“Gli sguardi degli altri” e il nostro vulcano interno

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Gli occhi degli altri è liberamente ispirato al delitto Casati, un fatto di cronaca del 1970 che destò grande scandalo. Il ricchissimo marchese Camillo Casati Stampa si suicidò dopo aver ucciso la sua seconda moglie Anna Fallarino e l’amante Massimo Minorenti.

A prima vista parve un tipico delitto d’onore, secondo la definizione di una norma allora ancora in vigore e che garantiva al reo ampi sconti di pena. Ma la scoperta del diario del marchese, insieme a un gran numero di fotografie, rivelò invece una storia di voyeurismo. Il marchese assisteva agli incontri sessuali della moglie con sconosciuti adescati per strada o nelle spiagge, incontri che lui stesso organizzava, ricompensando poi gli “attori” che vi si prestavano. La storia della moglie con Minorenti, nata al di fuori di questo rituale, rischiava di distruggere quello che per il marchese era un legame irrinunciabile: da qui la sua scelta di un finale tragico, di distruzione e autodistruzione.

Il diario e le foto, non si sa come, arrivarono ai giornali che ci sguazzarono a lungo, e lo scandalo sessuale mise in secondo piano lo stesso delitto e le due vittime. Con il suo film Andrea De Sica riscrive la cronaca, raccontandola attraverso la chiave di lettura del femminicidio, che oggi sarebbe senza dubbio adottata di fronte a un caso del genere.

Il regista scandisce la storia in quattro tempi, mostrandoci l’evolvere della relazione coniugale, o meglio l’evoluzione di questa donna, Elena (Jasmine Trinca), che a un certo punto non accetta più il patto fondativo di questa unione, che si era rivelato fin dalla prima notte di nozze. De Sica dà poi forma concreta all’ossessione segreta della coppia, che li rinchiude in uno spazio solo loro, scegliendo di ambientare tutto il film nell’isola di Zannone dell’arcipelago delle isole Ponziane, che Casati Stampa per anni prese in affitto come riserva di caccia e nella quale aveva una casa.

L’isola è un ambiente inizialmente edenico, dove l’unica legge sembra essere il proprio piacere, come rivendica con goffe frasi superomistiche e dannunziane il protagonista – alter ego del marchese Casati – Lelio (Filippo Timi). Una libertà che trova la sua autorizzazione soprattutto nella sua immensa ricchezza, che gli permette di ottenere anche in tempo record dalla Sacra Rota un doppio annullamento di matrimonio per risposarsi con Elena. Ma questa libertà può manifestarsi solo in parte agli occhi degli altri, che devono solo ammirare, non vedere la verità. E infatti Lelio ammette che «quando ci sono ospiti, non mi rilasso mai». Infatti può essere sé stesso fino in fondo solo di fronte a chi è di sua proprietà, acquistato con il denaro: i suoi domestici, sua moglie (di estrazione piccolissimo borghese) e i poveracci che paga per accoppiarsi con lei.

Col passare del tempo, però, l’isola diventa per Elena una prigione, quando inizia a percepire come tale il suo matrimonio. La promiscuità sessuale orchestrata dal marito non è più per lei un emozionante frutto proibito da condividere in complicità, ma si trasforma in una violenza, che si legge via via sempre di più negli occhi della donna. Lo vediamo soprattutto attraverso i filmini amatoriali girati dal marito, così che anche noi spettatori diventiamo gli “altri” che guardano, costretti a riconoscerci in una dinamica morbosa che è tuttora e più che mai presente nel sistema dei media rispetto alla cronaca nera e che ci rende “consumatori” anche del male.

Jasmine Trinca restituisce con precisione e partecipazione eccezionali la complessità del suo personaggio, mentre Filippo Timi delinea il ritratto di un uomo pateticamente fuori tempo, un relitto del ventennio che traveste la sua piccolezza e impotenza con atteggiamenti quasi mussoliniani, come De Sica suggerisce con numerosi piccoli tocchi (e chissà che non l’abbia scelto anche perché ha interpretato il dittatore e il suo figlio segreto in Vincere di Bellocchio).

Emerge così con chiarezza che la vera differenza fra i due sta nella capacità di riconoscere e affrontare la propria infelicità e soprattutto governare l’insieme magmatico delle pulsioni che ribollono nel loro animo. Sono quelli che Vincenzo Cerami in Fattacci, libro nel quale è raccontato anche il delitto Casati, chiama «i demoni che dentro tutti gli uomini perennemente dormono, come dentro gli antichi vulcani. Rimasti in noi dopo il peccato originale. Essi si agitano appena appena nei cattivi sogni, negli incubi notturni, nelle angosce apparentemente immotivate e nei normali lampi della follia quotidiana: essi debbono dormire, o ci divorerebbero. Debbono essere lasciati al loro sonno o non avremmo scampo». Così come nessuno ha scampo, neppure lui stesso, dall’esplosione del male che prende definitivamente il sopravvento nell’animo di Lelio.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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