L’ultima assemblea della “Via Maestra” a Roma è stata un passaggio importante nel percorso promosso dalla Cgil insieme a più di 100 organizzazioni del civismo attivo, dei movimenti, del mondo della cooperazione sociale, perché in modo unitario è emersa la voglia, la disponibilità a investire in un cammino comune per mettere in campo non solo un’opposizione sociale diffusa alle politiche delle destre ma anche e soprattutto per provare a costruire un’alleanza capace di proporre la costruzione di un’alternativa politica e culturale a tali politiche. Partendo e valorizzando, nella relazione tra sindacato e associazionismo, quelle tante pratiche e esperienze territoriali che già oggi, tutti i giorni e ostinatamente, provano nel concreto a proporre e realizzare iniziative alternative al “neo-liberismo”. Pratiche costruite nei luoghi e con i luoghi, che sono portatrici di saperi concreti, centrati sulla realtà, forti perché in grado di proporre “cose” che si possono fare perché già si stanno facendo.
Cosa non da poco in un Paese in cui la politica e di decisori spesso non hanno né il coraggio, né le competenze, né la volontà di farsi carico della complessità e che quindi propongono un dibattito centrato non sulla realtà, ma sulla sua rappresentazione e semplificazione. Una modalità poco utile a risolvere e governare questioni e temi ma molto utile a sostenere narrazioni politiche centrate sulla strumentalità e la propaganda, mirate alla costruzione del facile consenso, magari, come nel caso dei migranti, quotando la paura sul mercato elettorale o ancora, come nel caso della povertà, rappresentando i poveri come colpevoli della loro condizione. In questa deriva culturale, accompagnata dalla colpevole ostinazione a rimanere dentro l’ottica neo-liberista, si sta realizzando lo sgretolamento dei presupposti stessi della nostra democrazia. Sul lavoro, sempre più povero, precario e in molti casi non sufficiente a uscire dalla povertà. Sulla scuola, con l’ipocrisia strafottente della parola “merito” aggiunta al titolo del Ministero quando tutti i dati ci dicono che in Italia se sei “povera, donna e meridionale” non hai le stesse opportunità di “un maschio, benestante e del nord. Così come sull’attacco sempre più violento al Servizio Sanitario Nazionale, che ha smantellato l’idea di cura come responsabilità pubblica e collettiva, in un’ottica inclusiva e agita dentro alle comunità verso un impianto contenitivo e istituzionalizzato, dove tutto diventa malato e malattia e dove larga parte della sofferenza viene messa in produzione con la privatizzazione dei servizi pubblici e lo smantellamento della sanità territoriale e di prossimità
Nell’incontro, inoltre è emersa la consapevolezza che la prima sfida è quella culturale. Perché nel paese è cambiato il senso comune, e così i poveri sono diventati colpevoli della loro condizione, le disuguaglianze sono state accettate come inevitabili e normali, i fragili sono stati disumanizzati e trasformati in categorie negative con cui è più facile essere cattivi e indifferenti. Lo stesso meccanismo si agisce sui migranti, sul pubblico rappresentato costantemente come inefficiente e mal funzionante rispetto al privato. E con la stessa modalità si cerca di proporre la svolta green e la transizione giusta come tema “agito dai centri” a discapito dei margini, alimentando così le reazioni sovraniste e conservatrici (come oggi sta avvenendo attorno alla mobilitazione dei “trattori”). In altre parole, il rischio è che dopo poveri, immigrati e immorali i nuovi “nemici del popolo” diventino gli ambientalisti.
E allora la Via Maestra, deve porsi l’obiettivo di produrre un vero e proprio ribaltamento culturale che argini e rovesci le tre tendenza che hanno determinato disuguaglianze e povertà, cioè le politiche pubbliche che hanno smesso di redistribuire ricchezza collettiva, la perdita di potere del lavoro e il cambiamento del senso comune. In primis, ribadendo le politiche di welfare, insieme a quelle mirate a contrastare le povertà e ridurre le disuguaglianze, non come esiti ma come presupposto di uno sviluppo giusto, fondato sull’intreccio tra giustizia sociale e ambientale. Dove la spesa sul sociale e per promuovere e tutelare diritti viene proposta non come “spesa a perdere” ma come investimento di buona spesa pubblica, centrata sulle persone e non in un’ottica servile nei confronti del mercato.
È evidente che lavorare per un welfare pubblico e per l’accesso universale ai servizi significa oggi ridefinire un nuovo patto fiscale che ritrovi coerenza e rilanci la progressività fiscale (per altro in coerenza con la nostra Carta Costituzionale), individuando come priorità la lotta all’evasione che continua a pesare come un macigno sul Paese in termini di inuguaglianze e precarietà dei servizi pubblici. Significa, ancora, proporre il tema della patrimoniale e della tassazione delle rendite finanziarie (in un Paese dove il prelievo fiscale continua a pesare di più sul lavoro dipendente e sui pensionati). Affiancando a tale prospettiva anche la richiesta forte di una riduzione delle spese militari, soprattutto in un momento in cui la guerra è tornata a essere accettata come uno strumento di regolazione dei rapporti internazionali.
Insomma, la “Via Maestra” deve proporsi come soggetto che ritrovi i contenuti, i linguaggi e le forme della politica in grado di parlare con le persone, soprattutto con quelle che si sentono abbandonate e distanti, per tornare a convincere. Chiedendo a tutti i diversi attori coinvolti di riconoscersi come indispensabili l’uno all’altro, soprattutto per investire sul coraggio di guardare al mondo con “occhi mai indossati prima”.
Infine nell’incontro si è sottolineato come i temi del welfare e delle politiche di contrasto delle povertà e delle disuguaglianze sono fondamentali anche per contrastare nei territori la proposta dell’Autonomia Differenziata. Perché declinarne le ricadute sul piano delle disuguaglianze territoriali e sociali, sul terreno dell’impatto sui diritti e sulle opportunità di accesso al sistema dei servizi è una chiave indispensabile per costruire un’alleanza orizzontale e popolare per contrastarla. In altre parole, il linguaggio dei diritti può aiutare a rendere consapevoli le persone delle ricadute che l’approvazione dell’autonomia differenziata avrebbe sulle loro vite, per evitare che, per paradosso, proprio le persone che ne saranno più colpite siano quelle più indifferenti alla sua approvazione. E ancora, soprattutto nel Centro Nord, per evitare che in particolare nelle aree di popolazione più colpite dai processi di impoverimento e vulnerabilità, dovute alla sempre più densa precarietà di lavoro e vita, prevalgano logiche egoiste e di lacerazione delle comunità.
