Per una Carta dei Diritti della Natura

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Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce
ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.
(Bernardo di Chiaravalle)

E gli uomini vanno ad ammirare gli alti monti e i vasti flutti del mare
e gli amplissimi corsi dei fiumi e il cerchio dell’oceano
e il corso delle stelle, e trascurano se stessi.
(Francesco Petrarca)

Confesso che partecipando a maggio a una camminata organizzata da “Pro Natura” di Torino all’Oasi Zegna, sono stata colta da un sentimento di intensa rabbia. Rabbia dopo aver assistito a una vera e propria “invasione” di vacanzieri della domenica all’assalto dei bellissimi luoghi di quella montagna. Ovviamente in auto o in rombanti moto su e giù per la strada Panoramica. Con brevi soste ai bar, qualche affaccio per osservare distrattamente i bei panorami montani, qualche passo sui sentieri, magari quelli percorribili coi bimbi sui passeggini. La montagna come luna park. Ma scene analoghe si possono osservare nei luoghi marini, nelle città d’arte ormai preda di un overtourism senza limiti. Per non parlare dell’aumento in questa estate 2025 delle chiamate al Soccorso alpino, mai così numerose, di cui il 60 per cento dovute non a esperti alpinisti in difficoltà, ma a escursionisti privi di ogni prudenza e raziocinio (in montagna con le infradito, come si legge). Successivamente però mi sono chiesta se questo sentimento di rabbia e ostilità nei confronti della massa di vacanzieri frettolosi e imprudenti non nasconda un aspetto snobistico ed elitario: in fondo io, pensionata, posso permettermi di godere della Natura non solo la domenica come invece chi lavora; ho potuto da anni sviluppare consapevolezza della necessità di una mobilità dolce; ho potuto approfondire tematiche ecologiste; ho avuto tempo e agio per leggere, studiare e meditare. La bellezza della Natura è un dono per tutti, soprattutto per chi vive una vita di lavoro, frenetica e infelice: “Tutti hanno bisogno della bellezza come del pane; luoghi in cui poter giocare e pregare, dove la natura possa guarire e rinvigorire il corpo come l’anima”. Sono queste le splendide parole di John Muir, scritte nel lontano 1912 dal “padre” dei parchi nazionali, fondatore del Sierra Club, il primo movimento ambientalista del mondo (Andare in montagna è andare a casa, Piano B edizioni 2020, p. 20).

Nel corso di questa estate 2025 tantissimi sono stati gli articoli e le lagnanze più che giustificate a proposito del turismo “mordi e fuggi”, soprattutto sui monti, in particolare sulle Dolomiti, letteralmente prese d’assalto. Osservazioni e lagnanze validissime, ma se si va al cuore del problema, non si può non ammettere che sono soprattutto le città inquinate e bollenti a spingere le persone alla ricerca di fresco sulle montagne, sono i ritmi lavorativi e familiari frenetici a far desiderare la quiete della Natura in ogni suo aspetto. Al netto dell’inevitabile quota di persone maleducate e/o imprudenti di natura, resta il fatto che in condizioni di vita più eque e giuste, sicuramente anche la fruizione della Natura potrebbe essere un’esperienza più equa e giusta per tutti. È questo, mi pare, un altro esempio che ci porta a riflettere sul legame strettissimo che esiste fra difesa della Natura e lotta per reali cambiamenti e miglioramenti sociali, così come fra lotta contro i cambiamenti climatici e lotta per una società vivibile e più giusta. Infatti, come sostiene lo scrittore americano Jonathan Franzen: “Ogni movimento verso una società più giusta e civile può essere considerato un’azione significativa per il clima” (E se smettessimo di fingere? Ammettiamo che non possiamo più fermare la catastrofe climatica, Einaudi, 2020).

