Il magistero di papa Francesco ha affrontato non solo temi di carattere prettamente ecclesiale e spirituale ma anche – e sta qui una delle sue peculiarità – questioni sociali e politiche in senso lato: l’economia e l’ecologia anzitutto (che hanno ispirato, tra l’altro, l’enciclica forse più importante, la Laudato si’) e, poi, il diritto e la giustizia, in particolare quella penale. Lo abbiamo segnalato già nel 2019 con la pubblicazione del discorso del 15 novembre di quell’anno ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale di diritto penale (https://vll.staging.19.coop/materiali/2019/11/20/il-papa-e-la-giustizia-penale/) in cui vengono affrontati snodi fondamentali – e irrisolti – dell’intervento penale: la funzione della pena e la necessità di una giustizia riparativa; il compito pacificatore del diritto, che non deve alimentare, come spesso accade, l’odio e la violenza; l’uso improprio della custodia cautelare; gli abusi di politiza e molto altro ancora. Per avere un quadro completo del suo pensiero – che sarebbe assai opportuno approfondire (e applicare) in questo momento di involuzione autoritaria e di populismo penale dilagante – pubblichiamo di seguito due altri interventi sul tema. (la redazione)
I.
Discorso tenuto il 23 ottobre 2014 alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale
Illustri Signori e Signore! Vorrei condividere con voi alcuni spunti su certe questioni che, pur essendo in parte opinabili – in parte! – toccano direttamente la dignità della persona umana e dunque interpellano la Chiesa nella sua missione di evangelizzazione, di promozione umana, di servizio alla giustizia e alla pace. Lo farò in forma riassuntiva e per capitoli, con uno stile piuttosto espositivo e sintetico. Prima di tutto vorrei porre due premesse di natura sociologica che riguardano l’incitazione alla vendetta e il populismo penale.
Incitazione alla vendetta – Nella mitologia, come nelle società primitive, la folla scopre i poteri malefici delle sue vittime sacrificali, accusati delle disgrazie che colpiscono la comunità. Questa dinamica non è assente nemmeno nelle società moderne. La realtà mostra che l’esistenza di strumenti legali e politici necessari ad affrontare e risolvere conflitti non offre garanzie sufficienti ad evitare che alcuni individui vengano incolpati per i problemi di tutti. La vita in comune, strutturata intorno a comunità organizzate, ha bisogno di regole di convivenza la cui libera violazione richiede una risposta adeguata. Tuttavia, viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata, non solo contro quanti sono responsabili di aver commesso delitti, ma anche contro coloro sui quali ricade il sospetto, fondato o meno, di aver infranto la legge.
Populismo penale – In questo contesto, negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina. Non si tratta di fiducia in qualche funzione sociale tradizionalmente attribuita alla pena pubblica, quanto piuttosto della credenza che mediante tale pena si possano ottenere quei benefici che richiederebbero l’implementazione di un altro tipo di politica sociale, economica e di inclusione sociale. Non si cercano soltanto capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, ma oltre a ciò talvolta c’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste.
I. Sistemi penali fuori controllo e la missione dei giuristi – Il principio guida della cautela in poenam Stando così le cose, il sistema penale va oltre la sua funzione propriamente sanzionatoria e si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili, in nome di una finalità preventiva la cui efficacia, fino ad ora, non si è potuto verificare, neppure per le pene più gravi, come la pena di morte. C’è il rischio di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative.
In questo contesto, la missione dei giuristi non può essere altra che quella di limitare e di contenere tali tendenze. È un compito difficile, in tempi nei quali molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società. Coloro che hanno una così grande responsabilità sono chiamati a compiere il loro dovere, dal momento che il non farlo pone in pericolo vite umane, che hanno bisogno di essere curate con maggior impegno di quanto a volte non si faccia nell’espletamento delle proprie funzioni.
