Vincenzo Comito (1940), ha lavorato a lungo nell’industria (gruppo Iri, Olivetti) e nel movimento cooperativo, nelle aree dell’amministrazione e finanza, del controllo di gestione e del personale. Docente di finanza aziendale ha insegnato all’Università Luiss di Roma e all’Università di Urbino. Fa parte del gruppo “Sbilanciamoci” e di quello di "Fuoricollana". Tra i suoi ultimi libri: “La globalizzazione degli antichi e dei moderni” (Manifesto libri, 2019) e "Come cambia l'industria" (Futura editrice, Roma, 2023).
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L’andamento dell’economia russa, dopo il crollo dell’Urss e i disastrosi anni di Eltsin, può essere, con l’avvento di Putin, suddiviso in tre fasi: sino al 2008, un periodo di grande sviluppo; dal 2008 alla guerra con l’Ucraina, una fase caratterizzata da alti e bassi, con una crescita più ridotta; infine il periodo dal 2022 ad oggi, con un boom economico, ma, in prospettiva, con alcuni problemi congiunturali e strutturali.
L’economia cinese si trasforma. Mentre diminuisce il tasso di crescita, pur sempre sostenuto, il paese cerca di superare alcune difficoltà del momento (crisi immobiliare, ostilità Usa, disoccupazione, caduta dei consumi) puntando sullo sviluppo tecnologico e su un aumento dei rapporti con i paesi del Sud, mentre porta avanti la lotta ambientale. Le prospettive sembrano positive.
I dazi imposti da Trump distruggeranno il sistema del commercio internazionale creato dagli Stati Uniti nel dopoguerra. È probabile che ciò, dopo aver provocato un grande disordine nel mondo dell’economia e della politica, avrà, sul fronte economico, risultati ridotti e finirà per rafforzare la Cina. In ogni caso, i problemi sociali degli Stati Uniti non sono i deficit commerciali, e i dazi non riusciranno a risolverli.
L’irruzione della start-up cinese DeepSeek pone grandi sfide agli Stati Uniti: da una parte un sistema aperto, libero, poco costoso, dall’altra uno che richiede enormi investimenti, energivoro, nelle mani di pochissimi, con un modello chiuso; da una parte un modello neoliberista feroce, che cerca di distruggere lo Stato, dall’altra un’economia dove si sviluppano reciprocamente Stato e mercato.
I rapporti fra Cina e India, conflittuali da tempo, hanno visto recentemente un parziale riavvicinamento. Ciò significa, in prospettiva, che la prima economia mondiale e quella che si avvia ad essere la terza avranno un ruolo sempre più importante in un mondo multipolare. In questo quadro l’Europa potrebbe avere una grande occasione di sviluppo. Dovrebbe, peraltro, aprire un dialogo con i due paesi; e appare vano sperarlo.
Trump annuncia l’imposizione di forti dazi sulle merci straniere, in particolare su quelle di Cina, Messico e Canada. L’incertezza sulle mosse effettive rispetto ai proclami, con i quali si preannuncia una politica di rilancio dell’industria del Paese, è molto elevata. Ma se alle parole seguiranno i fatti, i risultati saranno probabilmente molto negativi per il mondo e per gli stessi Stati Uniti.
La storia del mondo è storia di scambi. Oggi – come già in epoca romana – la Cina guida l’assalto asiatico ai mercati occidentali con esportazioni colossali non compensate dalle importazioni. Gli Stati Uniti, a partire dal primo Trump, hanno intrapreso una massiccia campagna di dazi per frenare i commerci con il Paese asiatico, ma i risultati sono stati scarsi.
È in atto un processo di disoccidentalizzazione del pianeta e si vanno formando nuove configurazioni dell’ordine mondiale. Stati Uniti e Cina saranno ancora a lungo i massimi protagonisti della scena ma, a fianco, è ben visibile la crescita dell’influenza di Arabia Saudita, Indonesia, India, Brasile, Turchia, Sud-Africa e di vari paesi dell’Asia Centrale.
Anche se non ce ne accorgiamo (o lo rimuoviamo), il peso dell’Occidente è sempre più ridotto. I paesi del Sud del mondo comprendono, ormai, più di sette miliardi di persone (contro un miliardo di quelle del Nord) e, sul fronte economico, rappresentano il 60% del PIL mondiale. Il peso dei paesi del Sud, inoltre, continua a crescere. Il relativo percorso non è cominciato oggi ma ha attraversato alcune tappe fondamentali.
La carne coltivata non ha nulla di “sintetico” ma è prodotta coltivando in vitro cellule animali identiche a quelle che mangiamo. Per di più, a differenza di quella oggi in vendita, non contiene additivi potenzialmente pericolosi. Con essa, poi, si ridurrebbero del 92% le emissioni di gas serra e del 90% il consumo di suolo. Eppure, incredibilmente, il Governo ne vieta la produzione.