Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.
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Catherine Spaak, morta pochi giorni fa a 77 anni, è nota come “la lolita del cinema italiano”. Non a torto, per i personaggi interpretati nei primi film (“Dolci inganni”, “La voglia matta”, “Il sorpasso”). Ma il suo ruolo più autentico, nel cinema e nella vita, è stato un altro: quello della giovane donna, non abbastanza sottomessa né abbastanza cinica, interpretata ne “La parmigiana” di Antonio Pietrangeli.
Lady Diana Spencer in Windsor, infelice moglie (poi ex) dell’eterno erede al trono d’Inghilterra, l’ormai settuagenario principe Carlo arriva al cinema. Film interessante, nel quale l’antica storia dei ricchi e nobili infelici nei loro castelli, a differenza degli anonimi membri della società dei consumi, è raccontata in forma di tragedia anziché di favola.
Come ha detto il regista Ridley Scott a proposito del suo ultimo film: «La storia dei Gucci riecheggia quella dei Borgia o dei Medici: si uccidevano l’uno con l’altro per affermarsi. Amore, passione, odio… sono i motori del mondo secolo dopo secolo. Non è cambiato nulla»
Modernità e laicità di sguardo spiccano nel capolavoro di Alberto Lattuada, Anna (1951) in cui l’apparente melodramma cattolico è incrinato da molteplici elementi che ne cambiano decisamente il senso, e mettono in luce un modello femminile modernissimo.
Il tema centrale di “Marylin ha gli occhi neri”di Simone Godano, è proprio il confronto con un modello irraggiungibile che è all’origine della nevrosi e dell’infelicità non solo dei protagonisti ma anche, spesso e volentieri, di noi spettatori. Con una lezione non da poco: che l’empatia verso gli altri passa, prima di tutto, dall’accettazione di sé stessi.
“Qui rido io”, ultimo film di Mario Martone scandalosamente ignorato dalla giuria di Venezia, ci dice, attraverso un Pulcinella morente, che solo sul palcoscenico del teatro c’è la vera libertà.
I professori universitari che rifiutarono di prestare il giuramento al fascismo furono un’infima minoranza: non 12 peraltro, come abitualmente si dice, ma 13. Ad essere dimenticato è Giuseppe Antonio Borgese, professore di Estetica alla Statale di Milano. L’omissione è probabilmente dovuta alla peculiarità della sua vicenda, che è, peraltro, opportuno ricordare.
Il finale di questo ultimo film di Bellocchio è il suo riassunto simbolico, con l’incontro solo sfiorato tra il regista ottantenne e il per sempre giovane Camillo, sul ponte Gobbo di Bobbio. Film come ponte, in un certo senso l’opposto della cecità.
Nell’efficientissimo Veneto bastano 5 mesi, che diventano 16 in caso di impossibilità nel giorno fissato, per ottenere una visita pneumologica… È l’emergenza, bellezza. Ma forse l’emergenza ha ragione a dettare quei tempi ché, se ci fossero abbastanza medici e strumenti per farvi fronte, rischierebbe pure di estinguersi.
Rifkin’s festival, l’ultima opera di Woody Allen, è un film sulla vecchiaia e la morte, condite con molto ciarpame. Non stupisce che l’ottantacinquenne regista, per dirci le amare consapevolezze portate dall’età, sia stato costretto a imbastire un’amena favoletta fuori tempo massimo.