Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).
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Ci sono, nella tragedia della Palestina, due evidenze: l’empietà dell’azione rivendicata da Hamas e la disperazione di un popolo oppresso, colpevolmente ignorata dalla comunità internazionale. Dire che alla radice dell’empietà c’è la disperazione degli oppressi vuol dire rendere i fatti alla loro complessità, senza il determinismo della causalità né il riduzionismo del fatto a un semplice fermo immagine.
L’Europa e i suoi 27 Stati, benché afflitti da stagnazione economica, disoccupazione, crescita della povertà, deperimento del welfare, mancanza di passione democratica, insistono nelle ricette degli ultimi 40 anni che hanno portato all’attuale mancanza di futuro. Ci sarebbe di che discuterne nella prossima campagna elettorale, che si profila invece come semplice occasione per regolamenti di conti tra classi dirigenti.
I migranti sono, ancora una volta, la cartina di tornasole della politica italiana. Il prolungamento fino a diciotto mesi della loro detenzione amministrativa nei CPR, annunciato da Giorgia Meloni, è un punto di non ritorno. Nessuna ricerca di una maggiore efficacia (sia pure distorta), solo una esibizione di crudeltà, morale e politica, che diventa sistema di governo. È la cifra del fascismo 2.0.
Il caso Vannacci è un apologo delle contraddizioni della destra, che cerca di tenere insieme conservatorismo moralistico (icasticamente impersonato dal generale) e capitalismo iperindividualista (proprio di molti suoi critici alla Barbie). Se la sinistra si limiterà ad accodarsi a critiche di superficie, senza smascherare le due facce della destra, sarà ancora una volta un’occasione perduta.
Chi è l’antagonista politico della sinistra? La destra oppure il capitalismo? Domanda epocale da pensosi politologi che fa capolino, peraltro, anche nei consueti tormentoni di Ferragosto (quest’anno imperniati sui costi per la divisione della pizza, per il doppio piatto o per la doppia forchetta e sul canone mensile di un ombrellone al Twiga). Incredibile ma vero. Basta ragionarci un attimo…
Alan Elkann segnala, sulle pagine di “la Repubblica”, che siamo in piena catastrofe. Non per le tragedie che ci circondano ma per la presenza, nella prima classe di un treno, di giovani che non sanno apprezzare il suo vestito di lino e le sue letture. Che scandalo signora mia! Piccola cosa che mostra, però, la distanza abissale tra la razza padrona del Paese e il mondo reale.
C’è un apologo interessante che viene dal mondo del calcio. La Reggina è esclusa dal campionato di serie B per il mancato pagamento integrale dei debiti accumulati negli anni (avendo definito un concordato in cui si impegna a pagare il 5 per cento del dovuto). A insorgere sono presidenti e rappresentanti delle società in regola con i pagamenti. Quegli stessi che, in Parlamento, propongono un condono per gli evasori…
La scomparsa della sinistra nell’epoca del trionfo del capitalismo ha molte cause. Tra queste ce n’è una, evidenziata dall’accettazione supina del lutto nazionale per la morte di Berlusconi, che si potrebbe definire “servitù volontaria”. È tempo di capire che la sinistra non può limitarsi a combattere l’ingiustizia, ma deve combattere gli ingiusti.
Due mesi fa una (allora) oscura parlamentare di Fratelli d’Italia apostrofò Tomaso Montanari con le parole: «Stia pur sicuro che da noi non avrà mai diritto di parola!». Non era una battuta infelice ma un programma politico oggi in pieno svolgimento: la regola è diventata prendersi tutto, trasformare ogni occasione in propaganda di regime, dileggiando ogni regola di pluralismo democratico e ogni pudore.
Il valzer delle nomine del Governo Meloni è in pieno svolgimento tra vizi antichi, spirito di rivincita e regolamenti di conti. Se per la Rai ci si affida a rabdomanti, venditori di fumo e barbareschi, negli enti economici si affollano garanti di un ordine economico immutabile il cui unico merito è l’obbedienza a qualunque padrone. E il metodo fa scuola…