Preferirei di sì (o no?). A margine dell’ultimo libro di Ota De Leonardis

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Non so, magari ci siamo un po’ annoiate di noi stesse (almeno, è quello che capita a me): sta di fatto che scriviamo ambedue, Ota e io, cose sempre più concise, al limite dell’allusione. Poiché dialoghiamo da più di 50 anni, anche questa (specie di) recensione non potrà essere che una (specie di) dialogo, ovviamente conciso.

Ota dice “preferirei di sì” e lo argomenta nella seconda parte del suo libro (Ota De Leonardis, Preferirei di sì. Idee di riproduzione sociale sulle macerie del welfare, DeriveApprodi, 2025). Il mio, di libretto (Il malinteso della vittima, Edizioni Gruppo Abele, 2022), vira invece sul No, anzi sul catastrofico. Perché ci occupiamo di cose in parte diverse o perché adoperiamo sguardi differenti? Sono sicura che Ota propenda per la differenza degli sguardi. Sono d’accordo: come, da dove e perché si guarda è più importante di cosa si guarda (anche cosa si guarda ha però il suo peso, come cercherò di dire alla fine). Ota lo dice (anche) così: definire è già decidere. Come si guarda, a sua volta, ha a che fare con la soggettività, che si plasma nel contesto di relazioni e interdipendenze in cui si è immerse, e dall’angolo di visuale. O magari è la storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? La quale a sua volta, però, ha a che fare con la soggettività e come si trasforma…

Certo è che per tutte e due è stata ed è fondamentale l’esperienza del pensare “insieme”, in una collettività che allo stesso tempo “faceva”, così che vi era (è?) un continuo andirivieni tra pratica e pensiero. Per quanto mi riguarda, questo è avvenuto non solo, ma in particolare, all’interno del femminismo, nei gruppi di cui sono stata partecipe. Per Ota, soprattutto, l’avventura basagliana della deistituzionalizzazione psichiatrica. Ciò che è comune ad ambedue le esperienze è la sfida, la messa in discussione radicale dei propri frame cognitivi, una messa in discussione che non finisce mai, che revoca in dubbio ogni certezza apparentemente acquisita, fugge da qualsiasi tentazione identitaria e, in prospettiva e sperabilmente, apre all’ascolto di posizionamenti e modi di pensare diversi. Del resto, questa era anche la lezione da me appresa da come Tullio Seppilli, il mio maestro, intendeva l’antropologia. E non per caso, anche Seppilli era coinvolto, e ci ha coinvolto, nel processo di deistituzionalizzazione psichiatrica prima, e nel movimento per la decarcerizzazione poi. Ciò che è normale trovatelo strano, diceva Brecht (citazione che sta all’inizio del mio primo libretto: La devianza, La Nuova Italia, 1975). Il che implica in primo luogo la presa di distanza dal dato per scontato, ciò che è sempre stato così e non può essere che così: la deistituzionalizzazione interna (dei nostri stessi frame cognitivi ed emotivi) insieme a quella esterna (ora va di moda chiamarla decolonizzazione, ma è sempre quella roba lì, fidatevi). Con l’avvertenza che non c’è un fuori dalle istituzioni, un sé “autentico”, o magari una verità “originaria” (compresa quella dei “popoli originari”), cui infine approdare. E che le istituzioni, quelle che comunemente intendiamo tali, le amministrazioni locali e nazionali per esempio, non vanno demonizzate e evitate, ma praticate e coinvolte, essendo anch’esse percorse da conflitti e contraddizioni (qualcosa come la “lunga lotta dentro le istituzioni” di cui parlava Rudi Dutscke? La dicotomia movimento/istituzione, come altre dicotomie, ha contribuito – dice Ota – a una semplificazione e a un appiattimento che di certo non hanno fatto bene alla politica della “sinistra”).

Questo, da sole/i, ciascuna chiusa nel proprio studio/ufficio/casa/postazione zoom, alle prese con valutazione e autovalutazione, indicatori di performance, competizione esasperata con le proprie colleghe e compagne, frammentazione, non è possibile. O è molto difficile. Da cui, paura e ansia generalizzate, vergogna, invidia. Ota lo racconta bene nella prima parte del suo libro, forte di una ricerca sulla quantificazione di un gruppo internazionale e multidisciplinare di cui fa parte. Non è più, soltanto, l’insistenza sulla razionalità dell’attore autointeressato, ma una intera economia emozionale a tenerci in riga. Non più governo tramite leggi, ma tramite numeri, i quali – dice Ota – sono “motori di ansia”. Da cui, oltre al disciplinamento, la neutralizzazione della politica.