II. Circa il primato della vita e la dignità della persona umana. Primatus principii pro homine circa la pena di morte – È impossibile immaginare che oggi gli Stati non possano disporre di un altro mezzo che non sia la pena capitale per difendere dall’aggressore ingiusto la vita di altre persone. San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte (cfr Lett. enc. Evangelium vitae, 56), come fa anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (N. 2267). Tuttavia, può verificarsi che gli Stati tolgano la vita non solo con la pena di morte e con le guerre, ma anche quando pubblici ufficiali si rifugiano all’ombra delle potestà statali per giustificare i loro crimini. Le cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali sono omicidi deliberati commessi da alcuni Stati e dai loro agenti, spesso fatti passare come scontri con delinquenti o presentati come conseguenze indesiderate dell’uso ragionevole, necessario e proporzionale della forza per far applicare la legge. In questo modo, anche se tra i 60 Paesi che mantengono la pena di morte, 35 non l’hanno applicata negli ultimi dieci anni, la pena di morte, illegalmente e in diversi gradi, si applica in tutto il pianeta. Le stesse esecuzioni extragiudiziali vengono perpetrate in forma sistematica non solamente dagli Stati della comunità internazionale, ma anche da entità non riconosciute come tali, e rappresentano autentici crimini.
Gli argomenti contrari alla pena di morte sono molti e ben conosciuti. La Chiesa ne ha opportunamente sottolineato alcuni, come la possibilità dell’esistenza dell’errore giudiziario, e l’uso che di tale pena fanno i regimi totalitari e dittatoriali, che la utilizzano come strumento di soppressione della dissidenza politica o di persecuzione delle minoranze religiose e culturali, tutte vittime che per le loro rispettive legislazioni sono “delinquenti”. Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. Da poco tempo, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.
Sulle condizioni della carcerazione, i carcerati senza condanna e i condannati senza giudizio. Queste non sono favole: voi lo sapete bene La carcerazione preventiva – quando in forma abusiva procura un anticipo della pena, previa alla condanna, o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto commesso – costituisce un’altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di una patina di legalità.
Questa situazione è particolarmente grave in alcuni Paesi e regioni del mondo, dove il numero dei detenuti senza condanna supera il 50% del totale. Questo fenomeno contribuisce al deterioramento ancora maggiore delle condizioni detentive, situazione che la costruzione di nuove carceri non riesce mai a risolvere, dal momento che ogni nuovo carcere esaurisce la sua capienza già prima di essere inaugurato. Inoltre è causa di un uso indebito di stazioni di polizia e militari come luoghi di detenzione.
Il problema dei detenuti senza condanna va affrontato con la debita cautela, dal momento che si corre il rischio di creare un altro problema tanto grave quanto il primo se non peggiore: quello dei reclusi senza giudizio, condannati senza che si rispettino le regole del processo. Le deplorevoli condizioni detentive che si verificano in diverse parti del pianeta, costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e spietato del potere sulle persone private della libertà. Sulla tortura e altre misure e pene crudeli, inumane e degradanti. – L’aggettivo “crudele”; sotto queste figure che ho menzionato, c’è sempre quella radice: la capacità umana di crudeltà. Quella è una passione, una vera passione! Una forma di tortura è a volte quella che si applica mediante la reclusione in carceri di massima sicurezza. Con il motivo di offrire una maggiore sicurezza alla società o un trattamento speciale per certe categorie di detenuti, la sua principale caratteristica non è altro che l’isolamento esterno. Come dimostrano gli studi realizzati da diversi organismi di difesa dei diritti umani, la mancanza di stimoli sensoriali, la completa impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri esseri umani, provocano sofferenze psichiche e fisiche come la paranoia, l’ansietà, la depressione e la perdita di peso e incrementano sensibilmente la tendenza al suicidio.
Questo fenomeno, caratteristico delle carceri di massima sicurezza, si verifica anche in altri generi di penitenziari, insieme ad altre forme di tortura fisica e psichica la cui pratica si è diffusa. Le torture ormai non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere un determinato fine, come la confessione o la delazione – pratiche caratteristiche della dottrina della sicurezza nazionale – ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena. La stessa dottrina penale ha un’importante responsabilità in questo, con l’aver consentito in certi casi la legittimazione della tortura a certi presupposti, aprendo la via ad ulteriori e più estesi abusi.
