L’attuale situazione mondiale ricorda quella degli Stati nazionali tra fine Settecento e primo Novecento. È un’analogia tra due dimensioni diverse, non certo una sovrapposizione lineare, ma ci sono dei punti di contatto. In entrambe le epoche, infatti, è in gioco il passaggio da un regime aristocratico plurisecolare a un’epoca di democratizzazione. Nel primo caso all’interno delle nazioni, nel secondo caso tra nazioni e aree del mondo.
In cinque secoli di capitalismo le relazioni internazionali sono sempre state basate sul dominio ‘aristocratico’ di una o poche grandi potenze. Come a livello nazionale le trasformazioni sociali della modernità resero insostenibile il dominio parassitario delle aristocrazie, oggi, a livello mondiale, sono cresciuti velocemente la ricchezza e il potere di nuovi attori. Cina, Brics e alleanze come quella che si è manifestata al vertice Sco di Shangai di settembre, occupano uno spazio analogo a quello che la borghesia occupò nei processi di democratizzazione nazionale, sono l’attore emergente che forza i confini dello spazio esistente e formula il progetto di una trasformazione delle istituzioni e delle forme politiche. In questo caso, il progetto riguarda le relazioni e le istituzioni internazionali, indipendentemente dal fatto che al proprio interno i singoli paesi siano definibili o meno come democratici. L’azione di questi nuovi attori sul piano mondiale non è una ‘sfida all’Occidente’ per imporre un nuovo dominio, ma una trasformazione in senso democratico delle relazioni internazionali, che assuma a livello istituzionale, giuridico e politico una redistribuzione di ricchezza e potere già in corso e irreversibile. La vecchia ‘aristocrazia’ euro-anglosassone non può né guidare questo processo né, per la prima volta dopo cinque secoli, aspirare a un ruolo egemonico. Deve scendere dal trono. Come i processi ottocenteschi, nemmeno quello attuale è lineare e pacifico. Guerra, guerra economica e tentativi di evitare con l’autoritarismo il processo di democratizzazione sono e saranno in corso.
Un secondo elemento di analogia tra le due epoche riguarda l’ideologia. Illuminismo, Rivoluzione francese, rivoluzioni e grandi movimenti sociali contribuirono alla crisi dell’ideologia di Antico regime, basata sul diritto naturale e divino dell’aristocrazia di governare la società e della Chiesa di governare anime e conoscenza. Oggi, l’ascesa del Sud globale mette in questione l’ideologia anglosassone del dominio assoluto del profitto sulla società, sulla politica e sulla vita – anche le potenze emergenti sono in diverse forme capitalistiche, ma in alcune di queste, come la Cina, la politica mantiene il primato sull’economia – e il suprematismo occidentale, latente o esplicito. Non c’è oggi un’ideologia alternativa a quella esistente, così come non c’era alla fine del Settecento, anche se era in gestazione. In entrambi i casi la rappresentazione tradizionale del mondo è diventata insostenibile, anacronistica e dannosa per tutte le parti, ed è necessario, ora come allora, che intellettuali, forze politiche e forze sociali concorrano a crearne una nuova.
Un fattore importante di messa in moto della democratizzazione ottocentesca fu la divisione tra le vecchie élites. Questa divisione c’è anche nel mondo attuale, lungo diversi assi: tra Europa e Usa (come divergenza oggettiva di interessi, anche se l’Unione europea sembra lavorare più per gli interessi Usa che per i propri), tra aree e nazioni europee, tra classi sociali e forze economiche (come tra finanza e industria, sempre più indistinguibili, cosa che porta al soffocamento della seconda e della società nel suo insieme). Vecchie fedeltà, come quelle di alcune grandi nazioni del Sud globale nei confronti degli Usa, si indeboliscono o si sfaldano.
Rispetto all’epoca Settecento-Novecento, nella grande trasformazione odierna mancano però due fattori fondamentali: i popoli e l’azione politica popolare. La grande trasformazione odierna si svolge quasi in assenza di popoli, se intesi come soggetto. Certo, nel mondo (e forse di nuovo anche in Italia, dopo la grande mobilitazione per la Palestina) esistono campagne, movimenti, proteste, conflitti a volte anche estesi e forti, ma i grandi processi attuali, pur implicando una democratizzazione di fatto degli assetti mondiali, sono guidati da immense forze elitarie: grandissimi stati, grandissime imprese, enormi forze finanziarie, apparati militari.
L’epoca contemporanea è l’epoca del verticismo. Nella dimensione economica e geopolitica. In quella politica, interna agli stati (in tutti i continenti, compreso il nostro, nonostante la retorica democratica). Nella dimensione tecnologica (intelligenza artificiale, robottica, nano e biotecnologie, realtà virtuale), dove cambiamenti che possono trasformare il concetto stesso di umano sono monopolizzati da grandissime forze elitarie (ancora: imprese, Stati ed eserciti), in assenza quasi completa di un reale dibattito pubblico. Le potenzialità di un nuovo mondo non saranno sviluppate senza una nuova soggettivazione politica dei popoli, dentro le nazioni e a livello mondiale. Venticinque anni fa ci fu una grande invenzione: il Forum sociale mondiale di Porto Alegre. È urgente pensarne una nuova forma, che assuma la realtà della situazione attuale e dialoghi con nuovi attori, anche statali, perché una nuova dialettica tra élites e popoli permetta di pensare le potenzialità del mondo nuovo.
