Domenico Gallo, magistrato è stato presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013), "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019) e "Il mondo che verrà" (edizioni Delta tre, 2022).
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Il Tribunale permanente dei popoli lo ha documentato in modo inoppugnabile: la Turchia e il suo presidente hanno commesso, in Rojava, terribili crimini contro l’umanità. Non solo bombardamenti, omicidi mirati, arresti arbitrari, torture, femminicidi, stupri, ma anche il tentativo sistematico di sradicare il popolo curdo dalla propria terra accompagnato da una politica di vera e propria sostituzione etnica.
Finalmente domenica 19 gennaio, a Gaza, si è spento il fragore delle armi. È una benedizione, ma la tregua è fragile. Occorre un progetto per il futuro il cui caposaldo deve essere la fine dell’occupazione israeliana. Ma non basta. L’avvio della ricostruzione (che sarà un’operazione immane) e la definizione di un governo indipendente della Striscia e dell’intera Palestina richiedono un’amministrazione autorevole dell’Onu.
L’anno appena concluso è stato, sul piano internazionale, il più violento e sanguinoso dal 1945. Al centro, ovviamente, la guerra in Ucraina e l’annientamento della striscia di Gaza. La necessità di una trattativa, da un lato, e l’insostenibilità umana ed etica, dall’altro, sono oggi conclamate. Anche a noi spetta il compito di tradurre questa consapevolezza in iniziativa politica capace di aprire orizzonti di una pace vera.
Il fatto è pacifico, anzi rivendicato. Salvini, da ministro dell’interno, ha impedito lo sbarco di 147 migranti salvati in mare, attentando così alle loro libertà fondamentali. Ugualmente pacifico è che, in un sistema democratico, la discrezionalità politica si ferma di fronte alla lesione di diritti tutelati dalle leggi e dalla Costituzione. Per questo non convince l’assoluzione dei giudici di Palermo, forse intimiditi dagli attacchi della destra.
Noi che eravamo giovani nell’89 vedevamo dinanzi a noi un orizzonte sereno e sognavamo un futuro colmo di speranza. In quell’epoca, il treno della Storia era stato messo su un binario che correva verso un avvenire luminoso. Purtroppo quell’avvenire che ci avevano promesso con la caduta del muro di Berlino è tramontato nell’arco di una generazione, e alla fine la parola è tornata alle armi.
Le reazioni di rigetto (esplicito e implicito) al mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu e il suo ex Ministro della Difesa Yoav Gallant evidenziano le contraddizioni e l’ipocrisia dell’Occidente. Per i Governi degli Stati Uniti e dell’Europa, quel che vale per Putin non vale per Netanyahu. Eppure i princìpi e le regole del diritto internazionale dei diritti umani hanno senso solo se universali, altrimenti è razzismo.
L’insofferenza della destra per le regole si traduce in sistematica aggressione dei giudici: che siano autori di di decisioni sgradite o che abbiano espresso critiche al Governo. L’obiettivo è intimidirli e, in prospettiva, rimuoverli, come prevedeva una legge fascista del 1925. Intanto si tenta di modificare le regole della competenza: volte mai si trovino giudici più ossequienti ai desiderata del potere…
Nonostante le smentite dell’Unione europea e dei giudici, il Governo insiste nella “campagna d’Albania” per rimpatriare i richiedenti asilo con procedura accelerata. Ora ci prova con un decreto legge ma anche così non può stabilire che paesi come l’Egitto devono essere considerati “sicuri”. Meloni non se ne abbia a male: i magistrati applicando le regole europee dovranno continuare a dire “che l’asino non vola”.
26 ottobre. È importante scendere in piazza per testimoniare la voglia di pace, ma non basta più invocare la pace se non si mettono a fuoco le scelte politiche concrete necessarie per contrastare le spinte belliciste, e se non si realizza una mobilitazione permanente capace di coinvolgere le più ampie fasce della popolazione e i territori a tutti i livelli.
Sulle sofferenze e le morti nella guerra in Ucraina (50-60mila al mese per ciascuna delle due parti) regna il silenzio più assoluto. Il totale delle perdite subite dalla sola Ucraina in oltre due anni di guerra si avvicina al totale delle perdite dell’Italia nella Grande guerra. Un’intera generazione è stata distrutta. Il sangue ucraino si sta esaurendo, ma anziché fermarsi si pensa di ricorrere ai donatori di sangue alleati.