Il 24 luglio ci ha lasciato Giuseppe Cotturri, Peppino per i tanti amici. Era nato a Lecce nel ’43, aveva insegnato Sociologia dei fenomeni politici e Sociologia del Diritto dall’inizio degli anni ’70 fino al 2012 come ordinario nell’Università di Bari. Fu direttore del Centro per la Riforma dello Stato dal 1981 al 1993, quando presidente era Pietro Ingrao, del qual fu stretto collaboratore; diresse per un decennio, fino al 2003, la rivista Democrazia e Diritto; fu anche componente del Comitato Centrale del PCI. Dopo l’esperienza del CRS, è stato a lungo presidente di Cittadinanzattiva, ente nazionale di movimento alla cui elaborazione teorica ed esperienza pratica ha dedicato l’impegno e lo studio degli ultimi decenni, espressi ne suoi libri più recenti ( Romanzo Popolare. Costituzione e cittadini nell’Italia repubblicani, Castelvecchi, 2019; Io ci sono. Gli attori del civismo e della solidarietà: mutazioni molecolari e processi costituenti, La Meridiana, 2024).
Cotturri è stato uno studioso rigoroso e un militante appassionato della sinistra, di cui però non ha mai nascosto ritardi, carenze, errori e corresponsabilità per la regressione democratica in atto. La sua biografia testimonia di intense esperienze personali e del progressivo sviluppo di riflessioni centrate, per un verso, sulla crisi dei partiti e della rappresentanza politica e, per altro verso, sull’attuazione/riforma della Costituzione repubblicana. Già nel maggio 1977, in un intervento svolto in un seminario alle Frattocchie, dedicato al progetto a medio termine del Pci (La democrazia senza qualità, Franco Angeli, 1988 p. 10), quando il motivo predominante in tutta la sinistra era quello della Costituzione da difendere e da applicare, egli parlava di necessità di uno “sviluppo creativo” della Costituzione. Per lui piena attuazione della Costituzione implicava ormai – come ebbe poi a precisare – una necessaria opera di riforma della Carta del 1948 per un coerente sviluppo della prospettiva costituzionale. Nel 1988, in un convegno organizzato dal CRS e da Magistratura democratica a Firenze, dedicato a Marco Ramat, svolse, insieme a Paolo Martinelli, un’impegnativa relazione di base (“La Costituzione tormentata” in S. Mannuzzu – F. Clementi [a cura di], Crisi della giurisdizione e crisi della politica, Franco Angeli, 1988, p. 45) in cui si avanzavano perplessità sul proclamato impegno di attuazione della Costituzione, essendo ormai avanzato il declino di Dc e Pci, i due soggetti che quella Carta avevano voluto. Cotturri ha più volte criticato nel corso degli anni l’atteggiamento difensivo della cultura giuridica, non certo per la doverosa azione politica di contrasto nei confronti dei tentativi di stravolgimento della Costituzione: «Critico l’essersi sottratti all’onere di un pensiero progettante. Generale mi sembra stia stata la sottovalutazione, tra gli uomini di cultura giuridica, della necessità e dell’urgenza di offrire al cambiamento elaborazioni altre, nell’illusione che intanto bastasse dire dei No, come se toccasse ad altri di cavare dal proprio sapere “sviluppi creativi”» (Post-fazione, in G. Palombarini, La variabile indipendente, Dedalo, 2006, p. 259). Le fallimentari vicende delle commissioni parlamentari sulle riforme istituzionali costituivano per lui la prova della evidente tendenza autoreferenziale dei partiti a perseguire come principale obiettivo la concentrazione del potere, non già il necessario allargamento della partecipazione democratica, che nel suo pensiero e nella sua azione ha sempre avuto una assoluta centralità.
Sul versante politico–istituzionale, egli ha sempre valorizzato le grandi potenzialità delle effervescenze sociali emerse dalla fine degli anni ’60 e delle nuove soggettività che tentavano di allargare l’area politica, evidenziando al contempo le forti diffidenze manifestate dai partiti che – timorosi di concorrenze potenzialmente emarginanti – invece di affrontare le sfide al livello che la situazione richiedeva, si imbarcarono in una difesa e chiusura miope, rifugiandosi nell’arroccamento del proprio patrimonio (di particolare interesse l’analisi delle vicende del Pci e del Crs, in cui viene ricostruito anche il complesso rapporto di Ingrao con il suo partito: cfr. Declino di partito. Il PCI negli anni Ottanta visto da un suo centro studi, Ediesse, 2016).
