coi PCTO viene perseguito l’obiettivo di sviluppare le attività imprenditoriali “così come effettivamente presenti nella realtà, naturalmente con l’apporto fondamentale del territorio (aziende, enti culturali, professioni etc.)”.
In questo contesto il disegno di legge Valditara sguazza a suo agio nella melma dei picconatori del sistema formativo pubblico. Aumenta le ore di PCTO, l’apprendistato è anticipato a 15 anni, affida la definizione dei contratti di prestazione d’opera dei giovani studenti ad accordi di partenariato con i soggetti del sistema delle imprese e delle professioni; inserisce i privati (sempre le imprese) nella programmazione dell’offerta formativa, nelle attività di insegnamento e formazione, nonché di “addestramento” in attività laboratoriali; regionalizza il sistema formativo, in ossequio all’autonomia differenziata; riduce di un anno la formazione scolastica; acuisce la natura classista della scuola, che prevede percorsi troppo differenziati per chi proviene da classi povere rispetto a quelli destinati ai ceti più abbienti.
Proprio ciò che chiedevano da tempo le imprese. Sono le pre-condizioni dell’industria 4.0, appunto. Ne Il coraggio del futuro. 2030-2050, libro dei sogni di Confindustria, sono elencate le pretese del mondo imprenditoriale rispetto al sistema formativo italiano, che i suoi picconatori, ancor prima che il testo formalizzasse le richieste, calati nello spirito che muove gli imprenditori, da Moratti, passando per i Fioroni-Gelmini-Profumo-Renzi/Giannini-Bianchi, sino a Valditara, hanno perseguito come una mission possible. Le azioni necessarie secondo Confindustria devono porre la scuola al servizio dell’impresa. Punto. Dunque includere: la valorizzazione della didattica delle competenze, di carattere aziendale, o comunque adeguate al mercato del lavoro, da attuarsi attraverso l’uso combinato di lezioni in aula, lezioni su piattaforma digitale, partnership pubblico-privato; la riproposizione del mix, costituito da digitale, valutazione standardizzata, idea di mercato; l’elaborazione e la realizzazione di un piano nazionale per l’orientamento, in collaborazione con le associazioni datoriali, già dalla scuola secondaria inferiore, che offra a giovani e famiglie informazioni puntuali sull’offerta formativa, anche in funzione degli sbocchi professionali; la transizione tra scuola e lavoro, per il cui scopo deve essere superata l’ottica tutta italiana del “prima si studia, poi si lavora”, per migliorare il collegamento tra sistema educativo e sistema produttivo; il potenziamento, nel periodo di istruzione secondaria superiore, della metodologia dell’alternanza scuola-lavoro sia nell’ambito didattico dei PCTO sia nella forma contrattuale dell’apprendistato duale (che consente di acquisire, studiando e lavorando, un titolo di studio); l’istituzione delle “Reti Scuola-Impresa”, piattaforme collaborative di governance tra scuola e imprese, riconoscibili dall’esterno e con loro personalità giuridica, che permettano di sviluppare partnership strutturate che durino nel tempo, anche dal punto di vista finanziario; lo sviluppo della seconda gamba professionalizzante dell’istruzione terziaria, ovvero di un sistema Higher-VET italiano costituito, sul modello degli ITS, da istituzioni terziarie professionalizzanti che si caratterizzino per la partecipazione delle imprese alla co-progettazione dei percorsi e alla governance, laboratorialità e flessibilità didattica, robuste dosi di formazione sul lavoro, un’offerta formativa tarata sui fabbisogni di competenze dei territori; la predisposizione, sul fronte dell’università, di sistemi d’incentivi retributivi per favorire la motivazione e la produttività del corpo docente universitario nell’ambito del rapporto università-imprese. Inoltre l’incentivazione delle esperienze lavorative durante gli studi universitari attraverso l’introduzione di formule semplificate per la formazione in azienda (tirocinio, apprendistato di terzo livello), per anticipare i tirocini e i praticantati durante i corsi universitari e per favorire la diffusione dei summer job.
