È stato il grande storico francese Fernand Braudel, sulla base anche di studi precedenti portati avanti dai fondatori della scuola degli Annales, a introdurre il concetto di “lunga durata”; e questo per mettere in rilievo la persistenza nel tempo lungo di molti importanti fenomeni storici e, implicitamente, di come sia difficile cambiarne le dinamiche. Per spiegare meglio la questione, Braudel faceva, tra gli altri, l’esempio della riforma protestante in Germania. Ebbene, sottolineava lo storico, la linea geografica di demarcazione tra la parte del paese che rimase fedele al cattolicesimo e quella che invece aderì alla riforma coincise quasi perfettamente con il tracciato del limes, la barriera che fissava a suo tempo i confini in terra tedesca dell’impero romano, oltre il quale esso lasciava il passo ai “barbari”. Eppure erano passati 14 secoli tra i due avvenimenti. Si può applicare il concetto di Braudel, a parere di chi scrive, anche agli scambi tra il Nord e il Sud del mondo, per quanto riguarda in particolare la persistenza nel lungo periodo di uno squilibrio nella bilancia commerciale tra le due aree del mondo (e implicitamente sulla localizzazione a livello mondiale della produzione delle merci); e questo sempre a favore del Sud, in particolare dell’Asia, a partire dai tempi dell’impero romano e anche forse prima. Si poneva già allora e si pone ancora oggi poi il problema del regolamento finanziario di tale squilibrio, con tutte le sue conseguenze.
Già nel periodo dell’impero romano si importavano dall’Asia e in particolare dalla Cina e dall’India molte merci preziose. Ci è rimasto, tra l’altro, un discorso di Catone il censore che in Senato stigmatizzava il fatto che i senatori e le loro donne indossassero delle tuniche di seta; esse costavano moltissimo denaro e andavano quindi per Catone contro le tradizioni di austerità della città, mentre, per quanto riguarda le donne, essendo tali vesti trasparenti, esse offendevano per lui la pubblica morale. Ma, al di là della seta, si importava tra l’altro dall’Asia anche una grande varietà di spezie (Innes Miller, 1969). A un certo punto Augusto fece persino costruire una flotta che, basata sul mar Rosso, sviluppò il commercio con il continente lontano (Innes Miller, 1969). Gli asiatici non erano dal canto loro molto interessati alle merci romane e così la bilancia commerciale dell’Impero si presentava costantemente in deficit, deficit che doveva essere poi regolato con l’oro e l’argento, che tra l’altro erano a quei tempi abbastanza scarsi. Un saldo negativo della bilancia commerciale romana si poteva riscontrare anche all’interno dei territori dell’Impero, a partire da quello con la sua provincia più ricca, quella dell’Egitto, che tra l’altro era il principale granaio di Roma. Ma in questo caso il saldo delle partite veniva eventualmente regolato con la legge della rapina. Incidentalmente si può segnalare che negli archivi imperiali cinesi è rimasta traccia della visita nel paese di due delegazioni ufficiali di Roma.