Ma c’è di più. Che cosa, a ben vedere e riflettere, accomuna la mia abitudine a una fruizione della Natura rispettosa, silenziosa, profonda (non che sempre io ci riesca, ovviamente) con quella rumorosa e vorace del turismo “mordi e fuggi”? In fondo fruiamo degli stessi panorami, godiamo del fresco e del verde degli stessi alberi, ammiriamo le stesse onde e le stesse nuvole che si rincorrono nel cielo. Ciò che ci accomuna è proprio ciò che maggiormente ricerchiamo nella Natura e che, in misura senz’altro diversa, ciascuno di noi ha purtroppo perduto. Nel lontano 1889 sempre John Muir scriveva: “Migliaia di persone stanche, esaurite, iper-civilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è tornare a casa, che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane non sono utili solo in quanto fonti di legname e di acqua per irrigare, ma come fonti di vita”. Forse, appunto, tutti indistintamente cerchiamo nella Natura (sia montagna, o mare, o la pianticella del nostro balcone) un “ritorno a casa”, una casa non solo materiale, ma squisitamente spirituale, seppur non necessariamente nel senso religioso del termine. Il problema, anche se non nei termini assai netti usati da C.G. Jung, è infatti proprio che nessuna voce giunge più all’uomo da pietre, piante o animali, né l’uomo si rivolge ad essi sicuro di venire ascoltato. Il suo contatto con la natura è perduto e con esso è venuta meno la profonda energia emotiva che questo contatto simbolico sprigionava” (L’uomo e i suoi simboli, Bollati Boringhieri, 1964).

Ecco, è proprio la ricerca di quel “vitale contatto” che accomuna tutti coloro che si immergono nella Natura, sia chi lo fa in modo maggiormente rispettoso e consapevole, sia chi rimane intruppato nella massa e assai più desideroso di postare foto di luoghi famosi suggeriti dall’influencer di turno, che non di godere della complessità meravigliosa dei paesaggi naturali. Un contatto vitale che però per essere davvero tale probabilmente ha bisogno di alcune caratteristiche: intanto la lentezza (“sui monti serve il passo lento” afferma il grande Messner in una intervista sul Corriere della sera del 19 luglio scorso), poi la ricerca di luoghi autenticamente “selvaggi” (sempre Messner: “Stiamo perdendo molto del nostro passato : l’alpinismo su roccia ormai si fa indoor, anche lo sci è uno sport sganciato dall’ambiente selvaggio”). Come afferma Matteo Righetto nel suo recente, bellissimo libro Il richiamo della montagna (Feltrinelli, 2025, p. 92) sulla scia di grandi maestri ecologisti: “Poiché è nei luoghi selvaggi, quelli dello spettacolo eterno e meraviglioso, che si respira un richiamo ancestrale che riporta i nostri sensi e il nostro spirito a un utero materno universale, la fonte della luce originaria dove sgorga la nostra più autentica pienezza, nel flusso vitale primigenio che ci lega alla Montagna e in essa ci permette di riconoscerci”.

Anche il concetto di “luoghi o Natura selvaggia” (wilderness), che potrebbe condurre a un condiviso paradigma mentale e spirituale nell’approccio al mondo naturale, è, peraltro, soggetto a mistificazioni ed esagerazioni che spesso sfiorano il ridicolo e nascondono esclusivi fini commerciali. Cito due esempi a caso fra i molti, con il solo intento di mettere un poco in guardia: una proposta di sessioni di yoga fra i monti seguite da bagni nelle acque gelide di un lago artificiale e una di acqua trekking nei torrenti, tutti muniti di stivaloni e mute.

Occorre, dunque, affinare la nostra sensibilità alla ricerca di un rapporto autentico e non mercificato con la Natura, il solo foriero di doni vitali. In questo senso un aiuto interessante ci può giungere dalle riflessioni che pensatori, poeti, filosofi, scrittori hanno svolto, nel corso del tempo, proprio sul rapporto fra l’uomo e gli spazi naturali che lo circondano. È questo il contenuto del bel libro di Giulio Ferroni dal titolo Natura vicina e lontana (Umanesimo e ambiente dagli antichi greci all’intelligenza artificiale) (La nave di Teseo, 2024). L’autore compie un vero e proprio viaggio nei territori della scrittura, esaminando (con inevitabili e opportune scelte), a partire dall’antica Grecia fino ai giorni nostri, il pensiero di coloro che hanno dedicato al rapporto dell’uomo con il mondo naturale riflessioni e suggestioni. Questo viaggio in meravigliosa compagnia, fra tanti altri, di Esiodo, Saffo, Lucrezio, Virgilio, Dante, Machiavelli, Rousseau, Leopardi, Baudelaire, D’Annunzio, Pascoli, Bassani, Pasolini, Zanzotto, Calvino può illuminare non solo la nostra personale sensibilità, ma anche – come afferma Ferroni – “può forse aiutarci ad ascoltare il nostro mondo presente, a sostenere la necessaria cura per il futuro della vita nel nostro pianeta”. Non a caso nel libro si parla di “umanesimo”, di un nuovo umanesimo che pieghi anche la tecnologia e la scienza al riconoscimento dei diritti della Natura, cioè alla fin fine dei nostri vitali diritti. Come afferma Matteo Righetto nel libro citato poco sopra: “E allora capiamo la stolta inutilità della corsa al denaro, capiamo la vacua tossicità del nostro ego, della smania per il divertimento effimero e superficiale, della simultaneità frenetica con cui viviamo forsennatamente le nostre relazioni e ogni istante, l’idiozia della competitività a ogni costo, a danno degli altri, della Natura e quindi di noi stessi. Comprendiamo improvvisamente dove si trova la felicità che cerchiamo per tutta la vita e di cui abbiamo un eterno bisogno vitale”.

