Le elezioni europee hanno confermato, al di là del dato numerico, l’egemonia della destra. Il loro esito, inoltre, ha assunto una rilevanza che va oltre il nuovo assetto dell’Europa. Lo scenario politico ne esce, anche sul versante nazionale, profondamente segnato. All’analisi dei risultati abbiamo dedicato, nell’immediato, due ampie analisi di Marco Revelli (https://vll.staging.19.coop/commenti/2024/06/13/elezioni-a-che-punto-e-la-notte/ e https://vll.staging.19.coop/commenti/2024/06/19/europa-occidente-il-canto-stonato-delle-anatre-zoppe/) e un primo intervento di Livio Pepino (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2024/06/17/dopo-le-europee-la-necessita-di-un-dibattito-senza-reticenze/) teso a mettere sul tappeto alcune questioni aperte. La situazione interpella, peraltro, anche noi di Volere la Luna e i gruppi e movimenti che compongono il variegato arcipelago che ci ostiniamo a chiamare sinistra alternativa. Che fare? La domanda di sempre richiede oggi analisi particolarmente accurate e risposte all’altezza dei tempi bui che stiamo vivendo, in cui all’ormai consolidata vittoria del mercato si affiancano, in Italia, il consolidamento di una svolta autoritaria che non tollera dissenso e, sul piano internazionale, una guerra mondiale “a pezzi” che rischia di degenerare in guerra nucleare. Abbiamo, dunque, deciso di aprire, sul punto, un dibattito franco e – lo speriamo – capace di non fermarsi all’esistente e di individuare nuove modalità e nuove strade da percorrere. Le analisi e le proposte pubblicate rappresenteranno uno sforzo collettivo ma saranno tra loro assai diverse e impegneranno, per questo, solo i loro autori. Poi, a suo tempo, forti del confronto realizzato, proveremo a trarre delle conclusioni, magari in un’iniziativa di carattere nazionale su cui stiamo cominciando a ragionare. (la redazione)
Il dibattito sulla costruzione di un’alternativa politico-elettorale trova negli interventi di Livio Pepino, Marco Revelli e Fabrizio Barca/Andrea Morniroli risposte potenzialmente complementari. Gli interventi convergono sulla diagnosi della situazione, con differenze di enfasi ma non di sostanza. La diagnosi è presto detta: la destra vince non perché è forte in sé, ma perché la sua proposta fa leva su una ferita non rimarginabile nel breve tempo (Revelli). La malattia ha un nome e cause precise e rimanda alla crisi del rapporto di rappresentanza, alla sfiducia verso il ruolo della politica intermediata, al disprezzo verso le élite e alla ricerca di una “democrazia decidente”, incarnata da autorità forti, in un contesto segnato dall’incertezza generalizzata e dal progressivo svuotamento delle istituzioni rappresentative (Barca e Morniroli). Pur non essendo un “partito” – non lo è da nessun punto di vista – l’astensione ha quindi “vinto” (Pepino). Non si tratta certo di una vittoria elettorale, quanto di un segnale che indica un cambiamento strutturale di cui tenere conto. L’astensione è una tendenza consolidata e non una oscillazione contingente, un fenomeno destinato a durare se non ad aggravarsi, che cambia la natura profonda del nostra sistema politico-elettorale: un “governo dei meno” anziché un “governo dei più” (Pepino).
La tesi del cambiamento di fase del sistema politico, il salto qualitativo che lo caratterizza, trae anche forza da una ulteriore considerazione, sottolineata da Revelli. A dispetto di molte illusioni, il bacino degli astenuti non è solo il più consistente, ma è anche il meno contendibile “per la difficile reversibilità della scelta dei suoi componenti”. Gli astenuti sono difficilmente ri-mobilitabili, specie a sinistra. Non ci sono “praterie” a sinistra e, in particolare, non ci sono per la cosiddetta “sinistra radicale”, cioè per tutte quelle proposte che si pongono fuori dallo schema di alleanze con il centro-sinistra più o meno allargato. Le percentuali ricordate da Pepino non possono lasciare dubbi a proposito: alle Europee “Pace, terra, dignità” si è fermata a 513.281 voti, il 2,21% dei votanti. Anche in questo caso si tratta di una conferma più che decennale, non di una sorpresa, ricorda sempre l’articolo di Pepino: 2008, politiche (Camera), Sinistra Arcobaleno: 1.124.418 voti, 3,8%; 2009, europee, Rifondazione Comunista-Comunisti italiani: 1.037.862, 3,39%; 2013, politiche, Rivoluzione Civile: 765.189, 2,25%; 2014, europee, L’Altra Europa per Tsipras: 1.108.457, 4,04%; 2018, politiche, Potere al Popolo: 372.179, 1,13%; 2019, europee, La Sinistra: 469.943, 1,75%; 2022, politiche, Unione Popolare: 403.149, 1,43%. Alle ultime europee, si aggiunge la crisi del M5S e quella dell’asse Calenda-Renzi. In questo quadro di disaffezione generalizzata, di crescita dell’astensionismo, di marginalità della sinistra radicale e di difficoltà del centro-sinistra, la destra vince senza crescere. Questi sono i fatti, le cui conseguenze politiche possono ovviamente essere diverse.