Non molto diversa da quella del periodo romano si configurerà la situazione degli scambi nel Medioevo e nel Rinascimento. Gli europei erano di nuovo avidi delle merci di lusso asiatiche (seta, pietre preziose, spezie, ecc.) che arrivavano attraverso la via della seta, il ”sistema nervoso del mondo”, come ci ricorda un altro storico, Peter Frankopan; di nuovo in questo caso, non essendo gli asiatici molto interessati a quelle europee, si creava un saldo negativo della bilancia commerciale che doveva essere coperto sempre con l’invio in Asia di oro e argento. Fu così che gran parte dei metalli preziosi estratti in America con lo sfruttamento selvaggio della popolazione locale e di quella importata dall’Africa – tra l’altro costretta a lavorare nelle miniere in condizioni disumane –, finivano anch’essi soprattutto in Cina e India, attraverso varie vie, da quella europea a quella del cosiddetto “Galeone di Manila”. Vi resteranno sino all’Ottocento, quando la Gran Bretagna, con il suo dominio sull’India e con le guerre dell’oppio per quanto riguarda la Cina, riuscirà a mettere le mani su di una parte di tali tesori. Verrà il tempo delle grandi Compagnie delle Indie, quella olandese e quella inglese in particolare (il peso di quella francese fu sostanzialmente trascurabile) che, con i loro galeoni, faranno la loro fortuna sempre con il commercio delle merci asiatiche, di cui l’Europa era sempre avida, ma che, per farlo, saccheggeranno i paesi del continente, avanguardie del successivo dominio imperialistico su di esso. A guadagnarci erano una ristretta élite di mercanti e di funzionari, spesso con la violenza e la frode, in quest’ultimo caso anche a scapito di altri europei. Incidentalmente, nel Seicento i tessuti indiani conquistarono con la loro qualità il mercato europeo; ma i dazi, le imitazioni locali e poi soprattutto il dominio inglese dell’India distruggeranno anche fisicamente i prodotti del paese asiatico e i tessuti britannici li soppianteranno. Ancora oggi sulla bandiera indiana è disegnata la ruota di filatura di un telaio.
La storia degli scambi si ripropone ancora ai tempi nostri. Dopo la temporanea crisi delle civiltà indiana e cinese, durata più di due secoli, è la Cina che guida oggi di nuovo l’assalto asiatico ai mercati occidentali con delle esportazioni di importo colossale che non trovano ancora una volta una copertura adeguata con le importazioni. Oggi i galeoni sono sostituiti per la gran parte da grandi navi porta container (fabbricate in Cina e un poco meno in Corea del Sud, più raramente in Giappone; nessuna in Occidente) che trasportano i container (tutti fabbricati in Cina) che partono dall’Asia (tra i primi dieci porti del mondo sette sono cinesi, due di altri paesi asiatici e solo il decimo è europeo, Rotterdam) e caricano-scaricano le merci nelle varie banchine del mondo, attrezzate con gru e scanner cinesi. Nel 2024 in Occidente è forte l’allarme per la grande e persistente spinta delle esportazioni del paese di Confucio; si parla poco, anche per ragioni politiche, di quelle degli altri paesi asiatici, ma anche le loro appaiono rilevanti. Così è ormai da molti anni che sia l’UE che gli Stati Uniti registrano un forte deficit nelle bilance commerciali con la Cina, ma anche con diversi altri paesi del continente lontano. Nel 2022 tale deficit, per quanto riguarda l’UE, era ancora di quasi 400 miliardi di dollari, mentre nel 2023, su di un interscambio complessivo di 856 miliardi di dollari con il paese asiatico, era calato a 291 miliardi. Quello con gli Stati Uniti, sempre nel 2022, era pari ufficialmente a 359 miliardi, in realtà a molto di più. Al contrario che nel caso di Roma e del Rinascimento, questa volta sono stati gli stessi paesi occidentali che hanno contribuito a favorire la spettacolare crescita dell’industria nei paesi asiatici, avendo portato avanti, a partire da diversi decenni fa, un grande processo di delocalizzazione degli impianti produttivi nel continente alla ricerca di un più basso costo del lavoro. Oggi come allora si pone per l’Occidente il problema del regolamento del saldo negativo di tali scambi. Non si utilizza più certo l’oro e l’argento, ma per la gran parte il biglietto verde. Così le casse di paesi come la Cina, il Giappone, quelli del Golfo, rigurgitano di dollari, mentre il tenore di vita dei cittadini statunitensi, che vivono così in teoria al di sopra dei loro mezzi, è sostenuto dall’esborso di tali pezzi di carta. Ma i problemi crescono. La Cina sta lentamente liquidando le sue riserve in dollari, mentre una impresa giapponese, la Nippon Steel, vorrebbe acquistare in dollari la US Steel, ma il governo statunitense rifiuta la transazione. Anche alle aziende cinesi è sostanzialmente impedito di acquisire imprese statunitensi con tali riserve di dollari. Intanto vanno avanti nel mondo, sia pure lentamente, i processi di dedollarizzazione, che aprirebbero alla fine un problema gigantesco per i paesi del Nord. Non è chiaro come andrà a finire.
