Crans-Montana: il dolore tra giustizia e speculazione politica

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La notte di San Silvestro si è rotto un incantesimo. Quello delle vite spezzate di più di quaranta ragazzi e ragazze, quello della spensieratezza irreversibilmente segnata di chi della tragedia è stato testimone, quello della percezione di una Svizzera previdente e rassicurante. Abnormi sono le responsabilità umane, politiche, istituzionali, giuridiche dei protagonisti di questa vicenda: misure di sicurezza non approntate, controlli non effettuati, dimissioni non rassegnate, indagini inadeguate. Era normale – è normale – l’indignazione, la rabbia, la sete di verità e giustizia. Era normale – è normale – pretendere diligenza, comprensione, zelo esemplari. Di tali aspettative, non è stata agguantata neanche lontanamente la soglia minima da parte delle competenti autorità di un Paese che avrebbe nel suo DNA – su cui ha costruito la sua fortuna planetaria – l’efficienza, l’organizzazione, la sicurezza. La Svizzera è, tra le sue sorridenti valli che cingono opulenti centri finanziari ed economici, un Paese dopotutto semplice, per quanto articolato. Un patto di fiducia tra cittadini e istituzioni, fondato su un diffuso senso delle regole nella comunità e una capacità di equilibrio politico-economico, garantisce un solido benessere non frutto casuale del destino, ma di radicati fattori culturali, sociali, civici.

Eppure, il rogo nel cuore di Crans-Montana induce a riflettere oltre l’eclatante fatalità deflagrata in un sistema locale di mala gestione pubblica e privata. Nelle testimonianze di una incresciosa degenerazione di falle sia prima che dopo i fatti, si insinua il legittimo timore di una leggerezza di comportamenti adagiata su ricchezze, prassi, certezze date per acquisite e – per questo motivo – fatalmente meno esposte alla sana pressione della vigilanza, dell’allerta, della verifica, del rinnovamento, del dubbio. La mancanza di dubbio – ingrediente irrinunciabile di crescita e difesa per individui e comunità – è, forse, una delle grandi premesse anche di quanto si è verificato la notte di Capodanno, che ha rubato tra le fiamme dell’inferno figli incolpevoli di frequentare un agiato angolo di Paradiso della Terra. Se questa premessa ha un suo senso, aiuta forse a decifrare, nell’incredulità generale, atteggiamenti sufficienti, opachi, inconcludenti, conniventi o criminali – sarà la giustizia a rivelarne le sfumature – di imprenditori rapaci, amministratori pubblici ciechi, autorità investigative impreparate. Di fronte all’improvviso crollo di un castello dalle fondamenta di sabbia, si comprende la veemente (e scontata) rivendicazione da parte della gente comune – toccata nei suoi nervi più sensibili e profondi, la vita dei propri ragazzi e ragazze – di rassicurazioni sulla chiarezza e speditezza nei metodi di indagine.

Senza troppe sorprese, il clamore della tragedia e la portata delle responsabilità hanno incattivito larghissime fasce di un’opinione pubblica famelica di conflitto. Parole d’odio e sentimenti di rivalsa, se sono segno ormai patalogico dei nostri tempi, in questa occasione accendono in maniera ancor più perversa gli animi di una parte d’Italia forse troppo spesso abituata a sedere al banco degli imputati e invece, per una volta, titolata a chiedere ragione a muso duro a qualcun altro, fosse anche un Paese così prossimo per ragioni geografiche, storiche, in parte culturali, certamente economiche e sociali. In questo clima di risentimento popolare e tensione mediatica a cavallo delle Alpi, come sempre cinicamente attenta ai mal di pancia del Paese, la Presidente del Consiglio Meloni – e, con lei, il ministro degli Esteri Tajani – non perde occasione di accarezzare gli umori e sfoggiare manie di protagonismo, tanto populiste quanto inutili e, ancor peggio, nocive.

Il richiamo dell’ambasciatore italiano a Berna – non come simbolica forma di protesta verso la decisione della magistratura vallesana di rilasciare su cauzione il gestore del locale “Le Constellation”, ma come duratura leva di pressione per pretendere indagini congiunte (previste dal Secondo protocollo addizionale alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale) – rappresenta un cortocircuito politico-istituzionale-diplomatico-giurisdizionale che nasce simbolicamente nell’incendio di quella notte ma che – sia detto con la massima accortezza nei confronti delle vittime e le loro famiglie – volge indegnamente lo sguardo al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026. L’interferenza aggressiva del Governo verso le scelte di giudici di un altro Stato – accompagnata da roboanti dichiarazioni pubbliche e tradottasi in atti diplomatici formali – è l’ennesimo urlo di guerra contro la magistratura come potere in sé, voluta appannaggio dei dettami della politica. Con il paradosso di aver, poi, nel caso di specie, fornito l’occasione di qualche appunto sulla separazione dei poteri da parte delle autorità di un Paese in cui – cortocircuito nel cortocircuito – quegli stessi magistrati tacciati di incapacità e irresponsabilità sono, per i meccanismi di nomina locali, risultato di una squisita spartizione di potere politico tra i partiti da cui sono eletti (e a cui, come forma di riconoscimento e finanziamento, versano per prassi regolari “onorari di mandato”).

È dovere civico e intellettuale provare a leggere in prospettiva le posture dei propri rappresentanti, per pesarne onore e dignità di comportamento alla luce della posta in gioco. Che è quella dei rapporti con un Paese amico, della credibilità internazionale dell’Italia, delle sensibilità dei numerosissimi connazionali oltreconfine, dell’attenzione per la giustizia come valore in sé e, non in ultimo, del rispetto per la sofferenza delle persone direttamente coinvolte tra cui – ricordiamo – sono presenti diverse nazionalità, a partire da quella svizzera in maniera largamente maggioritaria. Le tragedie sono una cosa terribilmente seria, la politica sia quindi all’altezza. La fermezza si accompagna più facilmente alla sobrietà dei toni che alla minaccia dei ricatti. Il dolore delle famiglie si onora con l’impegno nel funzionamento dei meccanismi di cooperazione investigativa e processuale, non con la spettacolarizzazione mediatica. L’eco straziante delle vittime – a distanza di settimane – urla raccolto silenzio, non frastuono scomposto e sguaiato.

La ricerca della verità e della giustizia necessita del capo chino sui fascicoli di un magistrato attento a ottenere la massima collaborazione transfrontaliera in sede giudiziaria, non degli occhi avidi di consenso di un politico. Lontano dal pericoloso crinale del perenne “l’un contro l’altro armato”, l’Italia potrà – forse – far buon uso di autorevolezza a garanzia di forme, procedure e fondamentali di diritto. Partendo dalla separazione dei poteri.

Gli autori

Andrea Pappalardo

Andrea Pappalardo è avvocato e vive a Ginevra. Anima “Blutopia: Forum Mediterraneo”, spazio di approfondimento giuridico di tematiche legate al diritto del mare.

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