Il portato storico-culturale di questo quadro è esplicitato nel primo intervento di Barca e Morniroli, i quali scrivono come sia necessario riconoscere che la saldatura nel senso comune prevalente tra neoliberalismo e dinamica autoritaria abbia cambiato il significato delle parole (merito, libertà, uguaglianza, pubblico, lealtà) bloccando alla radice ogni tentativo di cambiamento. Quindi: «Non si tratta, […], solo di “opporsi” […], ma di far toccare con mano l’alternativa che da anni anche gran parte di chi si definiva “di centro-sinistra” ha negato. E di costruire attorno a essa un blocco sociale». Sul punto più strettamente partitico-elettorale Barca e Morniroli non si esprimono in modo esplicito, mentre lo fanno Pepino e Revelli, per i quali, giuste le cose dette poc’anzi, la costruzione dell’alternativa – un blocco sociale, un nuovo senso comune e politiche pubbliche orientate a una maggiore giustizia sociale e ambientale (fiscali, industriali, sociali, territoriali) – non può che dipanarsi in relazione al costituendo “campo largo”. Un campo elettorale che ha «comunque una donna forte, Elly, sull’asse PD-AVS» (Revelli); è trainato dai partiti che hanno incrementato i voti, sia in cifra assoluta che in percentuale, il Partito democratico e l’Alleanza Verdi e Sinistra (Pepino). Incremento che viene riportato, in questi ultimi due casi, alla capacità elettorale di mobilitare il voto nonostante la menzionata sfiducia verso l’intermediazione politica organizzata, quindi “scommettendo” su singole figure o su temi specifici, incarnati per esempio da Cecilia Strada e Marco Tarquinio, da una parte, e da Ilaria Salis e Domenico Lucano, dall’altra. Nel fare questa constatazione, Pepino chiosa en passant, emerge una «possibile spinta nel senso della trasformazione di tali partiti in contenitori eterogenei sul modello americano».
Per Barca e Morniroli, invece, non è dai partiti che bisogna ripartire, quanto dai “margini” (soggetti, pratiche, luoghi) per «riconnettere questi margini ai punti di forza del paese, alla sua ancora mirabile forza imprenditoriale diffusa, alla ricerca di elevata qualità, ai movimenti culturali e artistici, alle testarde buone pratiche pubbliche, alle tante e inventive forme di auto-organizzazione, di movimento, di lavoro di cura che “con” quei margini lavorano, rammendando strappi, costruendo protagonismo, intrecciando lavoro sociale con la rigenerazione delle relazioni e dei luoghi e con la produzione di economie di prossimità». Lo scopo è costruire con i margini il consenso necessario, offrendo «valori, visione e proposte ma anche spazi dove esse possano sentire di contare nel prendere decisioni, si tratti di scuola, consultori, trasporto pubblico o trasformazione energetica». Tale tesi viene ribadita nel secondo intervento di Barca e Morniroli, dove si sottolinea la necessità di un lavoro “molecolare” e paziente per spronare i partiti, per poi aggiungere che «la somma di cento, mille esperienze non basta a determinare un cambiamento di sistema. È a scale elevate, nazionali e sovranazionali, che vengono prese decisioni da cui dipende la fioritura o l’appassimento di quelle esperienze». Un cambiamento di sistema lungo chiare missioni strategiche, che ovviamente non può che spettare a chi sta dentro le istituzioni e ha il consenso elettorale per attuarle. Una sinistra che miri a governare deve saperli offrire e convincere che possano funzionare, viene aggiunto.