Per decenni Washington e più in generale i paesi occidentali hanno cantato le lodi del libero commercio e della non ingerenza dello Stato in economia e spinto anche i paesi del Sud ad impegnarsi su tale strada. Ma gli allievi, a cominciare dalla Cina, hanno con il tempo superato il maestro su molti fronti, mentre sempre la Cina minaccia oggi la supremazia statunitense in tutti i campi ed ecco allora che le vecchie regole occidentali non valgono più; avanti allora invece con il protezionismo e la politica industriale. Peraltro, alla fine, l’introduzione dei dazi appare come un’arma a doppio taglio, in particolare nel caso delle produzioni che combattono l’emergenza climatica, quali auto e camion elettrici, pannelli solari, pale eoliche, grandi batterie per lo stoccaggio dell’energia, prodotti per le infrastrutture elettriche; tra l’altro, così facendo, mentre si contribuisce a rallentare la crescita dell’economia mondiale, si ritarda in Occidente il passaggio all’energia pulita, si aumentano fortemente i prezzi dei prodotti relativi, mentre le imprese europee e statunitensi non hanno lo stimolo della concorrenza per migliorare le loro prestazioni. Per quanto riguarda le difficoltà poste al commercio altrui è noto che in particolare gli Stati Uniti a partire da Trump, seguiti poi comunque dai fedeli scudieri europei, nonché da Biden, hanno intrapreso una campagna sempre più massiccia per bloccare o almeno frenare i commerci, ma anche tutti gli altri legami, con il paese asiatico. Gli Usa hanno persino varato una grottesca legge per impedire l’importazione delle bandiere americane prodotte sino ad oggi anch’esse dai cinesi. Sottolineiamo a questo proposito che anche le Bibbie con la scritta “Dio benedica l’America” che Trump, durante la campagna elettorale, ha venduto ai suoi seguaci, erano prodotte nel paese asiatico. I risultati ad oggi di tale campagna sembrano però piuttosto miseri. Certo, a prima vista le esportazioni del paese asiatico verso gli Stati Uniti sono diminuite nel tempo in maniera rilevante; ma si tratta per la gran parte di un’illusione statistica. Gli importatori Usa tendono in effetti da allora a sottovalutare ufficialmente la dimensione dei loro acquisti dal paese asiatico per non incorrere nelle ire di Washington, mentre la Cina, invece di esportare direttamente, passa per delle triangolazioni, inviando i suoi prodotti verso dei paesi terzi, dal Vietnam, alla Thailandia, al Messico, all’India, che poi, magari aggiungendo qualche lavorazione ulteriore, li indirizzano verso gli Stati Uniti. In ogni caso dai tempi di Trump in poi la quota delle esportazioni cinesi sul totale mondiale è aumentata in misura abbastanza rilevante invece di diminuire e continua per il momento a farlo. Le cifre relative al 2024 confermano tale tendenza.
