Gianni Tognoni, medico, esperto di epidemiologia clinica e comunitaria, è stato direttore del Consorzio Negri Sud. E' Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.
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Il Tribunale permanente dei popoli lo ha documentato in modo inoppugnabile: la Turchia e il suo presidente hanno commesso, in Rojava, terribili crimini contro l’umanità. Non solo bombardamenti, omicidi mirati, arresti arbitrari, torture, femminicidi, stupri, ma anche il tentativo sistematico di sradicare il popolo curdo dalla propria terra accompagnato da una politica di vera e propria sostituzione etnica.
Giorgia Meloni conferisce la cittadinanza italiana al presidente argentino Milei per ricambiare il dono del modellino di una motosega, simbolo delle sue politiche sociali. Non sono coincidenze, ma segnali di un progetto comune. L’obiettivo è la “democrazia zero” che ha come stelle polari la disuguaglianza e il dominio incontrastato del più forte.
Non ha senso fare gli indovini su cosa succederà in Siria, in una situazione che sta rimescolando i profondi disequilibri già esistenti. Ma è chiaro il pericolo che corre l’esperienza civile e democratica di Rojava e del popolo kurdo, sotto attacco da parte delle milizie filoturche e della stessa Turchia. Spetta anche alla comunità internazionale, oggi in preoccupante silenzio, preservarla e salvaguardarla
Distribuire qualifiche di terroristi a destra e a manca è un vecchio gioco per giustificare le pratiche più fuorvianti e consentire di evocare la “sicurezza” a giustificazione di ogni guerra. Grazie a questo “gioco”, le aggressioni più brutali e sanguinose sono chiamate legittima difesa ed è proibito chiamare con il suo nome ciò che succede in Palestina (come ieri in Iraq o in Afghanistan).
Un numero incalcolabile di persone uccise. Distrutto il 70% delle strutture sanitarie. Carenze alimentari “severe” per 26 milioni di persone. Almeno dieci milioni i senza casa. Livelli di fame mai visti, che fanno prevedere, già per settembre, 2.5 milioni di morti. È il Sudan, ma non interessa nessuno.
I massacri che insanguinano quotidianamente Gaza sono la punta di un iceberg alla cui base stanno guerre e stragi che la comunità internazionale finge di non vedere. Gaza e la Palestina sono, dunque, anche il promemoria di un crimine diffuso: l’assenza di una risposta giuridica ed economica adeguata alla violenza e alla prevaricazione degli Stati.
La risposta di Israele all’attacco di Hamas ha raggiunto livelli di inumanità sconvolgenti. Le immagini dell’orrore degli ultimi (finora) bambini bruciati vivi a Rafah, tranquillamente definito un banale “incidente”, sono entrate a pieno titolo in antologie che si pensava appartenessero al “mai più”. Nell’oscurità dell’impunità, le Corti hanno aperto fessure che si vorrebbe tanto qualificare di speranza.
Le guerre che attraversano il mondo (Gaza prima di tutto, con la sequenza indicibile di un bambino ucciso ogni 10 minuti, per tutte le 24 ore e i 7 giorni della settimana), segnano il passaggio dalla unicità del genocidio alla normalità di processi genocidari. Occorrono cambiamenti profondi nella comunità internazionale: un 25 aprile per tutti!
C’è, nella decisione della Corte internazionale di giustizia sul carattere genocidiario delle operazioni militari di Israele a Gaza, un dato potenzialmente rivoluzionario: il riconoscimento, come elemento sufficiente per accogliere l’accusa formulata dal Sud-Africa, della centralità delle vittime e del fatto che la vita di un popolo è stata attaccata in modo da distruggerne la possibilità stessa di esistere.
Le vicende di Gaza e della Cisgiordania mostrano l’indisponibilità di Stati Uniti e Israele a rispettare le regole più elementari del diritto bellico e a rispondere delle loro politiche sul versante internazionale. Ciò rimanda all’urgenza di modificare gli strumenti e le istituzioni della comunità internazionale.