La guerra non è una “via libera”

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La guerra non è più, se mai lo è stata – come ha sostenuto Norberto Bobbio nel suo famoso libro Il problema della guerra e le vie della pace (prima edizione 1979) –, “una via bloccata”. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e dopo l’invasione israeliana di Gaza, la guerra è tornata ad essere una “via libera”. Ma in realtà la guerra dal 1945 in poi ha continuato ad essere “un mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali” per le grandi e piccole potenze, sia per gli stati sia per gli antistati.

La novità odierna è che questa idea, “la pace con la forza”, viene ora sostenuta da Capi di Stato, presidenti del Consiglio, politici, intellettuali, opinionisti ed è entrata nella testa di larga parte dell’opinione pubblica di destra e di sinistra. Al politico che bolla come “pusillanime” chi dice che esiste la pace senza forza fanno eco l’editorialista che dichiara il riarmo dell’Europa un male necessario e sostiene che “è quindi legittimo il realismo di chi, per fare la pace, prepara la guerra” (M. Giannini, L’Europa e il male necessario, “la Repubblica”, 8 marzo 2025) o il corsivista che, servendoci “Il Caffe”, ci ammonisce che non “spaventeremo Putin con i coltellini da campeggio” (M. Gramellini, La borsa dell’apocalisse, “Corriere della Sera”, 27 marzo 2025), oppure, il corsivista che, dandoci il “Buongiorno”, annuncia che “la guerra è (finalmente) una “via libera” (M. Feltri, Via libera, “La Stampa”, 27 marzo 2025).

Alle riflessioni di Bobbio e alle sue riflessioni sulla guerra e sulla pace sono stati dedicati due giorni nell’ambito di Biennale democrazia di Torino, organizzate ogni due anni con la direzione di Gustavo Zagrebelsky e quest’anno dedicate al tema “Guerre e paci” (26-30 marzo 2025). Opportunamente Mario Baudino con misura ha ammonito “sulla sterilità di immaginarsi il pensiero di Bobbio davanti allo scempio di oggi” (Il diritto rafforza la pace, “La Stampa”, 26 marzo 2025). Nella stessa linea penso che sia “inutile forzare in una direzione o nell’altra l’insegnamento di Bobbio, ma il suo pacifismo non arrendevole ha ancora molto da insegnarci” (ivi). Intendendo per “pacifismo non arrendevole” un pacifismo che non si arrende all’ineluttabilità della guerra.

Diversamente Mattia Feltri ritiene che, il concetto della guerra come via bloccata che Bobbio ha formulato davanti alla minaccia e alla paralisi nucleare fra Stati Uniti e Unione Sovietica “ora sia molto indebolito” Perché? Pur riconoscendo di non avere “i titoli e le intenzioni per spiegare Bobbio”, il corsivista, di fronte alla realtà e all’evidenza dei fatti, si vede costretto a “dire il risaputo”, cioè che “da tre anni, Vladimir Putin prefigura scenari atomici se soltanto l’Occidente, e in particolare l’Europa, osa muovere un dito più del tollerabile, secondo i suoi volubili gradi di tolleranza. Pertanto: “La via è dunque sbloccata, e il nuovo motto sarà: se vuoi la pace prepara la resa” (M. Feltri, Via libera, citato).

A 80 anni dall’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki, la scelta non sembra più moralmente obbligata nella direzione della pace. Torna in auge il vecchio adagio: “Il vero pericolo per la pace nel mondo è rappresentato oggi dai pacifisti”, declamato tra gli altri dal Vescovo di Londra, mentre il mondo scivolava nella Seconda guerra mondiale (ripreso in Virginia Woolf, Le tre ghinee, Feltrinelli, 15ª ed., 2024, p. 30. La guerra non è più considerata un male da evitare. Anzi è diventata dominante l’opinione opposta: “buttare la guerra fuori dalla storia può essere soltanto l’obiettivo di chi fuori dalla storia ci ha piantato le tende” perché “lì vien facile bearsi della propria rettitudine” (M. Feltri, Fuori dalla storia, “La Stampa”, 8 aprile 2025). Con buona pace di un movimento secolare che nella storia moderna (ri)comincia con Kant e il progetto illuministico di una pace perpetua.

Nella pubblicistica corrente i pacifisti sono codardi, imbelli e la loro massima aspirazione è quella di “non essere disturbati” e che li si lasci “vivere in pace” (A. Berardinelli, Lasciamo vivere in pace i pacifisti, “il venerdì di Repubblica”, 28 marzo 2025), mentre il pacifismo viene declinato nella forma di un “pacifismo all’italiana” senza radici e senza prospettive (M. Sorgi, Pacifismo all’italiana, “La Stampa”, 1 aprile 2025), oppure come un “pacifismo dell’antipolitica che incolpa più l’Europa di Putin” (A. De Angelis, Il pacifismo dell’antipolitica, la rivincita di un mondo che incolpa più l’Europa di Putin, “La Stampa”, 6 aprile 2025). In breve, sfiorando la caricatura se non il dileggio, i pacifisti sono coloro che “hanno messo fiori nei loro cannoni, senza curarsi di quello che ci mettono gli altri” (M. Feltri, Fuori dalla storia, citato).

Con le parole di Bobbio, i pacifisti sono coloro che ripudiano le teorie giustificatrici della guerra e giorno dopo giorno s’impegnano perché la guerra diventi una “via bloccata”. Con le parole di una grande scrittrice, i pacifisti credono che il modo migliore per prevenire la guerra “non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi” (Virginia Woolf, Le tre ghinee, citato, pp. 209-210); scelgono di “rimanere fuori” dalla logica della volontà di potenza; propongono e perseguono un’azione autonoma per la pace volta ad affermare “il diritto di tutti – di tutti gli uomini e di tutte le donne – a vedere rispettati nella propria persona i principi della Giustizia, dell’Uguaglianza, della Libertà” (ivi, p. 210).

In homepage, Picasso, Guernica, 1937, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid

 

Gli autori

Pietro Polito

Pietro Polito, storico delle idee, è direttore del Centro studi Piero Gobetti e curatore dell’archivio Norberto Bobbio. Si occupa del Novecento “ideologico” italiano ed è autore di saggi su Piero e Ada Gobetti, Aldo Capitini, Norberto Bobbio e Danilo Dolci. L’altro suo filone di studi è la pace, la nonviolenza e l’obiezione di coscienza.

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