Contro la “verità unica” e le “guerre di religione”

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A leggere i post dei social media e gli articoli nei grandi quotidiani sulla guerra in Ucraina si resta sgomenti: ogni schieramento (filo-ucraino e filo-russo, con le varie sfumature) ha i suoi “fatti”, le sue fonti di informazione, i suoi autorevoli mentori, i suoi libri che ricostruiscono variamente la vicenda e le sue indefettibili certezze che non ammettono dubbi, nonché valori a cui si è tenacemente attaccati; sicché il confronto tra le due parti è praticamente impossibile: si potrebbe parlare quasi di incommensurabilità, come si è sostenuto avvenga per le teorie scientifiche. È quanto è avvenuto storicamente in tutti i casi in cui si sono scontrate due visioni del mondo (due Weltanschauung): ciascuna è in sé coesa e coerente, con le sue convinzioni e i suoi “dati di fatto” che depongono a suo favore; nessuno dei loro sostenitori è disposto a mettersi dalla parte dell’altro, perché giudicato inevitabilmente falso, se non demoniaco; e i suoi sostenitori o leader vengono spesso tacciati con epiteti morali che ne sottolineano l’indegnità e la perversità. Si è insomma ciechi nei confronti delle sue “ragioni” o del modo in cui esso percepisce e interpreta il mondo. A dominare è il dogma della “verità unica”, che è posseduta tutta e intera da una sola parte, mentre l’altra è portatrice di menzogna, così accadeva nel corso delle guerre di religione e avviene anche oggi quando qualcuno si sente in linea diretta a contatto con la parola di Dio, del cui messaggio è unico, autentico interprete. Si è così lontani dall’ammettere che sulla realtà possano esistere diverse prospettive a seconda del punto di vista in cui ci si colloca – sarebbe questo un pericoloso, terribile “relativismo” –, ma si pone il proprio al di sopra di tutti gli altri come l’unico autentico, come il “punto di vista con l’occhio di Dio”.

Che fare in questi casi? È vano accumulare fatti e notizie, e intessere argomentazioni: colui che la pensa diversamente può fare altrettanto. Inoltre per principio non crede a quanto detto dalla controparte. Si potrebbe sostenere che la questione assume il contorno di una professione di fede: si ha fiducia (immotivata, perché nessuno è in grado di controllare tutto lo scibile) verso una fonte, un giornale, dei mass media, dei leader, e si accusano quelli altrui di falsità, senza nemmeno ascoltarli. Nella inutilità dell’argomentazione razionale (la “ragione” è da ciascuno declinata a proprio modo), il cambiare opinione spesso si configura come una sorta di “conversione”, motivata da fattori emotivi, da esempi personali, da situazioni esistenziali che con le “ragioni” basate sui dati di fatto hanno poco a vedere.

Di fronte a tale conflitto delle “ragioni” o delle “fedi” l’unica strada che rimane aperta è quella di cercare una “ragione minima”, ovvero quella che può scaturire da un confronto che porti a un accordo di natura convenzionale su ciò che è ragionevole e accettabile, in un dato momento e in una certa situazione, alle parti in conflitto, di modo che ciascuna di esse non si senta la perdente, ma al tempo stesso tutte si sentano di aver conseguito qualcosa di positivo. È quanto accade anche tra persone amiche: non tutto dell’altro è condiviso e spesso le separano valori in ciascuno radicati, ma si riesce a stare comunque insieme trovando degli aspetti di comune accettazione, dai più banali o terra terra – come il partecipare a situazioni conviviali – a quelli più nobili della appartenenza alla medesima fede religiosa o anche politica. È impossibile infatti la reductio ad unum, almeno in questo mondo, giacché essa è solo contemplata nelle vette dell’esperienza mistica.

Su un piano più generale e per quanto attiene ai criteri che debbono guidare il singolo nel giudicare le situazioni di conflitto, l’unica opzione possibile pare sia quella di optare per dei valori sopra-ordinati e per una visione del mondo complessiva, di conseguenza regolandosi in base ad essi nel giudicare comportamenti e azioni (era questo una volta il ruolo delle “ideologie”, quando non avevano ancora acquisito un significato negativo). Se si considera ad es. la pace come un bene supremo, allora non può essere condivisibile chi predica la guerra in qualsiasi forma allo scopo di difendere qualsivoglia altro bene avente carattere subordinato. Se si ha una visione del mondo ispirata alla solidarietà, alla fraternità e all’eguaglianza, allora non si potrà essere dalla parte di coloro che invece promuovono valori con essi in contrasto e che si muovono in direzioni contrarie.

Certo, qualcuno dirà che “questa” guerra è difensiva, umanitaria o che magari è necessaria per assicurare una pace duratura, “risolutiva”; o, in un altro ambito, che licenziare, abbassare i salari ed eliminare ogni garanzia sociale è propedeutico per ogni futura prosperità. Di queste intenzioni ed argomenti è piena la storia e sono numerosi i cimiteri: c’è paese che non abbia giustificato il suo armarsi e la propria guerra in questo modo? La pace, come anche una visione del mondo solidale e fraterna, non possono essere rinviate al domani, a quando si sarà sconfitto definitivamente il “male”, perché questo risorge sempre, specie dopo le guerre. Tali valori, appartenenti alla visione del mondo adottata, devono essere realizzati “qui ed ora”, in ogni singolo atto e azione che si intraprende, a qualunque costo, anche quello di gravi sacrifici di altri beni e valori cui si è attaccati. Nel caso specifico della pace, bisogna porsi nella prospettiva che la vita di uomini, donne, bambini vale molto di più di un pezzo di terra, o della difesa della “democrazia” o dei valori dell’Occidente, ammesso che ne siano sopravvissuti. Perché se si resta vivi, c’è la speranza, muovendosi in una prospettiva gandhiana, di cambiare le situazioni negative che in una certa fase storica si subiscono. Ma da morti, tutto è perduto.

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, nato a Catania nel 1949, è stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana (2017-2019), membro del Consiglio scientifico dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia (2015-2022), nonché Research Fellow al Social Science Research Center della Mississippi State University (USA). Si è interessato di storia della filosofia scientifica, con speciale riguardo per la scuola polacca, e ha anche condotto una ricerca sulla società della conoscenza all’interno del 7° Programma Quadro dell’EU (Through The Mirrors of Science, New Challenges for Knowledge-Based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm 2010). Tra le sue più recenti pubblicazioni v’è l’edizione italiana dei saggi dell’epistemologo polacco Ludwik Fleck ("Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale", Mimesis, Milano-Udine 2019), nonché i due volumi che esplorano il significato umano dell’itinerario spirituale di san Francesco d’Assisi ("L’uomo venuto da un altro mondo. Francesco d’Assisi", Bonanno Editore, Acireale-Roma 2022; "La perfetta Letizia. L’itinerario spirituale di Francesco d’Assisi", Tipheret, Acireale-Roma 2023). Ha recentemente pubblicato un’ampia ricostruzione del dibattito filosofico sulla scienza dal secondo dopoguerra a oggi ("Lontano da Popper. L’epistemologia post-positivista e le metamorfosi della razionalità scientifica", ETS, Pisa 2025).

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