Appare dunque con grande evidenza che sta finendo un’epoca, quella della scuola pubblica, definita dalla Costituzione. Ne mutano la natura, la finalità, la funzione, la governance. Il sistema scolastico deve ormai formare soggetti adatti al mercato del lavoro, capaci di essere flessibili rispetto alle esigenze e ai cambiamenti nell’organizzazione del lavoro, appendici adattabili ai processi di ristrutturazione aziendali, e al contempo formare la futura classe dirigente, omogenea al sistema economico-produttivo, incentivabile, mercificabile, competitiva. Manovalanza e managerialità costituiscono i due poli all’interno dei quali offerte formative diversificate sono finalizzate a mantenere le divisioni sociali in funzione della divisione del lavoro su base di classe, di genere, di etnia.
L’assalto è condotto alla cultura, ai contenuti concettuali, alle metodologie, alle implicazioni culturali dei vari saperi, alla loro stessa struttura epistemologica. Draghi e Bianchi si espressero apertamente contro lo specialismo delle materie, contro l’impianto disciplinare dei saperi, a favore della professionalizzazione precoce. Vengono avanti, in nome della religione del profitto, la decostruzione del pensiero discorsivo, con la sua prerogativa argomentativa e dialettica, la sua capacità critica e problematizzante; la marginalizzazione dello studio; l’irrilevanza dei libri; la banalizzazione dei saperi ridotti a nozionismo crocettaro della peggior specie; un’idea di sapere inteso come “cassetta degli attrezzi”. Viene colpito al cuore il carattere di gratuità della conoscenza, la sua non finalizzazione ad alcunché che non sia l’arricchimento interiore, che non ha alcun fine se non quello di formare persone dotate di strumenti di critica dell’esistente.
La cultura invece, insegnata o appresa nella scuola, dovrebbe avere la funzione di impegnare e orientare nella costruzione di sé e del mondo attorno a sé. Da cosa la si riconosce? Dalla sua capacità di fornire gli strumenti per smontare la realtà stessa dal suo interno, di costituire insomma una forza di resistenza alla realtà. Esattamente il contrario della scuola al servizio dell’esistente, iniquo, violento, competitivo, distruttivo, delineato da quei pochi che ne hanno concentrato su di sé il potere.

Articolo eccellente, il progetto di cui parla, ora divenuto realtà, è ripugnante e inquitante. Parlo da insegnante in pensione, ho insegnato anche nei tecnici e si poteva fare un ottimo lavoro, 40 anni fa , insegnando italiano e storia. La scuola aveva i suoidifetti, certo, ma la libertà garantita dalla Costituzione era esigibile di fronte a tutti: presidi, ministeri, famiglie. Bastava volerla affermare. In questa scuola dei finti manager e dei veri sfruttati non c’è più spazio di libertà. Gli insegnanti non sembrano reagire, come pugili suonati, ma diciamo la verità, la catastrofe riguarda tutta la società, non solo chi lavora nella scuola e, se nessuno di muove, cosa possono fare ? Divisi, messi sotto accusa, ricattati con quattro soldi…Cosa possiamo fare, come società civile, come democratici per opporci a questo misfatto ai danni dei giovani che, come lei dice giustamente, ha radici lontane, nei progetti della P.2, aggiungo io? Come possiamo combatterlo? Bisognerebbe pensarci.
Grazie, intanto, per aver messo a fuoco con tanta precisione il problema.
Sì, ma ora il disegno liberista della scuola, in atto da decenni si fa reazionario, si infarcisce di ideologia. E’ un progetto rivolto al solo futuro, un futuro inventato e illusorio, senza dare sostanza al presente di milioni di giovani a cui si fanno mancare gli strumenti per conoscere e interpretare il mondo che stanno attraversando oggi. Si passa dalla formazione all’addestramento, dalla responsabilità sociale a quella individuale, il rispetto della persona è sostituito dal rispetto delle regole, la storia si fa identitaria e patriottica, la geografia del mondo è camuffata da quella locale, lo studio delle scienze lascia il posto allo studio delle tecnologie, nelle scuole entrano le forze armate e le imprese diventano agenti formativi. Sappiamo che questo è lo specchio della società che si è andata formando a cavallo dei due millenni: individualista, dipendente (dalle tecnologie, dalle droghe, dal gioco), ansiosa, aggressiva, narcisista e disperata, cioè senza speranze per il futuro, perché invece di desiderare consuma, consuma tutto all’istante. Ma ostinati chiediamo alla scuola e all’università di preparare alla conoscenza e comprensione del mondo e della sua complessità materiale e culturale: corpi, storia, linguaggi, spazi, scienze, tecnologie per la formazione di un pensiero critico capace di dare autonomia oggi alle persone e domani ai cittadini.