Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.
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“Maigret” di Patrice Leconte è un esempio di come si stravolge un giallo. Il film, infatti, perde rapidamente di vista l’inchiesta sul delitto, per indagare sulla depressione di Maigret. Ma così, pretendendo di dare profondità psicologica a una funzione (quella dell’investigatore), si sacrifica la struttura del giallo a un’impresa impossibile.
In “Siccità”, ambientato in una Roma disperata e piegata da un’immaginaria estrema carenza d’acqua, Paolo Virzì opera il passaggio dalla lotta di classe al godimento individuale. Così si esce dal cinema turbati, perché, come nella migliore tradizione della commedia all’italiana, i film più riusciti di Virzì non sono solo film, ma anche specchi nei quali riconoscersi con un brivido di sgomento.
“Nostalgia” di Mario Martone è un film neorealista per facce e luoghi: agli attori professionisti si affiancano, infatti, gli abitanti del Rione Sanità, dove si svolge la storia del ritorno del protagonista al suo quartiere d’origine, e dove Morte e Vita, Bene e Male si affrontano in un prodigioso duello, denso di mito e, appunto, di nostalgia.
Sopravvivere, senza volerlo, anche alle perdite più gravi ha un che di drammatico. È questo il filo rosso che domina “I villeggianti”, penultimo film di Valeria Bruni Tedeschi. Una ricca vacanza in una villa sulla Costa Azzurra trasmette in realtà un senso angoscioso di chiusura: più che di una (lussuosa) colonia estiva, sembra quasi trattarsi di una colonia penale.
Catherine Spaak, morta pochi giorni fa a 77 anni, è nota come “la lolita del cinema italiano”. Non a torto, per i personaggi interpretati nei primi film (“Dolci inganni”, “La voglia matta”, “Il sorpasso”). Ma il suo ruolo più autentico, nel cinema e nella vita, è stato un altro: quello della giovane donna, non abbastanza sottomessa né abbastanza cinica, interpretata ne “La parmigiana” di Antonio Pietrangeli.
Lady Diana Spencer in Windsor, infelice moglie (poi ex) dell’eterno erede al trono d’Inghilterra, l’ormai settuagenario principe Carlo arriva al cinema. Film interessante, nel quale l’antica storia dei ricchi e nobili infelici nei loro castelli, a differenza degli anonimi membri della società dei consumi, è raccontata in forma di tragedia anziché di favola.
Come ha detto il regista Ridley Scott a proposito del suo ultimo film: «La storia dei Gucci riecheggia quella dei Borgia o dei Medici: si uccidevano l’uno con l’altro per affermarsi. Amore, passione, odio… sono i motori del mondo secolo dopo secolo. Non è cambiato nulla»
Modernità e laicità di sguardo spiccano nel capolavoro di Alberto Lattuada, Anna (1951) in cui l’apparente melodramma cattolico è incrinato da molteplici elementi che ne cambiano decisamente il senso, e mettono in luce un modello femminile modernissimo.
Il tema centrale di “Marylin ha gli occhi neri”di Simone Godano, è proprio il confronto con un modello irraggiungibile che è all’origine della nevrosi e dell’infelicità non solo dei protagonisti ma anche, spesso e volentieri, di noi spettatori. Con una lezione non da poco: che l’empatia verso gli altri passa, prima di tutto, dall’accettazione di sé stessi.
“Qui rido io”, ultimo film di Mario Martone scandalosamente ignorato dalla giuria di Venezia, ci dice, attraverso un Pulcinella morente, che solo sul palcoscenico del teatro c’è la vera libertà.