Molti Stati sono anche responsabili per aver praticato o tollerato il sequestro di persona nel proprio territorio, incluso quello di cittadini dei loro rispettivi Paesi, o per aver autorizzato l’uso del loro spazio aereo per un trasporto illegale verso centri di detenzione in cui si pratica la tortura. Questi abusi si potranno fermare unicamente con il fermo impegno della comunità internazionale a riconoscere il primato del principio pro homine, vale a dire della dignità della persona umana sopra ogni cosa.
Sull’applicazione delle sanzioni penali a bambini e vecchi e nei confronti di altre persone specialmente vulnerabili Gli Stati devono astenersi dal castigare penalmente i bambini, che ancora non hanno completato il loro sviluppo verso la maturità e per tale motivo non possono essere imputabili. Essi invece devono essere i destinatari di tutti i privilegi che lo Stato è in grado di offrire, tanto per quanto riguarda politiche di inclusione quanto per pratiche orientate a far crescere in loro il rispetto per la vita e per i diritti degli altri.
Gli anziani, per parte loro, sono coloro che a partire dai propri errori possono offrire insegnamenti al resto della società. Non si apprende unicamente dalle virtù dei santi, ma anche dalle mancanze e dagli errori dei peccatori e, tra di essi, di coloro che, per qualsiasi ragione, siano caduti e abbiano commesso delitti. Inoltre, ragioni umanitarie impongono che, come si deve escludere o limitare il castigo di chi patisce infermità gravi o terminali, di donne incinte, di persone handicappate, di madri e padri che siano gli unici responsabili di minori o di disabili, così trattamenti particolari meritano gli adulti ormai avanzati in età.
Alcune forme di criminalità, perpetrate da privati, ledono gravemente la dignità delle persone e il bene comune. Molte di tali forme di criminalità non potrebbero mai essere commesse senza la complicità, attiva od omissiva, delle pubbliche autorità. (…) Che cosa può fare il diritto penale contro la corruzione? Sono ormai molte le convenzioni e i trattati internazionali in materia e hanno proliferato le ipotesi di reato orientate a proteggere non tanto i cittadini, che in definitiva sono le vittime ultime – in particolare i più vulnerabili – quanto a proteggere gli interessi degli operatori dei mercati economici e finanziari.
La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con la maggior severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione – come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o per quelle di terzi.
Conclusione – La cautela nell’applicazione della pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e operatività del principio pro homine deve garantire che gli Stati non vengano abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale. Il rispetto della dignità umana non solo deve operare come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi attacchi alla dignità e integrità della persona umana. Cari amici, vi ringrazio nuovamente per questo incontro, e vi assicuro che continuerò ad essere vicino al vostro impegnativo lavoro al servizio dell’uomo nel campo della giustizia.
Non c’è dubbio che, per quanti tra voi sono chiamati a vivere la vocazione cristiana del proprio Battesimo, questo è un campo privilegiato di animazione evangelica del mondo. Per tutti, anche quelli tra voi che non sono cristiani, in ogni caso, c’è bisogno dell’aiuto di Dio, fonte di ogni ragione e giustizia. Invoco pertanto per ciascuno di voi, con l’intercessione della Vergine Madre, la luce e la forza dello Spirito Santo. Vi benedico di cuore e per favore, vi chiedo di pregare per me. Grazie.
II.
Discorso 4 giugno 2019 al vertice dei giudici panamericani sui diritti sociali e la dottrina francescana
Signore e signori, è motivo di gioia e anche di speranza incontrarvi in questo Vertice, dove vi siete dati un appuntamento che non si limita soltanto a voi, ma che ricorda il lavoro che realizzate congiuntamente ad avvocati, consulenti, procuratori, difensori, funzionari, e ricorda anche i vostri popoli, con il desiderio e la ricerca sincera per garantire che la giustizia, e specialmente la giustizia sociale, possa giungere a tutti. La vostra missione, nobile e gravosa, esige di consacrarsi al servizio della giustizia e del bene comune, con la chiamata costante a far sì che i diritti delle persone, e specialmente dei più vulnerabili, siano rispettati e garantiti. In questa maniera contribuite a fare in modo che gli Stati non rinuncino alla loro più eccelsa e primaria funzione: farsi carico del bene comune del loro popolo. «L’esperienza attesta — osservava Giovanni XXIII — che qualora manchi una appropriata azione dei poteri pubblici, gli squilibri economici, sociali e culturali tra gli esseri umani tendono, soprattutto nell’epoca nostra, ad accentuarsi; di conseguenza i fondamentali diritti della persona rischiano di rimanere privi di contenuto» (Lettera Enciclica Pacem in terris, n. 63).
