Nel 2020 il filosofo giapponese Saito Kohei (1987) ha pubblicato Il Capitale nell’Antropocene (Einaudi, Torino 2024), che ha venduto più di 500.000 copie solo in Giappone. Il libro insieme a L’Ecosocialismo di Karl Marx (Tokyo 2017, Castelvecchi, Roma 2023), ha portato una ventata di rinnovamento degli studi sul pensiero di Karl Marx e invita a una nuova riflessione sui compiti della sinistra a fronte dello sfruttamento capitalista delle risorse del pianeta.
Presso il Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA) di Berlino, la più vasta collezione al mondo di scritti dei due filosofi, Saito ha lavorato sui documenti originali dell’archivio e ha esaminato in particolare la produzione dell’ultima fase della vita di Karl Marx, di cui restano abbozzi e studi preliminari, che non sono stati pubblicati in versione originale, nonostante la cura postuma di Frederich Engels.
Approfondendo l’archivio marxiano lo studioso giapponese propone tre fasi successive dell’approccio di Marx alla critica al capitalismo e al suo rapporto con l’ambiente. Nella prima fase, (1840-1850) quella più nota e caratterizzata dalla pubblicazione del Manifesto del partito comunista (1848), Marx appare eurocentrico e sostenitore del primato della produzione. In altri termini sottolinea il ruolo di avanguardia del capitalismo occidentale che, attraverso l’evoluzione tecnologica e l’organizzazione industriale ha portato allo sviluppo impetuoso delle forze produttive del suo tempo. In questo periodo Marx afferma che nei paesi più progrediti ci sono le condizioni per la rivoluzione che permetterà ai lavoratori di appropriarsi dei mezzi di produzione e di trasformare l’intera società secondo un modello di sviluppo basato sulla crescita economica e sulla equa ripartizione della ricchezza.
In una seconda fase, anch’essa nota (decennio 1860, pubblicazione del Il Capitale, Libro I) Marx studiando le tradizioni comunitarie della Germania medievale e di altre regioni del mondo, elabora una forma di “ecosocialismo” con il quale mette la crescita economica in relazione con il mantenimento delle risorse del pianeta, attraverso una sorta di “sviluppo sostenibile”. Inoltre abbandona la visione eurocentrica per riconoscere la possibilità per altre società di avanzare verso la socializzazione dei mezzi di produzione senza dover necessariamente passare attraverso la fase del capitalismo occidentale. Nei fatti è quello che succederà, almeno in parte, con la rivoluzione russa, con quella cinese e con le lotte anticoloniali.
C’è però una terza fase, sostanzialmente sconosciuta ai più (dal 1870 al 1880, Critica al programma di Gotha e Lettera a Zasulich), di cui resta documentazione anche in appunti e studi avviati ma non conclusi, in cui Marx elabora un “comunismo della decrescita”. In pratica, secondo Saito, nell’ultimo periodo della sua vita Marx studia con particolare interesse le condizioni di produzione e riproduzione delle risorse ambientali e afferma che soltanto con la fine della crescita economica e l’avvio di pratiche di sostenibilità è possibile pensare uno sviluppo futuro dell’umanità.
Saito considera incompatibile lo sviluppo capitalista con la lotta alla crisi climatica e in generale con il benessere dell’umanità come dimostrano i cambiamenti climatici, la diffusione delle epidemie, dell’inquinamento, l’esaurimento delle risorse naturali del pianeta. Nel suo libro lo studioso giapponese cita altri autori che parlano di ecologia e di disuguaglianza come Fredric Jameson, Thomas Piketty, Joseph Stigliz, ma che non pongono il vero problema, cioè superare il capitalismo. In molti riconoscono le ingiustizie di questo mondo, ma il problema, specialmente a sinistra, è che la politica non è in grado di offrire alcuna alternativa.
Dice Saito in un’intervista (Roma, 8 ottobre 2024): «Il punto non è che non ci siano politiche concrete, che certamente non ci sono, ma che ci manchi anche solo l’immaginazione per proporre qualcosa di radicale, ed è per questo che ho iniziato a scrivere questo libro. Penso che in termini di finanziarizzazione, di tecno-feudalesimo, di cambiamento climatico, la sinistra semplicemente non stia offrendo alternative, e questa situazione deve cambiare. Ciò che ho cercato di fare è fondamentalmente questo: dobbiamo sfidare il capitalismo e se vogliamo farlo, penso che Karl Marx sia ancora molto importante. Penso che uno dei motivi per cui abbiamo smesso di parlare di post-capitalismo sia che non leggiamo più Marx, quindi sono tornato a Marx. Ho cercato di mettere in relazione le sue idee con l’ecologia, e il comunismo della decrescita di cui parlo nel libro è il risultato di questo lavoro».
Per Saito il comunismo della decrescita non implica affatto un ritorno a un passato pretecnologico: «La decrescita è spesso fraintesa come un “ritorno alla natura” con le nostre vecchie tecnologie e così via. Questo è semplicemente molto poco attraente, da un lato, e dall’altro non è sufficiente per combattere il cambiamento climatico, perché siamo di fronte a una crisi enorme e abbiamo bisogno della tecnologia per combatterla. […] Non sono contrario all’introduzione delle energie rinnovabili, per esempio. Abbiamo bisogno di veicoli elettrici per decarbonizzare l’economia». Ma non si potrà risolvere la crisi climatica con la tecnologia: «Il capitalismo, ad esempio, produrrà veicoli elettrici più numerosi e grandi a scopo di profitto, e richiederà più pannelli solari e turbine eoliche. Questo è un modo semplicemente insufficiente per combattere il cambiamento climatico. Sembra attraente per le persone nell’UE o in Giappone perché vogliamo vivere come facciamo oggi anche in futuro, ma il problema è che questo tipo di massiccia produzione e consumo nel nord del mondo, per il bene della crescita, rafforzerà l’imperialismo ecologico coloniale – e quindi il dominio – sulle persone e sull’ambiente nel sud del mondo. Penso quindi che dobbiamo adottare un modo di vivere molto diverso, che chiamo decrescita. […] In termini concreti, abbiamo bisogno di veicoli elettrici, ma allo stesso tempo dobbiamo pensare a ridurre il numero di automobili reinvestendo di più nel trasporto pubblico o preparando la strada per muoverci in bicicletta o con tecnologie simili. Dobbiamo anche avere una relazione diversa con le altre persone, con la natura e con le comunità».
In ultima analisi il “ritorno a Marx” dei libri di Seito ha due ricadute a mio avviso molto interessanti: da un lato avvicinare i giovani che non conoscono altro che il capitalismo alla possibilità di immaginare un post-capitalismo basato sulla cura degli altri, della natura e sulla decolonizzazione e dall’altra aggiornare una vecchia concezione del marxismo che inglobi la questione ecologica al pari dei diritti e del lavoro. Il problema è che se da un lato Seito denuncia come insufficienti gli approcci green washing o individualistici (risparmio l’acqua, non uso la plastica, mangio poca carne ecc.), dall’altro il suo testo appare incerto sul problema pratico della costruzione politica. Seito sostiene il ruolo delle lotte sindacali, delle iniziative dal basso, delle occupazioni e delle autorganizzazioni della produzione, ma possono essere sufficienti? Con quali forme organizzative: partito, movimenti, alleanze ecc.? Su questo versante il libro non offre soluzioni pronte, ma può costituire un punto di partenza per la discussione e per costruire un’alternativa. Sta a noi lavorarci.