Di grande valore è il pensiero di Cotturri sull’indipendenza dei giudici. Tra le tante pagine in cui ne ha trattato, mi piace citare ciò che scrisse sul rapporto tra Pietro Ingrao e Magistratura democratica (“Ingrao e la magistratura democratica”, in Questione Giustizia online, 30 settembre 2015). Nel richiamare l’interesse e l’attenzione che Ingrao rivolse a Magistratura democratica, Cotturri tenne a sottolineare che non si trattava «di impressioni legate a occasioni fugaci, ma di un filo di riflessioni che attraversarono costantemente il suo pensiero e concorsero a rafforzare l’idea sua, che la politica e la stessa sovranità popolare non fossero affidate soltanto ai partiti», non nascondendo che si trattava di una visione destabilizzante per una forza politica accentrata e votata al monolitismo come il Pci. «Indipendenza e autonomia dei giudici nel nostro ordinamento – precisò Cotturri – sono funzionali al valore anche sostanziale della libertà e dell’uguaglianza dei cittadini. Ciò dà alla pronuncia giurisdizionale una particolare legittimazione, la collega alla sovranità popolare non per potere di rappresentanza, ma per potere di interpretazione giuridica del patto fondativo della comunità. E questo potere compete a persone singole, la cui formazione, competenza e senso della responsabilità danno garanzia e senso al richiamo alla sovranità. Ancora questo modo di pensare non è pienamente condiviso. Ancora ci fa difetto una teoria dello sviluppo democratico, che sappia traguardare il sistema della rappresentanza politica. Ma l’intuizione di Ingrao, che lì ci fosse un nucleo di verità per il futuro, e che “non basta il voto da solo” […] ci dà una direzione di ricerca». È su questa base che egli individuò una possibile convergenza di strategia tra il ruolo di giuristi e magistrati costituzionalmente sensibili e quello dei cittadini consapevoli e attivi, che da anni – senza alcuna delega o mandato da parte del sistema politico – sono stati decisivi nella battaglia referendaria contro i tentativi più ambiziosi di revisione costituzionale in senso autoritario (2006 e 2016) e hanno anche intrapreso un’opera di ricostruzione dal basso della qualità della convivenza democratica, del valore del bene comune e dell’interesse generale, in opposizione al trasversale interesse corporativo di molta parte della classe politica.
In quei cittadini consapevoli e attivi confidava Cotturri e, per dar loro concreti strumenti di azione, elaborò – in coerenza con la sua impostazione propositiva – alcune ipotesi di modifica costituzionale, lontane da ogni ipotesi di irrigidimento autoritario, tutte inserite in un coerente sviluppo dei principi e dei diritti fondamentali. In tale quadro si colloca la proposta di inserire nell’art. 118 Costituzione, il principio di sussidiarietà orizzontale, recepito nella modifica costituzionale del 2001, inteso a valorizzare le azioni della cittadinanza attiva che si prende cura dei beni comuni e della qualità della convivenza democratica. Unico esempio a tutt’oggi di modifica costituzionale originata da un dibattito tra cittadini, fuori da ogni logica partitica. Nella logica dell’apprestamento di forme e strumenti diversi dai partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, aveva anche proposto sia la modifica dell’art. 49, sia quella dell’art. 75, che, accanto ai referendum abrogativi, prevedeva la possibilità di referendum preventivi di indirizzo, fissando una soglia di rilevanza dei quorum di partecipazione ai fini della loro vincolatività, e referendum direttamente approvativi di proposte articolare di legge, con quorum che garantivano la partecipazione della maggioranza assoluta della popolazione. Ancora più rilevante fu la proposta di modifica-integrazione dell’art. 138, formalizzata nel 1995, volta ad esplicitare e rendere indiscutibili i limiti impliciti via via elaborati dalla Corte costituzionale e a rafforzare la Costituzione con la previsione del referendum quale che sia la maggioranza di approvazione della revisione e di un quorum di validità. Oggi la destra autoritaria ha proposto l’introduzione del premio maggioritario in Costituzione (disegno di legge sul premierato), ciò che suona come forte campanello di allarme. Ancora una volta Peppino Cotturri aveva guardato lontano!
Nonostante l’espandersi della destra mondiale, Cotturri ha continuato irriducibilmente a credere nella possibilità di ripresa della democrazia. Con la piena consapevolezza che «la politica organizzata nelle forme storiche che conosciamo non può produrre autoriforma: così come il barone di Munchausen non può uscire dal pantano, tirandosi da solo per i capelli». Per rendere nuovamente propulsiva la democrazia confidava nel dispiegamento «a fondo della sovranità popolare», senza alcun cedimento ai populismi, e nella fiducia, fondata su quanto avvenuto in questi decenni, che «le forze della cittadinanza attiva invece hanno iniziato a manifestare un costituzionalismo dalla parte dei cittadini, che del disegno originario si fa erede e interprete, con proposte innovative dirette a dare basi popolari più forti della democrazia che si organizza». Un costituzionalismo che ha agganci in illustri studiosi tedeschi e, soprattutto nei lavori di Peter Haberle: «La costituzione non è soltanto un ordinamento giuridico per i giuristi, da interpretare secondo le regole antiche e moderne della loro arte. Serve essenzialmente anche da guida per i cittadini. Per Costituzione non si deve intendere soltanto un testo giuridico, un compendio di regole normative. La costituzione esprime anche una condizione di sviluppo culturale di un popolo, serve da strumento all’autocomprensione e all’autorappresentazione culturale, da specchio del suo patrimonio e da fondamento delle sue speranze» (P. Haberle, Per una dottrina della Costituzione come scienza della cultura, Carocci, 2001, pp. 32-33).
Peppino Cotturri – mite, coraggioso, irriducibile – come lo ha qualificato Giovanni Moro nel discorso di commiato nella saletta del cimitero di Prima Porta il 25 luglio scorso, ci mancherà molto. Rileggere i suoi tanti scritti e trarne ispirazione sarà indispensabile in questo periodo di allarmante crisi della democrazia.