Elogio questa iniziativa di riunirsi, come pure quella realizzata lo scorso anno nella città di Buenos Aires, nella quale più di 300 magistrati e ufficiali giudiziari hanno deliberato sui Diritti sociali alla luce della Evangelii gaudium, della Laudato si’ e del Discorso ai Movimenti Popolari a Santa Cruz de la Sierra. Da lì è uscito un insieme interessante di vettori per lo sviluppo della missione che è nelle vostre mani. Questo ci ricorda l’importanza e, perché no, la necessità, di affrontare i problemi di fondo che le vostre società stanno attraversando e che, come sappiamo, non possono essere risolti semplicemente con azioni isolate o atti volontari di una persona o di un paese, ma che esigono la creazione di un nuovo clima; ossia di una cultura segnata da leadership condivise e coraggiose che sappiano coinvolgere altre persone e altri gruppi, finché fruttifichino in importanti eventi storici (cfr. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, n. 223), capaci di aprire cammini alle generazioni attuali, e anche a quelle future, seminando condizioni per superare le dinamiche di esclusione e di segregazione, di modo che l’iniquità non abbia l’ultima parola (cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, nn. 53 e 164). I nostri popoli reclamano questo tipo di iniziative che aiutino ad abbandonare ogni atteggiamento passivo o da spettatore, come se la storia presente e futura dovesse essere determinata e raccontata da altri.
Stiamo vivendo una fase storica di cambiamenti in cui si sta mettendo in gioco l’anima dei nostri popoli. Un tempo di crisi – crisi: pazienza cinese, rischi, pericoli e opportunità; è ambivalente, molto saggio questo – tempo di crisi in cui si verifica un paradosso: da un lato un fenomenale sviluppo normativo, dall’altro un deterioramento nel godimento effettivo dei diritti consacrati a livello globale. È come l’inizio dei nominalismi, sempre cominciano così. Inoltre, ogni volta, e con maggiore frequenza, le società adottano forme anomiche di fatto, soprattutto rispetto alle leggi che regolano i Diritti sociali, e lo fanno con diversi argomenti. Questa anomia si fonda, per esempio, su carenze di bilancio, sull’impossibilità di generalizzare benefici o sul carattere programmatico più che operativo degli stessi. Mi preoccupa constatare che si stanno levando voci, specialmente di alcuni “dottrinari”, che cercano di “spiegare” che i diritti sociali sono ormai “vecchi”, sono passati di moda e non hanno nulla da apportare alle nostre società. In tal modo confermano politiche economiche e sociali che portano i nostri popoli all’accettazione e alla giustificazione della disuguaglianza e dell’indegnità. L’ingiustizia e la mancanza di opportunità tangibili e concrete dietro a tanta analisi incapace di mettersi nei piedi dell’altro – e dico piedi, non scarpe, perché in molti casi queste persone non le hanno – è anche un modo di generare violenza: silenziosa, ma comunque violenza. L’eccessiva normatività nominalista, indipendentista, sfocia sempre nella violenza.
«Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città» – orgogliose della loro rivoluzione tecnologica e digitale – «che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi» (Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, 28 ottobre 2014). Sembrerebbe che le Garanzie Costituzionali e i Trattati internazionali ratificati nella pratica non abbiano valore universale.
L’“ingiustizia sociale naturalizzata” – ossia come qualcosa di naturale – e quindi resa invisibile – che ricordiamo e riconosciamo solo quando “alcuni fanno rumore in strada” e vengono rapidamente catalogati come pericolosi e molesti –, finisce col far passare sotto silenzio una storia di differimenti e dimenticanze. Permettetemi di dirlo, questo è uno dei grandi ostacoli che incontra il patto sociale e che debilita il sistema democratico. Un sistema politico-economico, per il suo sano sviluppo, ha bisogno di garantire che la democrazia non sia solo nominale, ma che possa vedersi plasmata in azioni concrete che veglino sulla dignità di tutti gli abitanti, secondo la logica del bene comune, in un appello alla solidarietà e un’opzione preferenziale per i poveri (cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, n. 158). Ciò esige gli sforzi delle massime autorità, e naturalmente del potere giudiziario, per ridurre la distanza tra il riconoscimento giuridico e la pratica dello stesso. Non c’è democrazia con la fame, né sviluppo con la povertà, né giustizia nell’iniquità.
