E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "La sinistra impossibile da spiegare a mia figlia".
È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).
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Mentre l’Italia affronta con responsabilità la Fase2, Confindustria e imprenditori muovono all’assalto del Governo all’insegna del “Vogliamo tutto”. E’ una forma di egoismo radicale, camuffato da istanza libertaria, che nel disinteresse delle ricadute sulla salute collettiva, pretende di fare della libertà dei forti di farsi i fatti propri il principio della società che viene.
Tante e tanti, in questo 25 aprile di confinamento, a riempire la piazza virtuale: centinaia di migliaia, milioni secondo “Avvenire”. E’ un’Italia che resiste a chi vorrebbe che tutto restasse come prima, che si ripartisse da dove eravamo restati. E’ il conflitto che ci contrapporrà ai fautori di un Governissimo che riflette gli umori dei nemici del 25 aprile.
Non è vero che “niente sarà più come prima”. Sarà “come prima”, forse “più di prima”: più ingiustizia, più stupidità di chi comanda, più gestione dissennata delle risorse, se non sapremo alzare la voce per dire che cambiare si deve. In troppi sono già al lavoro perché niente cambi: aziende che scalpitano per riaprire, SI TAV per rilanciare tutto, demagoghi in pista.
L’articolo di Mario Draghi sul Financial Times segna davvero una svolta dall’ultra-liberismo al keynesisimo? E’ lecito nutrire dei dubbi. Appare più una riconversione del vecchio paradigma in tempi difficili: ancora una volta un modo per ribadire la centralità del “privato” socializzando i costi dopo aver privatizzato i benefici.
I sacrosanti scioperi nelle fabbriche oggi sono un “segnale di vita”: ci aiutano a immaginare un “dopo-virus” non consegnato a una biopolitica personalizzata e dispotica. Quando tutto questo sarà finito dovremo difenderci dalle scorie che l’emergenza avrà lasciato, e sarà da chi ha mantenuto un’autnomia di risposta che si potrà ricominciare.
Vorrà pur dire qualcosa se mentre tutti sono costretti a “restare a casa”, gli unici a dover “uscire” sono i lavoratori. Quelli che l’ideologia dominante aveva considerato un residuo del passato e che l’epidemia pone invece al centro della società. Come una cartina al tornasole il virus rivela il necessario rovesciamento di tutte le gerarchie sociali.
Alla velocità della luce siamo regrediti a una sorta di ground zero, in cui sommersi e salvati si decidono in base a età e speranza di vita. Accade quando – con risorse scarse – la sopravvivenza biologica prevale su tutto. Così nell’epidemia non si rivela solo la nostra fragilità ma anche la fallacia di tutto il sistema di valori dominante e delle scelte compiute.
Speculare su un’emergenza come quella del Corona virus per un pugno di voti in più nei sondaggi è una forma di sciacallaggio. Di fronte a un fenomeno che non comprendiamo e che stentiamo a misurare, più che sparare sentenze dovremmo ascoltare chi studia il fenomeno. E contrastare senza mezzi termini chi pensa di usarlo a danno di tutti.
Il Senato ha buttato “fuori bordo” Matteo Salvini ma il governo non può gioire perché la festa gliel’ha rovinata l’altro Matteo, il Renzi-Terminator specializzato in destabilizzazioni e dispetti. Per lungo tempo la legislatura sarà tormentata da questi due, capaci di collezionare sconfitte ma sempre bisognosi di visibilità. Una “maledizione” contro cui tenere la guardia alta.
Quelli che “le sardine sono solo fuffa” sono serviti. Il piano di destabilizzazione totale del Capitano si è infranto contro quelle piazze piene. E tuttavia la vecchia “Emilia rossa” non esiste più: il voto ci restituisce due Emilie Romagne diverse e opposte. Per questo il Pd aspetti a cantare vittoria, e soprattutto non pensi di riproporre bipolarismo e maggioritario.