Oggi assistiamo a un’esplosione delle stesse esportazioni della Cina verso tutto il resto del mondo e in tutti i settori, dai prodotti più semplici (a partire dalla già citate bandiere americane, dalle bibbie di Trump e dagli arredi di Natale, fabbricati al 95% del totale mondiale da una sola città cinese), passando attraverso la meccanica pesante (boring machines per i tunnel, gru portuali ecc.) sino a quelli per l’energia pulita e per le apparecchiature di telecomunicazioni avanzate. «Nessuno è al riparo del rullo compressore industriale cinese, anche gli esportatori più agguerriti» (Escande, 2024); «L’andamento delle esportazioni cinesi rappresenta un unicum nella storia dell’economia mondiale» (Arvin Subramaninan, Martin Kessler). Così negli ultimi decenni i paesi asiatici hanno ripreso il loro vecchio ruolo; sono loro “strutturalmente” i produttori di merci mentre l’Occidente le consuma. Gli Stati Uniti bloccano le importazioni di pannelli solari dalla Cina? Ecco che arrivano quelli di Vietnam, Thailandia e compagnia (in realtà per la gran parte prodotti in Cina). Gli Stati Uniti bloccano quindi anche i pannelli solari del sud-est asiatico? Ecco che arrivano quelli indiani, la cui importazione in Usa sta esplodendo proprio in questi mesi. Ciò anche se i prezzi cinesi sono imbattibili e presumibilmente lo resteranno a lungo. Il “China price” è da tempo ormai il terrore di tante imprese del Nord e dello stesso Sud del mondo. Ma questo perché il rapporto prezzo/qualità/livello di servizio dei prodotti del paese asiatico sembra imbattibile. Il problema si presenta drammatico in particolare per i paesi dell’UE posti di fronte al dilemma di cosa riuscire a produrre che sia competitivo a livello mondiale e che riesca a tenere in piedi adeguatamente il nostro continente; qualcuno ha forse una risposta adeguata? In ogni caso, a proposito di dazi, appare istruttivo il caso dei pannelli solari (Harding, 2024). L’UE ha imposto dei dazi su quelli cinesi dal 2013 al 2018, mentre forniva sussidi per le installazioni degli impianti. Ma in tale periodo la gran parte dell’industria del solare dell’UE è fallita. Né i sussidi né i dazi cambiano, la gran parte delle volte, la realtà industriale. Ora anche la Northvolt, il più grande produttore europeo del settore, appare sull’orlo del fallimento.
Gli asiatici producono oggi quasi il 60% delle auto del mondo, almeno il 75% dei chip e pressoché tutti quelli più avanzati, più del 90% delle navi (all’Europa restano per il momento solo quelle da crociera, una fetta trascurabile del settore complessivo), la Cina da sola almeno il 55% dell’acciaio (se aggiungiamo gli altri paesi asiatici la cifra sale sino ad almeno il 70%) e il 60% del cemento, quasi l’80% dei pannelli solari (mentre controllano l’85% della capacità produttiva degli stessi) e il 60-65% delle pale eoliche (e l’84% della capacità produttiva), nonché, insieme alla Corea del Sud, almeno il 75% dei telefonini, mentre poi controllano il 76% della capacità produttiva nel settore delle batterie e mentre il mercato cinese assorbe da solo quasi il 50% delle produzioni chimiche mondiali, più del 50% di quella dei chip, il 51% di quella dei robot (l’intera Asia circa il 70%, mentre la produzione delle stesse apparecchiature nel continente è più o meno allo stesso livello percentuale); e ancora, in Cina si produce il 50% degli elettrodomestici bianchi – mentre i produttori asiatici, cinesi, coreani e giapponesi dominano quello degli elettrodomestici bruni – e il paese è largamente dominante, con gli Usa, nel mercato del lusso, settore, une foi n’est pas coutume, presidiato dai produttori europei, ma forse ancora per pochi anni.
Si tratta alla fine di un quadro complessivamente ribaltato rispetto a come esso si presentava 40 anni fa. Le restrizioni poi all’esportazione di tecnologie, a cominciare dal settore dei chip, messa in opera da Biden, al di là di qualche difficoltà temporanea per il paese asiatico, stanno avendo l’effetto controproducente di accelerare gli sforzi cinesi per rendersi progressivamente autonomi nel settore, sforzi che stanno avendo successo (le notizie e i rumour in proposito si succedono ormai quasi settimanalmente), anche se la strada dell’autonomia appare ancora un poco lunga. Ora con l’elezione di Trump cambierà veramente qualcosa?
Testi citati:
– Escande Ph., Le grand désordre du commerce mondial, Le Monde, 19 settembre 2024
– Harding R., Chinese EV, Leave other carmakers with only bad options, www.ft.com, 31 ottobre 2024
– Innes Miller J., The spice trade of the Roman Empire, Oxford University Press, Oxford, 1969, trad. it. Roma e la via delle spezie, Einaudi, Torino, 1974.