Quante volte l’uguaglianza nominale di molte delle nostre dichiarazioni e azioni non fa altro che nascondere e riprodurre una disuguaglianza reale e sottostante e rivela che si è di fronte a un possibile ordine fittizio. L’economia delle carte, la democrazia “a parole”, e quella multimediale concentrata, generano una bolla che condiziona tutti gli sguardi e le opzioni dall’alba al tramonto (cfr. Roberto Andrés Gallardo, Derechos sociales y doctrina franciscana, 14). Ordine fittizio che rende uguali nella sua virtualità ma che, in concreto, amplia e aumenta la logica e le strutture dell’esclusione-espulsione, perché impedisce un contatto e un impegno reale con l’altro. Impedisce il concreto, o il farsi carico del concreto.
Non tutti partono dallo stesso punto al momento di pensare l’ordine sociale. Questo c’interroga e c’impone di pensare nuovi cammini affinché l’uguaglianza dinanzi alla legge non degeneri nella propensione dell’ingiustizia. In un mondo di virtualità, cambiamenti e frammentazione – siamo nell’epoca del virtuale –, i Diritti sociali non possono essere solamente esortativi o appellativi nominali, ma devono essere faro e bussola per il cammino perché «lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana» (Lettera Enciclica Laudato si’, n. 142). Ci vengono chieste lucidità di diagnosi e capacità di decisione dinanzi al conflitto, ci viene chiesto di non lasciarci dominare dall’inerzia o da un atteggiamento sterile come quanti lo guardano, lo negano o lo annullano e vanno avanti come se nulla fosse successo, se ne lavano le mani per poter proseguire la loro solita vita. Altri entrano così tanto nel conflitto da rimanerne prigionieri, perdere orizzonti e proiettare sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni. L’invito è a guardare in faccia il conflitto, subirlo e risolverlo, trasformandolo nell’anello di un nuovo processo (cfr. Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, n. 227).
Affrontando il conflitto, appare chiaro che abbiamo un impegno con i nostri fratelli per dare operatività ai Diritti sociali, impegnandoci a cercare di smontare tutti gli argomenti che attentano contro la loro attuazione, e questo per mezzo dell’applicazione o della creazione di una legislazione capace di elevare le persone attraverso il riconoscimento della loro dignità. I vuoti legislativi, tanto di una legislazione adeguata quanto dell’accessibilità e dell’attuazione della stessa, mettono in moto circoli viziosi che privano le persone e le famiglie delle necessarie garanzie per il loro sviluppo e il loro benessere. Questi vuoti sono generatori di corruzione e trovano nel povero e nell’ambiente le prime e principali vittime.
Sappiamo che il diritto non è soltanto la legge o le norme, ma anche una prassi che configura i vincoli, che li trasforma, in un certo modo, in “artefici” del diritto ogni volta che si confrontano con le persone e la realtà. E questo invita a mobilitare tutta l’immaginazione giuridica al fine di ripensare le istituzioni e far fronte alle nuove realtà sociali che si stanno vivendo (cfr. Horacio Corti, Derechos sociales y doctrina franciscana, 106). In tal senso, è molto importante che le persone che si presentano nel vostro ufficio e al vostro tavolo di lavoro sentano che siete arrivati prima di loro, che siete arrivati per primi, che li conoscete e li capite nella loro situazione particolare, ma soprattutto che li riconoscete nella loro piena cittadinanza e nel loro potenziale essere agenti di cambiamento e di trasformazione. Non perdiamo mai di vista che i settori popolari non sono in primo luogo un problema, ma una parte attiva del volto delle nostre comunità e nazioni, essi hanno ogni diritto a partecipare alla ricerca e alla costruzione di soluzioni inclusive.
«La struttura politica e istituzionale non esiste solo per evitare le cattive pratiche, bensì per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive» (Lettera Enciclica Laudato si’, n. 177).