In questa prima parte del libro, insomma, Ota racconta delle macerie in cui il disordine globale ha precipitato il nostro mondo. Alle macerie di cui parla lei, ne aggiungo un’altra: le chiusure identitarie, le politiche delle identità che si sostituiscono alle politiche contro le disuguaglianze, così che la moltiplicazione delle “identità”, tutte disposte in orizzontale, non fa che contribuire alla frammentazione. Non ne sono immuni i movimenti, vedi la pluralizzazione delle sigle: lgbtqia ecc., ma anche transfemminismo intersezionale decoloniale antispecista e via dicendo. Del resto, la disuguaglianza è diventata così enorme (vedi il recente matrimonio Bezos a Venezia) da non essere contestabile: ciò che rileva, semmai, è la distanza, una spazializzazione della disuguaglianza tale da recidere i legami tra disuguali. E rarefatto quanto invisibile il Potere. Spazializzazione e quantificazione, insomma, hanno “svuotato la disuguaglianza del suo significato politico”. Perfino movimenti sociali come il femminismo – aggiungo ancora io – preferiscono parlare di “violenza”, piuttosto che di dominio/subordinazione. Cosa che contribuisce all’appiattimento dello scenario di cui parla Ota, in cui, appunto, non ci sono più oppressori e oppressi, ma al più offensori e vittime. Tra i primi c’è un legame verticale, tra i secondi un incontro (scontro) orizzontale. Le parole sono importanti e di scavo sulle parole è pieno questo libro. Tanto per essere concise come lei, elenco alcune di quelle su cui Ota si esercita di più: sanità versus salute, oggetti vs cose, spazi vs luoghi, saperi vs sapienza, bisogni vs capacità (le capabilities di Amartya Sen), impresa sociale vs intrapresa sociale, riproduzione sociale vs prendersi cura.

La seconda parte del libretto è quella dove Ota “preferisce di sì”, ossia quella in cui esplora le molte esperienze di “innovazione creativa”, dove si intravede la possibilità di produzione di nuovi mondi, di nuovi modi di pensare e fare, di stare assieme. A partire – dice Ota – dal fondo del barile. Ma anche dai margini, che non è la stessa cosa: per esempio, lo sguardo femminista viene dai margini, non necessariamente dal fondo del barile. Attraverso “alleanze inventive”, tra diversi. È ancora la lunga esperienza basagliana che fa da incubatrice, per esempio trasformando l’impresa sociale, ormai distante dal suo significato originario, in intrapresa sociale. Qui, l’asimmetria costitutiva del lavoro sociale, accettata e riflettuta, diventa una risorsa, la dipendenza riconosciuta come interdipendenza.

Ota preferisce di sì non perché l’opposizione allo stato di cose presenti non sia doverosa e necessaria, ma perché fermarsi qui vuol dire rimanere subalterni a un’agenda altrui e continuare in uno sterile gioco di rispecchiamenti, gioco anche troppo praticato da ciò che chiamiamo “sinistra”.

L’ultimo capitolo, non per caso, è sul “prendersi cura”, che Ota contrappone a “riproduzione sociale”, lemma, quest’ultimo, che non fa i conti con il fatto che non c’è più un confine tra produzione e riproduzione: riprendendo la riflessione femminista, per cui il prendersi cura è l’atteggiamento politico fondamentale nei confronti degli esseri viventi per via della nostra interdipendenza e costitutiva vulnerabilità – una lezione che Covid 19 ci ha impartito, ma che a quanto pare non è stata appresa – Ota la coniuga con l’approccio delle capabilities per proporre una teoria (e una pratica) della giustizia che, evidenziando alcune consonanze e mescolamenti tra cura dell’ambiente e trasformazioni del welfare, prende sul serio la politica della cura.

