Gianni Tognoni, medico, esperto di epidemiologia clinica e comunitaria, è stato direttore del Consorzio Negri Sud. E' Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.
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Mentre un libro-inchiesta di Vittorio Agnoletto (“Senza respiro”) richiama la necessità di una politica all’altezza del dramma che stiamo vivendo, esce, come dal cappello di un prestigiatore, l’annuncio di un prossimo miracoloso vaccino, tutto da verificare. L’informazione esulta e le borse volano!
La cronaca registra ogni giorno aggiustamenti delle misure del Governo per controllare l’annunciata seconda ondata della pandemia. La confusione regna sovrana e non aiuta né le scelte sanitarie né la democrazia. Non consola il fatto che altrove non vada meglio. A quando, almeno, una informazione non viziata e/o scandalistica?
L’ondata estiva della pandemia preoccupa. Giustamente. Ma non serve ostentare certezze quando ai perduranti difetti di conoscenza si aggiungono dati rilevati in modo casuale e, per questo, poco significativi. La sola cosa certa è la necessità delle misure precauzionali in atto che devono diventare cultura diffusa.
I Paesi “frugali” sembrano aver convinto gli Stati europei che i settori i cui indicatori sono la vita delle persone e la loro dignità (sanità, formazione, migrazione) devono essere “sorvegliati speciali”. Al contrario sono questi i settori in cui si verificherà in che direzione si marcerà nella gestione del Recovery fund.
L’assemblea dell’OMS in tema di covid-19 non ha prodotto risultati apprezzabili e la ricerca di farmaci-vaccini procede con lentezza e sconta il peso di ingenti interessi economici. Intanto è sempre più chiaro che i farmaci sono solo un pezzo di un intervento che deve avere ad oggetto i diritti e la cura dei soggetti più fragili.
Per fronteggiare un’epidemia sono decisive le strategie preventive. Per questo, in epoca di Coronavirus, è necessario dare risposte adeguate ad alcune esigenze fondamentali di conoscenza. Non bastano i bollettini dei nuovi casi, dei deceduti, dei guariti. Occorre un’informazione centralizzata e tecnicamente affidabile che oggi manca.
Il Corona virus esiste, è sufficientemente noto, deve e può essere gestito come un problema sanitario. Non è una guerra misteriosa contro un nemico sconosciuto. Perché trasformarlo in un oggetto di “protezione civile”, come un terremoto in atto o un uragano che può colpire mortalmente ovunque e chiunque?
La vicenda dei Rohingyas può essere raccolta attorno a poche parole-chiave (genocidio in corso, impotenza programmata del diritto internazionale, diritti umani in un’era post-umana) che ne fanno un promemoria delle implicazioni di una realtà globale nella quale i diritti umani e dei popoli sono sospesi senza tempo.
Il Tribunale permanente dei popoli, affermando la responsabilità del Governo turco per crimini di guerra e violazioni dei diritti fondamentali della popolazione kurda, rompe il silenzio istituzionale sulle politiche di uno Stato che svolge un ruolo chiave nella regione e in Europa, grazie all’impunità garantitagli dalla comunità internazionale.