È importante far sì che, fin dall’inizio della formazione professionale, gli operatori legali possano farlo in contatto concreto con le realtà che un giorno serviranno, conoscendole in prima persona e comprendendo le ingiustizie contro le quali dovranno un giorno agire. È anche necessario individuare tutti i mezzi e meccanismi affinché i giovani provenienti da situazioni di esclusione o emarginazione possano essi stessi riuscire a formarsi, in modo da poter assumere il protagonismo necessario. Si è parlato molto per loro, ora dobbiamo anche ascoltarli e dare loro voce in questi incontri. Mi viene in mente il leitmotiv implicito di ogni paternalismo giuridico-sociale: tutto per il popolo ma nulla con il popolo. Tali misure ci permetteranno d’instaurare una cultura dell’incontro «perché non si amano né i concetti né le idee […]. Il darsi, l’autentico darsi viene dall’amare uomini e donne, bambini e anziani e le comunità: volti, volti e nomi che riempiono il cuore» (II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015).
Approfitto di questa opportunità di riunirmi con voi per manifestarvi la mia preoccupazione per una nuova forma di intervento esogeno negli scenari politici dei paesi attraverso l’uso indebito di procedimenti legali e tipizzazioni giudiziarie. Il lawfare, oltre a mettere in grave pericolo la democrazia dei paesi, generalmente viene utilizzato per minare i processi politici emergenti e propendere alla violazione sistematica dei Diritti sociali. Per garantire la qualità istituzionale degli Stati è fondamentale rilevare e neutralizzare questo tipo di pratiche che derivano dall’impropria attività giudiziaria in combinazione con operazioni multimediatiche parallele. Su questo punto non mi soffermo ma il giudizio mediatico previo lo conosciamo tutti.
Questo ci ricorda che, in non pochi casi, la difesa o la priorizzazione dei Diritti sociali su altri tipi di interessi, vi porterà a scontrarvi non solo con un sistema ingiusto, ma anche con un potente sistema comunicazionale del potere, che distorcerà spesso la portata delle vostre decisioni, metterà in dubbio la vostra onestà e anche la vostra probità, possono addirittura farvi un processo. È una battaglia asimmetrica ed erosiva nella quale per vincere occorre mantenere non solo la forza, ma anche la creatività e un’adeguata elasticità. Quante volte i giudici, uomini e donne, devono affrontare in solitudine i muri della diffamazione e del disonore, quando non della calunnia! Certamente occorre grande integrità per poterli superare. «Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5, 10), diceva Gesù. In tal senso, mi rallegro che uno degli obiettivi di questo incontro sia la creazione di un Comitato Permanente Panamericano di Giudici per i Diritti sociali, che abbia tra i suoi obiettivi quello di superare la solitudine nella magistratura, offrendo appoggio e assistenza reciproca, per rivitalizzare l’esercizio della vostra missione. La vera sapienza non si ottiene con una mera accumulazione di dati – questo è enciclopedismo – un’accumulazione che finisce col saturare e confondere, in una specie di contaminazione ambientale, bensì con la riflessione, il dialogo, e l’incontro generoso tra le persone, quel confronto adulto, sano che ci fa crescere tutti (cfr. Lettera Enciclica Laudato si’, n. 47).
Nel 2015 ho detto ai membri dei Movimenti Popolari: avete «un ruolo essenziale, non solo nell’esigere o nel reclamare, ma fondamentalmente nel creare. Voi siete poeti sociali: creatori di lavoro, costruttori di case, produttori di generi alimentari, soprattutto per quanti sono scartati dal mercato mondiale» (II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015). Stimati magistrati, avete un ruolo essenziale; permettetemi di dirvi che siete anche poeti, siete poeti sociali quando non avete paura di «essere protagonisti nella trasformazione del sistema giudiziario basato sul valore, sulla giustizia e sul primato della dignità della persona umana» (Nicolás Vargas, Derechos humanos y doctrina franciscana, 230), su qualsiasi altro tipo d’interesse e di giustificazione.
Vorrei terminare dicendovi: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia; beati gli operatori di pace» (Mt 5, 6 e 9).
Grazie
