Mickey vola basso

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È prevedibile che in questo orribile periodo di guerre, demagogia volgare e scomparsa delle democrazie nascano opere derivative, banali e di rapida decodifica, per poter illudere le masse di essere tanto istruite e perfino antifasciste. La ricetta è presto detta, basterebbe chiedere a un modello di memoria artificiale: ci vogliono i cattivi e i buoni, ovviamente. I cattivi devono assomigliare a quelle rivoltanti figure che oggi riescono a manipolare l’opinione pubblica (l’espressione è ormai comica) vincendo le elezioni. I buoni non devono essere troppo lontani dall’uomo medio che si suppone possa apprezzare, insomma: dei mediocri senza particolari qualità intellettuali; magari paciocconi, buffi, prossimi. Se il genere è fantascientifico non dev’esserlo troppo, perché gli spettatori poveretti si perdono, e nemmeno serioso, perché se no s’incupiscono e non reggono. Voci stridule, capitomboli, ridicolizzazioni smaccate e di sicuro effetto, personaggi tipizzati e spiegazioni come riempitivo. La distopia stessa non dev’essere troppo distopica, dev’essere ilare e giocosa. Le idee devono essere facili e riconoscibili come appendiabiti su cui innalzare la nostra intelligenza, quindi: non siamo numeri, le donne sono il bene, soprattutto le nere, l’amore vince, ogni forma di vita è meglio degli umani. Il regista coreano Bong Joon-Ho, già incensato e quasi incoronato per Parasite, ora la fa più facile e dissemina tutto il suo gonfio, grottesco e buio Mickey 17 di ammiccanti allusioni ai drammi della nostra società edonistica e tecnicizzata.

In un futuro non molto lontano due miserabili scappano da un gangster sadico e accettano di finire su un pianeta, Nielfheim, dove uno dei due sarà perfino sacrificabile, expendable, oggetto di esperimenti che lo porteranno ad essere clonato diciassette, anzi, diciotto volte. Una volta ucciso, il suo corpo viene smaltito e lui viene ristampato, così dicono, in un nuovo corpo, col suo mattoncino di memoria intatto. Quando la sua vocina stridula commenterà l’atto della sua imminente uccisione da parte delle bestioline che popolano il pianeta, i cosiddetti “striscianti”, sorpresa vuole che egli sia in realtà salvato e si ritrovi addirittura di fronte al proprio replicante, ristampato a causa della sua morte data per certa. E la fidanzata, l’agente Nasha Barridge, sembra essere molto lieta di potersela spassare con due doppi col fisico di Robert Pattinson. Tutto è forzato e gridato per innescare la risata o il sorriso o lo svago pavloviano: il despota è un demente, la moglie è ossessionata dalle salse e per quelle vuole sterminare gli animaletti con i loro liquami imprecisati, la bella Nasha è sesso e rivolta, Mickey è un paria un po’ fesso ma con dei pettorali cinematografici.

Il regista non sembra voler far altro che cucinare un buon intrattenimento con una manciata di polvere di critica della società, riconoscibile anche da un tredicenne istruito (magari non un Mickey 17177459, ossia alienato e liquefatto dal proprio stesso cellulare). Il protagonista è un lavoratore schiavizzato e ridotto a pezzo sostituibile, usa e getta come un migrante riassunto nelle sue braccia e nella sua utilità sociale: nulla di fantascientifico in realtà, perché nient’altro che la cronaca più ovvia del presente.

Lavoratori edili ed agricoli, alienati dell’informatica, operai di fabbrica, soldati in guerra, detenuti visti come spazzatura sociale; sacrificabili come quelli che già vent’anni fa il sociologo Zygmunt Bauman chiamava “vite di scarto”. Il film vuole parlare di questo? Oppure vuole inoltrarsi nei territori angusti delle riflessioni sull’alienazione (Marx), sull’identità come memoria (Locke), sull’io come flusso di percezioni senza struttura (Hume)? Per carità! Restiamo bassi e didascalici e lanciamo spunti senza svilupparli; in fondo stai vendendo una storia a quei bambinoni che te la devono comprare e devono sentirsi dalla parte giusta gridando al capolavoro: quindi devi metterci i mostri, cioè sia i populisti masochisticamente eletti, sia i repellenti striscianti, che poi si rivelano essere molto più umani degli umani, come succede in ogni cartone animato da decenni.

Quando Mickey e la collega Kai sono invitati a cena dal dittatore e imbonitore Kenneth Marshall e lui fa un’esplicita proposta sessuale alla ragazza, provando a lusingarla con la necessità di creare un’umanità geneticamente superiore, la ragazza gli risponde: «Per lei sono solo un utero, vero?». Femminismo, fatto. L’ecologismo? Sulla Terra ci sono solo tempeste, per questo siamo qui su Nielfheim. E poi i cattivi devono essere patetici, limitati e di cattivo gusto come quelli che oggi dominano schermi e social (anche qui la realtà supera la fantasia) e la storia si deve chiudere con il lieto fine: Nasha, la protagonista femminile, prefigurazione di Kamala Harris (il film era già finito nel 2022), si candida e risolve tutto, riconsegnando anche identità e gioia al suo amato Mickey 17, ora finalmente Mickey Barnes. Beninteso: quelli come lui, i pezzi dell’ingranaggio, hanno tutto il diritto di farlo inceppare, lottando per la loro re-umanizzazione, ma se questa è la critica della società, se questo spettacolo di quasi centoventi milioni di dollari, se questa fracassonata appariscente deve aiutarci a dissentire, con il suo manicheismo immediato, buonanotte.

La realtà che stiamo vivendo è peggio dell’esplicito Mickey 17 e la sedizione, già solo per il fatto che c’è bisogno di consapevolezza, disincanto, mediazioni, organizzazione, non è facile come nel film. I cloni che stiamo allevando, tutti consumismo, cinismo e sfruttamento tollerato, non muoiono solo diciassette volte, ma sempre, tutti i giorni, in un angolo dell’inquadratura con cui ci godiamo l’intrattenimento quotidiano. E non c’è nessun pianeta ghiacciato dove espatriare; c’è solo questo, dov’è il caso di rendere giustizia alla complessità, se vogliamo aprire gli occhi.

Gli autori

Luca Tedoldi

Luca Tedoldi, professore di filosofia e storia, insegna nel Liceo Banfi di Vimercate.

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