Pietro Polito, storico delle idee, è direttore del Centro studi Piero Gobetti e curatore dell’archivio Norberto Bobbio. Si occupa del Novecento “ideologico” italiano ed è autore di saggi su Piero e Ada Gobetti, Aldo Capitini, Norberto Bobbio e Danilo Dolci. L’altro suo filone di studi è la pace, la nonviolenza e l’obiezione di coscienza.
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Dire di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite, come ha fatto Netanyahu, «lasciateci finire il lavoro», è una bestemmia e un’offesa alla verità e alla memoria. Di fronte a una simile enormità, la Global Sumud Flotilla, lungi dall’essere un’iniziativa “irresponsabile”, è un appello all’umano, un gesto estremo contro l’ingiustizia e la complicità.
Negli ultimi anni, a partire dalla invasione dell’Ucraina, la guerra ha cessato di essere una “via bloccata” dalle Costituzioni ed è tornata ad essere una “via libera”. Anche nelle parole di uomini di governo e intellettuali, incuranti delle dure lezioni della storia, che sbeffeggiano e irridono i pacifisti. Eppure solo la pace – degli uomini e non delle armi – salvaguarda la giustizia, l’uguaglianza e la libertà.
L’ombra di Hiroshima e Nagasaki si prolunga fino a noi con la minaccia di un nuovo uso di armi nucleari. Ciononostante, nell’indifferenza dei potenti della terra e delle maggioranze silenziose, il ricordo della più grande tragedia del Novecento non trova spazio sui grandi quotidiani nazionali, eccettuato “Avvenire”. Manca tuttora, nonostante l’impegno dei pacifisti, una cultura all’altezza della sfida nucleare.
Le ricorrenti cariche di polizia tese a impedire manifestazioni di studenti (e non solo) ripropongono il tema della liceità e della legittimità del dissenso in uno Stato democratico. La risposta, nel pensiero moderno è univoca: una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso mentre la pretesa di unanimismo è la cifra delle dittature, delle autocrazie e delle cosiddette “democrazie illiberali”.
Il terzo millennio ha visto, dopo l’11 settembre 2001, una scia di violenza, morte, dolore che si è allungata fino all’invasione dell’Ucraina, all’attentato terroristico di Hamas e alla reazione di Israele contro Gaza. Se non ora, quando gli amici e le amiche della nonviolenza sono chiamati a rifiutare la real-politik e ad affermare, con la testimonianza, con il pensiero e con l’azione, che c’è un’altra via?
La dura repressione, a Torino, delle manifestazioni studentesche contro Giorgia Meloni pone, ancora una volta, il problema del dissenso nelle società democratiche. Al riguardo restano fondamentali le parole di N. Bobbio: «Il criterio discriminante tra democrazia e dispotismo è la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso».
Ricorre in questi giorni il centenario della nascita di don Lorenzo Milani. Il suo esempio è un invito a uscire dalla generica ribellione, a costruire insieme scavando nelle coscienze, a lavorare per una società che accoglie e include i più fragili, i deboli, i più lontani. La possibilità di un progresso morale dell’umanità non oscurato dal progresso tecnico poggia su un patto che unisca la sovranità alla responsabilità individuale.
Per la seconda carica dello Stato «l’antifascismo non è nella Costituzione» con quel che ne segue sul ruolo e sul senso, per il nostro sistema, della Resistenza e del 25 aprile. Si tratta di un’affermazione totalmente priva di fondamento. Come ci ha insegnato Bobbio, tra la Costituzione e la Resistenza (culmine dell’antifascismo) esiste non solo una continuità storica ma anche una indissolubile connessione ideale.
La pace è stato uno degli ideali, se non l’ideale supremo, della Resistenza, in Italia e in Europa. Lo si percepisce nelle Lettere dei condannati a morte della resistenza, animate, pur nelle differenze, da un comune sentire in cui campeggiano il ripristino della libertà, la realizzazione di una maggior giustizia sociale e il ritorno a uno stato di pace dopo una lunga guerra devastatrice.
Il diritto al dissenso può essere esercitato sia attraverso la libera espressione delle opinioni, sia riunendosi in associazioni, sia promuovendo manifestazioni più o meno di massa. Sta nella effettività di tale diritto la differenza tra la democrazia costituzionale e una “democrazia giudiziaria”.