Simona Fraudatario, PhD in studi europei e internazionali, Dipartimento scienze politiche, Università degli Studi Roma Tre, è coordinatrice del Tribunale Permanente dei Popoli.
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Oggi in Afghanistan – denuncia il Tribunale Permanente dei Popoli – è la stessa “umanità” delle donne a essere negata. Eppure, prima del ritorno dei talebani, esse erano presenti e attive in tutte le articolazioni della società. Il loro protagonismo si sarebbe potuto consolidare se fosse stato sostenuto dalla comunità internazionale.
Eliminazione sistematica e scientifica della popolazione civile, tortura di massa per fame e sete, distruzione di ogni presidio sanitario, “pulizia del territorio” con i bulldozer. Il tutto nella più perfetta impunità e nell’irrilevanza di ogni regola internazionale. Questo accade a Gaza nel silenzio complice dell’Occidente. Insieme al genocidio si consuma la fine delle democrazie, ridotte a opzione flessibile e, dunque, facoltative.
La risposta di Israele all’attacco di Hamas ha raggiunto livelli di inumanità sconvolgenti. Le immagini dell’orrore degli ultimi (finora) bambini bruciati vivi a Rafah, tranquillamente definito un banale “incidente”, sono entrate a pieno titolo in antologie che si pensava appartenessero al “mai più”. Nell’oscurità dell’impunità, le Corti hanno aperto fessure che si vorrebbe tanto qualificare di speranza.
In questa estate, in cui il dibattito pubblico è occupato dalla siccità e dalla guerra in Ucraina, ci sono alcuni grandi assenti. Tra questi i Rohingyas e i popoli del Rojava, nei cui confronti è in atto un vero e proprio genocidio ad opera del Myanmar e della Turchia nel silenzio (interrotto solo da qualche dichiarazione di facciata) e con la complicità della comunità internazionale.
I diritti umani sono oggetto di crescenti violazioni nel mondo, in Europa e anche nel nostro Paese. E ad essere vittime di abusi sono frequentemente anche i difensori delle persone migranti e rifugiate, i difensori ambientali, i giornalisti, gli avvocati. Per questo le istituzioni italiane e internazionali non possono restare inerti.
La vicenda dei Rohingyas può essere raccolta attorno a poche parole-chiave (genocidio in corso, impotenza programmata del diritto internazionale, diritti umani in un’era post-umana) che ne fanno un promemoria delle implicazioni di una realtà globale nella quale i diritti umani e dei popoli sono sospesi senza tempo.