Questo, mi pare, il quadro complessivo che risulta dagli interventi, se letti appunto trasversalmente. La possibile alternativa che si delinea è, però, molto fragile. Per dirla tutta, la radicalità delle proposte individuate da Barca e Morniroli, insieme alla necessità di ripartire dai margini e attuare missioni strategiche istituzionali e “di sistema”, non sono compatibili con lo spazio elettorale messo in luce da Pepino e Revelli. Non “si tengono” reciprocamente e in modo sinergico; non spingono nella stessa direzione. Anzitutto, come si può apprezzare dalla cronaca politica, la costruzione del “campo largo” è, per composizione ed equilibri interni, molto lontana dalla radicalità progettuale e dalle “missioni” individuate. Il progetto del campo largo è una somma di debolezze: la debolezza del PD a sinistra, che delega ad AVS la costruzione di una sinistra per procura; la debolezza di AVS, che non si intesta la costruzione di una sinistra di alternativa, per rimanere nell’orbita del centro-sinistra a traino PD; la debolezza del M5S, che perde voti e consensi; la debolezza del centro-riformista, che rischia di sparire del tutto dal quadro elettorale. Quali sono i temi e i contenuti del “campo largo”? L’impressione è che meno se ne parla, meglio è. Pensiamo davvero che un ridisegno della fiscalità volta a tassare le grandissime ricchezze sia ricevibile dal costituendo “campo largo”? (si veda per esempio la proposta “Tax the Rich” https://www.santannapisa.it/it/news/tassare-lestrema-ricchezza-e-giusto-e-fattibile-134-economisti-di-50-universita-hanno-firmato). O che l’altrettanto urgente “ricostruzione di una politica industriale del paese” possa trovare facile ascolto? O che le proposte del Forum Diseguaglianze e diversità sintetizzate nel secondo intervento di Barca e Morniroli facciano breccia nell’agenda del “campo largo”? Io credo che la risposta più onesta sia “più che no che sì” (si veda il mio Le piazze vuote, Laterza 2024). Inoltre, in un contesto dominato dall’astensione, dalla debolezza dei partiti, dalla sfiducia verso la classe politica e dall’“americanizzazione” del sistema politico-elettorale, la realizzazione concreta – e quindi non velleitaria – della proposta di Barca e Morniroli, mi pare non realizzabile. Un po’ come nuotare a rana in una piscina piena di melassa.
In sintesi, la lettura congiunta degli interventi Pepino-Revelli-Barca-Morniroli riconsegna uno iato tra la radicalità delle proposte e lo spazio politico-istituzionale per attuarle. Iato che, se non viene in qualche modo riempito, non potrà che condurre all’ennesimo appello al “voto utile” per fermare le destre, senza però proporre davvero un’alternativa e, in ultima istanza, di nuovo al fallimento politico. La cui conseguenza non potrà che essere la riproduzione, se non l’aggravamento, del quadro politico-istituzionale delineato da Pepino e Revelli.
La buona notizia è che nel secondo intervento di Barca e Morniroli si abbozzano alcune possibili soluzioni, le cui conseguenze rimangono, per così dire, non pienamente sviluppate, specie alla luce delle considerazioni sin qui fatte.
La prima: l’affidamento delle decisioni a processi di sperimentalismo democratico o, meglio, di governance sperimentalista. Come scrive Charles Sabel (Il parafulmine e il sismografo, in F. Barbera e P. Luongo (a cura di), L’economia, la politica, i luoghi. Scritti per Fabrizio Barca, Donzelli, 2024) oggi la presenza pervasiva dell’incertezza rende impraticabili tanto processi decisionali verticali “dall’alto verso il basso”, che l’ingenuo ricorso a soluzioni solo “dal basso”. Al contrario, è lo scambio di idee tra attori diversi per interessi e livello d’azione che, oltre a essere necessario per concordare i mezzi e i fini del corso d’azione da perseguire, genera impegni generali e condivisi sulla necessità e direzione del cambiamento da intraprendere. La governance sperimentalista non è una mera soluzione tecnocratica, in quanto gli impegni decisi hanno implicazioni politiche immediate, per esempio chiedono di scegliere con chi allearsi e con chi non allearsi, anche se non sono espressi come veri e propri programmi di partito o dichiarazioni a tutto tondo di fedeltà politica. È, per questo, anche una possibile leva per riattivare il conflitto sociale, per identificare gli interessi oggettivi in gioco, chi ha da perdere e chi da guadagnare dalle soluzioni proposte, senza indugiare in scelte fintamente negoziali che servono solo a difendere rendite di posizione. Potremmo dire: in assenza di partiti all’altezza delle proposte auspicate e dei meccanismi in precedenza delineati, servono nuove piattaforme mobilitanti che funzionino alla stregua di “assemblaggi politici” per risorse-agenti-problemi-soluzioni. Non esistono mondi necessari, ma solo mondi possibili non ancora esplorati. Se perseguita, questa strada aprirebbe uno spazio di governance sperimentalista dove chi sta dentro i partiti ma è bloccato da veti e dalla estenuante ricerca di equilibri negoziali può tessere reti e progetti con “i margini”, trovando così nuove alleanze con imprese, istituzioni, organizzazioni di rappresentanza degli interessi, fondazioni, associazioni di cittadinanza, movimenti, Università, pubblica amministrazione, e così via. Un aspetto cruciale da sottolineare è che “i margini” non sono solo gli attori “senza potere”. Anzi, il vero tema è creare alleanze tra “margini” con più e meno potere, agendo da veri e propri “broker”. Qui sarebbe anche necessario un po’ più di coraggio da parte di quel che rimane dei corpi intermedi più dotati di spazi e risorse, dal sindacato al mondo della cooperazione. Perché non aprire le sedi territoriali e farne spazi fisici per l’elaborazione di progetti di governance sperimentalista? Farlo, però, mettendosi a repentaglio e rischiando i propri scopi istituzionali, in vista di nuovi obiettivi collettivi. È, questa, l’unica via possibile per generare fiducia in condizioni di incertezza. Il medesimo discorso vale per le Università e le autonomie funzionali, spesso eccessivamente chiuse in missioni organizzative “a silos” prive di slancio e apertura. Un Paese dove tutti giocano in difesa, anche chi avrebbe le risorse per dare un segnale diverso e farsi carico dei rischi per innescare l’azione collettiva.