L’ultima parte del libro è davvero ghiotta: un dialogo a tre (con Vando Borghi e Laura Centemeri) in cui Ota ripercorre le fasi salienti del perché e come è diventata la sociologa che è, gli incontri importanti, gli snodi di fondo del suo modo di intendere la sociologia: una piccola autobiografia, personale come tutte le biografie, ma in certo modo esemplare di una storia che riguarda molte e molti della nostra generazione accademica, e impensabile oggi nell’università neoliberale disciplinata da Anvur e simili (vedi la prima parte del libro). La libertà di cui abbiamo goduto, magari pagata con un percorso di carriera accidentato per via di scelte di ricerca e di campo (la marginalità, il fondo del barile) eterodosse, la contiguità rivendicata e praticata con i movimenti sociali e politici, la disinvoltura nell’attingere a strumenti teorici e metodologici di altre discipline, la postura critica rispetto alla doxa del momento, fosse pure quella marxista/marxiana, l’indipendenza nei confronti dei nostri stessi “maestri”, il lavoro collettivo raccontano di una stagione fortunata per le scienze sociali e per noi che le praticavamo. Non eravamo obbligate a scrivere secondo criteri imposti dall’alto in riviste rigorosamente di settore e pure di serie A, si pubblicava su Quaderni Piacentini, Problemi del socialismoL’accademia odierna, irrigidita dagli algoritmi, governata dai numeri, settorializzata e frammentata in mille specializzazioni, scoraggia decisamente la libertà e la curiosità dei e delle ricercatrici, li ingabbia e li disciplina. I prezzi per chi non ci sta sono alti, più alti di quelli che comunque anche noi abbiamo finito per pagare, ma si può fare, si fa anche adesso, non è proprio il caso di nostalgie temporis acti, come del resto questo stesso libro mostra e insegna.

Allora perché io dico no e Ota invece dice sì? Sarà anche una questione di carattere e di esperienze vissute diverse, nonché, come si diceva, di sguardi differenti. Però, insomma, anche ciò che si guarda un qualche peso ce l’ha. E nel mio campo, in particolare la giustizia penale, quello che vedo è molto poco incoraggiante. Non mi riferisco all’inflazione penale, il panpenalismo, il populismo penale, la detenzione amministrativa, ma alle alternative che vengono proposte: la giustizia riparativa, per non parlare di quella “trasformativa” e/o l’invocazione dell’abolizionismo penale. A me pare che la giustizia riparativa, almeno finché relegata all’interno del sistema di giustizia penale, sia poco più (e forse meno) di un pannicello caldo, che non incide affatto sui tassi di detenzione (a fronte, oltretutto, di una moltiplicazione dei reati e un inasprimento delle pene). Quella “trasformativa”, mah: forse potrebbe incidere su un senso comune oggi ultra punitivo, a patto però di spogliarsi da alcune illusioni, per esempio che fare a meno delle pene legali equivalga a eliminare le punizioni, come se, e qui mi riferisco anche all’abolizionismo penale, abolire le norme penali equivalesse ad eliminare le norme sociali. Anche qui vale ricordare che non c’è un fuori dalle istituzioni. Chiunque abbia studiato una qualche scienza sociale dovrebbe sapere che viviamo immerse/i in un universo di norme, solo alcune delle quali sono giuridiche (e almeno di queste siamo o potremmo essere consapevoli), accompagnate ovviamente da sanzioni, non necessariamente meno afflittive di quelle penali. Possiamo/dobbiamo abolire il carcere (se ne parla dagli anni 60 del secolo scorso), diminuire drasticamente le fattispecie penali, lavorare per mutare l’attuale senso comune punitivista, tutte cose, in questa temperie culturale, già abbastanza utopistiche (ma si fa, lo stiamo facendo). Abolire il diritto penale, invece, per sostituirlo con cosa? Come ancora dice Ota in questo libro riprendendo Supiot: il diritto, anche quello penale, è Terzo, del Terzo c’è gran bisogno, e già è parecchio indebolito, dando luogo a rapporti di tipo feudale. Non mi pare il caso di pensare di abolirlo.

Gli autori

Tamar Pitch

Tamar Pitch, già docente di Filosofia del diritto e di Sociologia del diritto nell’Università di Perugia, ha insegnato in Usa, Canada, Messico, Argentina, Marocco, Cile. Dirige la rivista “Studi sulla questione criminale” ed è componente dei comitati editoriali di varie riviste italiane e straniere. Studia da sempre la questione criminale, i diritti fondamentali, il genere del e nel diritto. Tra le sue opere: “La società della prevenzione” (Carocci, 2006), “Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza” (Laterza, 2013) e “Il malinteso della vittima. Una lettura femminista della cultura punitiva” (Edizioni Gruppo Abele, 2022).

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