Ecco allora che da queste riflessioni estive potrebbe scaturire la proposta di unire le tante associazioni ecologiste, il CAI, i tanti sostenitori del wilderness che oggi portano avanti gli insegnamenti dei loro “pionieri”, i tanti semplici difensori della Natura nella stesura di una vera e propria “Carta dei diritti della Natura”, sul cui contenuto mi piacerebbe si aprisse un dibattito, magari sulle pagine di “Volere la luna”. Non dei semplici cahiers de doléances come spesso succede, ma un programma di intenti e azioni concrete di cui anche la politica più onesta e avveduta potrebbe farsi carico.

Non certo l’attuale politica del Governo Meloni. Infatti, restando in tema, cito la dissennata proposta, sostenuta dall’ineffabile ministra del Turismo Daniela Santanché, di costruire un parco divertimenti estivo sul Monte Acuto. La vicenda è emblematica: il 27 ottobre 2019 più di 300 persone, appartenenti al CAI e a varie associazioni ecologiste, avevano partecipato a una iniziativa denominata “Dolore acuto” per protestare contro lo scempio del comprensorio Catria-Monte Acuto nell’Appennino marchigiano per la costruzione di piste da sci con innevamento artificiale. Con il passare degli anni e lo scarso innevamento, l’iniziativa è andata avanti a fatica ed ecco allora il recentissimo progetto, appunto sostenuto dalla ministra, di costruire il “Fun village Catria Acuto” con Altalena Gigante, Funbob, Kinderland, Flyline, MaxiTubby: insomma un luna park in quota, in un meraviglioso luogo del silenzio, ricco di boschi di faggi e da dove lo sguardo arriva fino all’Adriatico. Un autentico tradimento della montagna con finanziamenti anche pubblici, cioè nostri! (cfr. Marco Albino Ferrari, Un luna park in quota, in un luogo del silenzio. Per ‘ridare alla montagna il ruolo che merita’ come dice la Santanché, bisogna prender posto sul Tubby Jump?, in www.ildolomiti.it, 18 agosto 2025).

Da un lato, è dunque bene orientare il nostro rapporto con la Natura al rispetto e alla ricerca di una fruizione autentica, dall’altro, il nostro sguardo deve essere attento alla collettività e alla società che stiamo vivendo. Gli ultimi capitoli del libro già citato di Giulio Ferroni sono dedicati appunto alla necessità di un “umanesimo ambientale”: “Non un umanesimo che pretenda di affermare la preminenza e il potere dell’uomo sulla terra, ma un umanesimo fragile, che sappia confrontarsi con l’alterità della natura e insieme con la fraternità per il vivente [], un umanesimo che metta al centro l’uomo non per istanza di ideologico antropocentrismo, ma perché solo a esso tocca la responsabilità della rovina e della salvezza di se stesso e del mondo” (p. 357). D’altra parte parlare di una possibile “rovina apocalittica” dell’uomo e della Natura non è certo esagerato: cambiamenti climatici, inquinamento, guerre a rischio nucleare, voracità energetica delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale metteranno sempre più a dura prova l’esistenza della vita sulla Terra.

La politica avveduta e onesta e il nostro impegno devono dunque rispondere a un appello di cura della Natura e dei suoi (nostri) diritti, per salvaguardarne anche la vitale fruizione da parte delle generazioni future. E il nostro pensiero deve andare anche a quei popoli che oggi l’apocalisse da fine del mondo la stanno già vivendo e, con loro, i loro territori, i loro spazi vitali, le loro case, i loro campi e la Natura a cui hanno sempre fatto riferimento, colpita da terribili bombe, incendi e carestie.

Gli autori

Claudia Peirone

Claudia Peirone, insegnante di lettere in pensione, ha fatto parte del Comitato torinese per la difesa della Costituzione, dell'associazione CoAbitare e del Movimento per la decrescita felice.

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