La seconda soluzione delineata da Barca e Morniroli riguarda gli “agenti del cambiamento”, non tanto quindi attori collettivi di vario tipo, ma individui che a volte sono membri di organizzazioni, ma non necessariamente devono esserlo. Occorre qui tornare al tema della militanza organizzata, ancorché in forma nuova. Occorrono nuovi organizer che si facciano diffusori attivi di quel “nuovo senso comune”, con l’obiettivo di risignificare un vocabolario corroso dall’abbraccio mortale da neo-liberalismo e autoritarismo. Le iniziative – da Volere la luna, al Forum Diseguaglianze e Diversità, al mondo che ruota intorno alla GKN, all’Associazione Riabitare l’Italia, al Collettivo per l’economia fondamentale, a Sbilanciamoci, ad Attac Italia e ad altre centinaia di esperienze – contano militanti attivi che seguono spesso piste separate e che difettano di occasioni di coordinamento e di confronto. Un “forum per l’alternativa”, convocato due volte l’anno, darebbe un segnale importante e sarebbe un’iniezione di fiducia.
C’è, infine, una terza questione che nessuno degli interventi ha affrontato. Ma che è cruciale: l’ingaggio con la comunicazione pubblica, con i mass media e con le nuove tecnologie. Il senso comune passa anche per il controllo politico degli immaginari, per l’occupazione dei ruoli che manovrano il capitale simbolico e per la promozione di una iconografia della classe dirigente in diretta connessione con i modelli identitari che si vogliono promuovere. Come ho scritto su il manifesto, la sinistra ha pensato di saper fare la televisione perché (un gruppo di intellettuali militanti) sapeva fare “Blob”, che era effettivamente un progetto politico dirompente (https://ilmanifesto.it/semplicemente-giorgia), che però lasciava al senso comune di destra la tv di massa. Un gravissimo errore, da parte della sinistra che avrebbe dovuto affiancare Blob e tv generalista. Il controllo degli immaginari – Berlusconi insegna – è co-essenziale alla costruzione del senso comune. Nel mondo dei vecchi e dei nuovi media ci sono persone, molto spesso in seconda e terza fila, che elaborano contenuti utili alla costruzione di un nuovo senso comune, ma che sono bloccati da logiche politiche e mediali avverse. Potrebbero essere alleate preziose, se solo fossero interpellate e coinvolte in un progetto politico.

Tutto molto interessante, in più tratti condivisibile, in altri discutibile a partire dalla necessità di voler includere PTD come un soggetto paragonabile ai precedenti. Su molti aspetti sociali è stata una lista inferiore a AVS in termini di proposta di sinistra o di alternativa, per altri ha trattato il fondamentale tema della guerra come una lista d’opinione, non come una lista di alternativa di società. é una cosa rispettabilissima per carità ma il confronto con liste precedenti è una forzatura.
Bisognerà anche accettare che in molti l’hanno votata perché senza alternative, perché una lista di sinistra d’alternativa con un proprio progetto politico è stata congelata.
Noi pensiamo che la rappresentanza abbia senso solo se c’è un protagonismo sociale che la giustifichi, le dia una ragione. Senza protagonismo sociale non è possibile alcuna rappresentanza politica, questa diventerebbe un’invenzione, una pratica di palazzo, l’azione di un élite autoreferenziale.
In assenza di un diffuso protagonismo sociale la forma partito (anche sotto le mentite spoglie di un cartello elettorale) perde di senso, non ha ragione di essere. Almeno che si pensi ancora, come nel Novecento, che il partito possa rappresentare quella élite, che alcuni chiamano avanguardia, che deve assumere il compito di “guidare le masse”. Operazione semplice in presenza del protagonismo sociale dei movimenti, quanto illusoria, ma improbabile e velleitaria in mancanza di conflitti e lotte di ampio respiro.
Quando queste ragioni saranno coscienza collettiva diffusa forse potremo, tutti e tutte, passare a cose più importanti delle competizioni elettorali: costruire conflitti, aprire vertenze, dare vita a pratiche antagoniste e costruire comunità politiche capaci di aprire la strada a forme di democrazia diretta e partecipata.