Disfare l’Italia

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Un nuovo, prezioso, libro giunge ad arricchire la piccola biblioteca sull’autonomia regionale differenziata che – in scia al pioneristico Verso la secessione dei ricchi? di Gianfranco Viesti (2019) – sta andando formandosi negli ultimi mesi. Da pochi giorni è in libreria per i tipi di Guida editori Disfare l’Italia. I disastri della autonomia regionale differenziata, scritto dall’economista e columnist del Quotidiano del Sud Pietro Spirito.

Il libro si articola in quattro capitoli, incentrati prevalentemente, anche se non esclusivamente, sulle ricadute economiche che deriverebbero dalla ridefinizione dei rapporti tra lo Stato e le regioni a favore di queste ultime.

Ad aprire l’esposizione è un capitolo in cui, mescolando rigore analitico e corrosiva ironia, Spirito definisce i confini del suo studio, grazie all’analisi, rapida e incisiva, delle materie suscettibili di rimanere travolte dall’autonomia regionale differenziata (le oramai famose ventitré materie, articolabili in oltre cinquecento funzioni). Segue un’originale esposizione dei soggetti e degli oggetti che più avrebbero da patire gli effetti della differenziazione regionale (le aree interne, il Sud, il sistema delle imprese, l’ambiente, il territorio, la bandiera, il Parlamento, la Costituzione, i bambini, i giovani e gli anziani, i malati, i ricercatori) e una sapida carrellata delle “distopie padane” che verranno, un vero e proprio teatro dell’assurdo frutto della futuristica cronaca dall’“Anno I EAD – Era delle Autonomie Differenziate”. Siamo pronti ad avere regioni in cui – a tacer d’altro – a scuola s’insegna in dialetto, nei ristoranti si trovano solo piatti della tradizione locale, le grandi opere sono appannaggio delle aziende amiche dei presidenti, i condoni saranno la regola, l’autorità papale è osteggiata quale simbolo del centralismo romano, la nazionale di calcio si scinderà in due (Padania vs. Italia) e le squadre di club del Nord si sfideranno in un proprio campionato e nella Coppa Silvio Berlusconi?

Il secondo capitolo è dedicato all’impatto dell’autonomia differenziata sul sistema delle imprese. Evidenziando il peso oramai preponderante assunto dalle questioni economiche in ambito politico, Spirito inquadra l’autonomia differenziata come “una mossa difensiva” illusoriamente giustificata dall’esigenza di fronteggiare le conseguenze della globalizzazione ai danni delle economie europee (a partire da quella tedesca, cui è agganciato il sistema produttivo del Nord). Considerato che ben 13 delle 23 materie desiderate dalle regioni hanno ricadute in ambito economico, per le imprese italiane si prospetta un futuro irto di rilevantissimi problemi: complicazione burocratica, incertezza normativa, concorrenza territoriale. A risentirne sarà la capacità del Paese di attrarre investimenti dall’estero, e la stessa Unione europea potrebbe far valere problemi di compatibilità con il processo d’integrazione economica in atto. Particolarmente a rischio è la posizione delle imprese che operano su più regioni, le più forti: per loro il futuro s’incupisce ulteriormente, a causa dell’aumento dei costi che deriverà dal differenziarsi della normativa in materie quali i rapporti di lavoro, la sicurezza, le professioni, la previdenza complementare e integrativa, la protezione dell’ambiente, l’edilizia industriale, l’energia, i trasporti, le reti infrastrutturali, il commercio con l’estero. Nella gran parte dei casi, si tratta di ambiti in cui la dimensione statale già da tempo si è rivelata inadeguata a fronteggiare le dinamiche della competizione economica globale, richiedendo strumenti d’azione di livello continentale: come potremo cavarcela muovendo nell’opposta direzione del potenziamento delle linee d’intervento regionali?

Dopo aver approfondito la delicata questione del “peso” – in termini procedurali ed economici – degli apparati burocratici che zavorra l’attività d’impresa, e sottolineato come l’autonomia differenziata produrrà in molti casi una duplicazione delle strutture amministrative (dal momento che lo Stato dovrà continuare a svolgere le proprie funzioni nelle regioni che non le richiederanno), il terzo capitolo del libro affronta le conseguenze che la realizzazione del disegno regionalista avrebbe sul già traballante – e sempre più disuguale – sistema di welfare italiano. Appositi approfondimenti sono dedicati alla sanità, alle infrastrutture, ai trasporti, ai servizi pubblici, con tre questioni ad aleggiare minacciosamente su tutte: a) la rinuncia alla perequazione e al contrasto ai divari territoriali (condivisibilmente, l’autore parla di “cancellazione della questione meridionale”); b) il rischio di una nuova ondata di privatizzazioni in settori cruciali per la vita delle persone (la sanità su tutti); c) l’inganno rappresentato dai Lep (i livelli essenziali delle prestazioni) che dovrebbero essere realizzati a costo zero, una vera e propria cortina di fumo sollevata per nascondere la realtà dell’egoismo dei più ricchi. Particolarmente attenta è l’analisi del cruciale settore dei trasporti – con le questioni della pianificazione, degli appalti, degli investimenti, dei controlli di sicurezza –, cui Spirito ha dedicato una parte importante della propria esperienza professionale.

Il quarto capitolo si occupa, infine, del federalismo fiscale: secondo molti, il cuore della manovra politica guidata da Roberto Calderoli. Giustamente, Pietro Spirito afferma che coloro che puntano a intervenire sulle regole della finanza pubblica per trasformare l’assetto istituzionale italiano in senso federale operano «una torsione ideologica funzionale alla validazione di un disegno». Il fatto è che la Costituzione non prevede un assetto federale e ciò non può che vincolare anche gli assetti della finanza pubblica. Inoltre, l’articolo 119 della Costituzione prevede la necessità di interventi perequativi a favore del Mezzogiorno: interventi che i fautori del regionalismo differenziato rifuggono come un pericolo mortale. La ragione è chiara: se il perdurante criterio della spesa storica venisse finalmente archiviato, ingenti risorse dovrebbero essere investite nei territori – non solo del Sud – rimasti più indietro in termini di infrastrutture e prestazioni. Esattamente l’opposto di quel che propugna la Lega. Risulta, dunque, perfetta la frase di chiusura del libro: «il Sud e i territori deboli del Nord saranno gli agnelli sacrificali di questa democrazia piramidale che toglie ai poveri per dare ai ricchi».

Opporsi con tutte le energie disponibili a questo disegno scellerato è il dovere che grava su ogni cittadino che ancora si senta legato ai valori costituzionali: Pietro Spirito lo ha fatto con un libro ricco di argomentazioni originali e convincenti, che rappresenta un utilissimo strumento di supporto per le lotte che ci aspettano nei mesi a venire.

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020), "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021), "Spezzare l'Italia. Le regioni come minaccia all'unità del Paese" (Einaudi 2024) e, con Gustavo Zagrebelsky e Armando Spataro, "Loro dicono, noi diciamo. Su premierato, giustizia e regioni" (Laterza 2024). Collabora con «il manifesto».

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