Gianni Tognoni, medico, esperto di epidemiologia clinica e comunitaria, è stato direttore del Consorzio Negri Sud. E' Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.
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Un numero incalcolabile di persone uccise. Distrutto il 70% delle strutture sanitarie. Carenze alimentari “severe” per 26 milioni di persone. Almeno dieci milioni i senza casa. Livelli di fame mai visti, che fanno prevedere, già per settembre, 2.5 milioni di morti. È il Sudan, ma non interessa nessuno.
I massacri che insanguinano quotidianamente Gaza sono la punta di un iceberg alla cui base stanno guerre e stragi che la comunità internazionale finge di non vedere. Gaza e la Palestina sono, dunque, anche il promemoria di un crimine diffuso: l’assenza di una risposta giuridica ed economica adeguata alla violenza e alla prevaricazione degli Stati.
La risposta di Israele all’attacco di Hamas ha raggiunto livelli di inumanità sconvolgenti. Le immagini dell’orrore degli ultimi (finora) bambini bruciati vivi a Rafah, tranquillamente definito un banale “incidente”, sono entrate a pieno titolo in antologie che si pensava appartenessero al “mai più”. Nell’oscurità dell’impunità, le Corti hanno aperto fessure che si vorrebbe tanto qualificare di speranza.
Le guerre che attraversano il mondo (Gaza prima di tutto, con la sequenza indicibile di un bambino ucciso ogni 10 minuti, per tutte le 24 ore e i 7 giorni della settimana), segnano il passaggio dalla unicità del genocidio alla normalità di processi genocidari. Occorrono cambiamenti profondi nella comunità internazionale: un 25 aprile per tutti!
C’è, nella decisione della Corte internazionale di giustizia sul carattere genocidiario delle operazioni militari di Israele a Gaza, un dato potenzialmente rivoluzionario: il riconoscimento, come elemento sufficiente per accogliere l’accusa formulata dal Sud-Africa, della centralità delle vittime e del fatto che la vita di un popolo è stata attaccata in modo da distruggerne la possibilità stessa di esistere.
Le vicende di Gaza e della Cisgiordania mostrano l’indisponibilità di Stati Uniti e Israele a rispettare le regole più elementari del diritto bellico e a rispondere delle loro politiche sul versante internazionale. Ciò rimanda all’urgenza di modificare gli strumenti e le istituzioni della comunità internazionale.
Non solo Gaza. Si consuma in questi mesi il genocidio del popolo kurdo, protagonista della resistenza contro lo Stato Islamico e di una delle più importanti esperienze di democrazia sostanziale. E ciò avviene nel silenzio della comunità internazionale. È il crimine del silenzio con cui si cerca di cancellare la vita e la storia di interi popoli.
Il popolo kurdo è vittima di ininterrotta repressione fin dal Trattato di Losanna del 1923. Negli ultimi anni la repressione, in particolare in Turchia, si è trasformata in vero e proprio genocidio. Oggi, dopo che il vertice di Vilnius dell’11-12 luglio ha accolto le richieste di Erdoğan, la NATO si accinge a diventarne complice.
La democrazia elettorale e quella sostanziale si divaricano: in Turchia le violazioni dei diritti umani e dei principi democratici più elementari sono cancellate dalla vittoria di Erdogan, entusiasticamente accolta dalla comunità internazionale. È un campanello di allarme, un pro-memoria del fatto che democrazia è una definizione scaduta.
Dal 19 al 21 maggio si è svolto a Hiroshima l’incontro dei paesi del G7: teso, nelle intenzioni dichiarate, a definire le condizioni per un futuro sostenibile, è stato, a ben guardare, un’arrogante e acritica riaffermazione dello status quo. Gli interventi dei capi di Stato e il documento finale sono un accurato occultamento della realtà e delle responsabilità per i disastri che affliggono l’umanità, dalla mancanza di cibo alla guerra.