Chi avrebbe mai potuto predire che l’Onu nella fase più piena della propria esistenza sarebbe stata definita ”una cricca antisemita”? Da quando è stato istituito il suo potere d’intervento si è sempre più ridotto fino a determinarne l’insignificanza nello scacchiere geopolitico mondiale. Probabilmente l’errore era in nuce: nelle modalità di pattuizione, nelle regole a uso e consumo dei vincitori della seconda guerra mondiale. Non si spiega altrimenti la previsione del potere di veto, poi usato reiteratamente dagli Stati Uniti, con evidente abuso, soprattutto in funzione pro-Israele. Superfluo dire che l’effetto politico del potere di veto è espansivo.
Non c’è alcun dubbio che se Benjamin Netanyahu decidesse di farsi un viaggetto a Washington per stringere la mano al neo-eletto Donald Trump non correrebbe alcun serio rischio di essere arrestato, benché ciò sia imposto dal mandato di arresto emesso nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale. La lobby Usa-Israele è quanto mai forte e con il nuovo presidente si rafforzerà (mentre, con Trump, le speranze di pace sono tutte orientate sulla rotta Russia-Ucraina). Le radici di questa alleanza seminale affondano nello Stato profondo, nel Deep State statunitense, quello che Trump proclama di voler abbattere. Un Deep State che tocca e coinvolge sia il partito democratico che quello repubblicano, poli della stessa servile obbedienza. I gangli del potere risiedono in eminenti personalità di origine ebraica che non hanno mai rotto i legami con la madrepatria artificiale. Nel momento del bisogno ci sono capitali, servizi segreti e colpi bassi a tenere in vita questa liaison. Ma la conseguente impunità di Netanyhau non sorprende in un contesto in cui gli Usa hanno utilizzato per la 49esima volta il potere di veto per bocciare un progetto di risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza.
La lunga storia dei veti nel Consiglio di sicurezza inizia nel 1970 quando venne bloccata una risoluzione che mirava a scongiurare un’aggressione israeliana al confine libanese. In 54 anni il rituale è stato gettonato a ogni piè sospinto, come una leva automatica. Così le proposte che abbozzano soluzioni sono una parte del problema più che un contributo a una coerente via d’uscita, tanto da far apparire un fatto storico l’astensione, artefice Obama, su una risoluzione del 2016.
L’effetto è che “il diritto di Israele a difendersi” non decade neppure di fronte a 45.000 morti, a un’ipotesi di genocidio avallata anche dal Papa, mentre la logora frase “due territori per due Stati” è quanto mai obsoleta di fronte al perpetuo massacro. L’Italia non fa eccezione. Di fronte all’ipotesi di esecuzione del mandato d’arresto per il premier israeliano, il comportamento dei partiti di maggioranza è, a dir poco, bizzarro: per Salvini, Netanyahu sarebbe il benvenuto mentre, a parole, Crosetto eseguirebbe il provvedimento, sia pure a malincuore.
Ancora una volta a prevalere è l’ordine degli Stati Uniti. Curioso per un Paese che vive e cerca di prosperare nel Mediterraneo. La dipendenza è antica. Ma dopo quasi 80 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale bisognerebbe chiedersi, soprattutto quando l’impero americano in crisi sta tramontando, se non sia il caso di intraprendere altre rotte. Un pezzo di futuro è ipotecato dai Brics ma pare che in Italia nessuno se ne accorga.
