Porti: crocevia di armi e presidi di resistenza

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Il 21 luglio 2024, la MV Kathrin – nave di proprietà tedesca e battente bandiera portoghese – salpa dal porto vietnamita di Hai Pong alla volta della costa occidentale dell’Africa, prima di attraversare lo stretto di Gibilterra e (tentare di) far scalo in diversi porti mediterranei. Durante il tragitto – oltre a 60 container carichi di tritolo con destinazione sconosciuta – la nave ospita a bordo otto container con esplosivi Hexogen/RDX diretti in Israele a beneficio della Elbit Systems, società coinvolta nella produzione di armi da guerra quali bombe aeree, mortai e razzi.

Divenuta di dominio pubblico l’informazione dell’esplosivo che solcava gli oceani per alimentare il conflitto in Medio-Oriente a uso e consumo israeliano, su iniziativa di Amnesty International e altri soggetti della società civile, iniziava a salire la marea della campagna di sensibilizzazione #stoptheboat avverso il materiale bellico che navigava minacciosamente verso luoghi di distruzione e crimini contro l’umanità. L’eco della campagna, con il passare delle settimane, volava di scalo in scalo per chiedere alle autorità dei rispettivi porti lungo l’itinerario di non autorizzare l’attracco e, in ogni caso, lo sbarco, il trasbordo o il transito dei container in questione. Così, il viaggio della MV Kathrin (che ha appena lasciato Istanbul, al momento in cui si scrive) tra Namibia, Angola, Slovenia, Albania, Montenegro, Malta, Egitto e Turchia è stato puntualmente scandito da rifiuti delle autorità, sussulti dell’opinione pubblica, manifestazioni di attivisti; tra i flutti, le pressioni politiche in Portogallo hanno nel frattempo costretto l’armatore a chiedere la revoca della bandiera in favore di quella tedesca.

La piccola odissea del naviglio, con il suo carico esplosivo, accende alcune luci nel buio di questa lunghissima notte iniziata il 7 ottobre 2023. I porti sono snodi strategici delle merci e della logistica, civile quanto militare; e chi (in primis autorità e lavoratori) quei porti abita – soprattutto se situati lungo le rotte delle armi – è inesorabilmente chiamato, in tempi di conflitti, a scelte di carattere istituzionale, politico, etico e umano.

Come documentato da The Weapon WatchOsservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei, si infoltisce – col passare degli anni (e delle guerre) – la lista di iniziative di protesta di organizzazioni portuali e sindacali che decidono di incrociare le braccia per non movimentare armamenti in occasione di transito di “navi della morte”. In nome del rifiuto a partecipare agli ingranaggi dell’industria bellica, le banchine si trasformano quindi in luoghi di sensibilizzazione nonché di reale ancoraggio dei valori fondanti le troppo spesso dimenticate normative in materia di traffico internazionale di armi.

In particolare, il trattato delle Nazioni Unite del 2013 sul commercio di armi impone agli Stati contraenti il rispetto di regole per i trasferimenti (ovvero l’esportazione, l’importazione, il transito, il trasbordo e l’intermediazione) internazionali di armi convenzionali, soggetti necessariamente a valutazioni di rischi e vietati – alla luce dell’art. 6 – laddove lo Stato sia a conoscenza del fatto che le armi o i beni possono essere utilizzati per la commissione di genocidi, crimini contro l’umanità, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949, attacchi diretti a obiettivi o soggetti civili protetti in quanto tali o altri crimini di guerra definiti come tali dagli accordi internazionali di cui lo Stato è parte. Sul punto, gioverà ricordare (repetita iuvant) la posizione della Corte Internazionale di Giustizia che ha sentenziato come – per dirla con le parole della Relatrice Speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi, Francesca Albanese – Israele sta plausibilmente commettendo il crimine di genocidio nei confronti del popolo palestinese.

In questo contesto, desta quindi interesse la recentissima azione dell’organizzazione ELSC (European Legal Support Center) che – su mandato di tre soggetti palestinesi – ha depositato un ricorso d’urgenza presso le autorità di Berlino per ottenere misure nei confronti della MV Kathrin ed inibire la consegna degli otto container con carico di esplosivo al destinatario. In attesa delle evoluzioni del caso al giudizio del tribunale tedesco, ad oggi restano – sullo sfondo – alcune riflessioni che prendono spunto dalla vicenda.

Non è una novità che si assiste – in maniera agghiacciante – a divieti o limiti di legge aggirati, sviliti, strangolati da dinamiche politiche ed economiche globali, che pericolosamente minano la credibilità dell’impianto normativo internazionale: i rifornimenti di armi verso zone di conflitto – teatro di violazioni di diritti umani e diritto umanitario internazionale – mettono a nudo, con difficile rischio di smentita, tali lacerazioni. Tuttavia, le azioni giudiziarie e di resistenza civile raccontano un’altra prospettiva, carica di coraggio e – c’è da augurarsi – simbolicamente feconda di futuro: perché, se è vero che dal mare provengono le armi con cui le guerre si combattono, è altresì vero che dalle banchine non si teme di lanciare guanti di sfida alla dilagante ipocrisia del modello egemonico politico-culturale-economico-militare imperante. L’Italia, snodo strategico nel cuore del Mediterraneo, di tale coraggio sia covo, e di presidi di pace diventi nido.

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Gli autori

Andrea Pappalardo

Andrea Pappalardo è avvocato e vive a Ginevra. Anima “Blutopia: Forum Mediterraneo”, spazio di approfondimento giuridico di tematiche legate al diritto del mare.

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