Attraverso le città diseguali, un libro di Romeo Farinella

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Nel suo ultimo libro (Le fragole di Londra. Attraverso le città diseguali, Mimesis, 2024) Romeo Farinella dimostra chiaramente come il fenomeno dell’urbanizzazione abbia cambiato la nostra vita e la nostra terra, intesa come pianeta e come spazio che calpestiamo quotidianamente. L’attività umana, volta ad ingigantire i processi di nuova costruzione nelle nostre città e nei nostri territori, ha reso molti luoghi più difficili da abitare, ambientalmente e socialmente, aumentando, al contempo, le disuguaglianze sociali non solo tra Occidente e Sud globale ma anche all’interno dell’Europa. Soprattutto con l’avvento dell’industrializzazione, dal 1700 in poi, le città hanno subito un forte impulso alla crescita e la loro dimensione, in molte parti del mondo, si è estesa divenendo sempre meno governabile. Dunque, le due parole chiave di questo testo: città e disuguaglianze, vengono correttamente messe in relazione con le questioni poste dalla transizione ecologica. Nel libro di Farinella, la descrizione di questa tumultuosa trasformazione del nostro mondo avviene spesso anche attraverso la grande letteratura europea: da Dickens a Jack London, e da Robert Musil a Virginia Woolf. Un insieme di descrizioni che già facevano intuire gli effetti, tutt’altro che positivi, sulle persone che abitavano la città ai tempi della rivoluzione industriale e durante tutto il Novecento, fino ai giorni nostri.

La spinta neoliberista dell’inizio degli anni ’80 del secolo scorso ha alimentato l’idea di uno sviluppo senza limiti, che si è manifestata anche attraverso l’eccessiva urbanizzazione del pianeta. Il consumo di suolo, così come le politiche abitative, sono i simboli di questi eccessi, prodotti dalla speculazione e, spesso, dai fondi immobiliari, che hanno portato a fenomeni quali la gentrificazione dei centri storici e la marginalizzazione di alcuni ceti sociali, tra cui ormai si colloca anche buona parte della classe media. Tutto ciò si coniuga con la grande ritirata dello Stato e, più in generale, dell’autorità pubblica che ha spianato la strada alla tanto desiderata deregulation. Il sociologo Neil Brenner ha spiegato chiaramente come l’adattamento delle città al mercato globale, sempre più competitivo, le ha portate ad essere sempre meno luoghi di vita sociale e sempre più luoghi da cui estrarre profitto. Si sono generati così forti squilibri territoriali e sociali che esprimono le nuove disuguaglianze di questo secolo.

L’indebolirsi del pensiero architettonico e urbanistico, che un tempo esprimeva un’analisi complessa ma al tempo stesso un piano di intervento, necessario per gestire l’evoluzione delle varie parti di città e di territorio, oggi è divenuto, per usare le parole di Farinella, «la cartina di tornasole di una retorica ambientalista che ammanta di verde le logiche speculative neoliberiste che pervadono l’architettura del nostro tempo». Soprattutto dopo la pandemia, il fenomeno è divenuto più evidente. Ad esempio, la “città dei 15 minuti” è proposta oggi, retoricamente, come una soluzione necessaria, come se prima non ci fosse mai stata una modalità simile, come se le città (del nostro paese) non avessero già conosciuto un’organizzazione degli spazi e un’urbanizzazione basata sulle idee di comunità e prossimità dei servizi e del commercio, come nei quartieri Ina Casa negli anni ’50, che avevano definito nuovi standard di edilizia residenziale pubblica, che diverranno modelli studiati nel mondo. Dall’altra parte, la retorica della sostenibilità ha ripescato dalla scienza vocaboli scientifici che sono nati per definire l’elasticità di stati solidi, di determinati materiali che vengono “piegati”, per definire nuove logiche di comportamento umano in linea con le “nuove esigenze” del capitalismo nei confronti degli eventi indotti dal cambiamento climatico. La parola chiave è “resilienza”; dobbiamo essere resilienti e quindi “restare a galla”, in condizioni avverse e in un mondo segnato dalle disuguaglianze. Ma tale “galleggiamento” non sarà consentito a tutti, ma solo a coloro che potranno e che avranno i mezzi per farlo, ci dice Farinella. Dunque, non prevenzione dei fenomeni naturali estremi, attraverso politiche ambientali, economiche ed urbanistiche, di diminuzione delle emissioni o delle estrazioni di fonti energetiche fossili, perché questo impedirebbe lo sviluppo, secondo i canoni neoliberisti del capitale, bensì forme di adattamento che non limitino l’espansione infinita che caratterizza questo modello di sviluppo sempre più disuguale.

Nel condannare queste retoriche, l’autore fa molti altri esempi, parlando anche di una pratica architettonica (con le sue archistar mediatiche) che, di fronte al problema delle disuguaglianze, non si impegna, insieme ad altri attori della società civile e politica, per contrastare i processi degenerativi di un sistema “malato”, che non si riconosce tale. Esempi nazionali, come il caso di Milano, ed esempi internazionali, come le grandi città della penisola arabica, definite da qualcuno come luoghi del nuovo rinascimento, finiscono per demarcare nuove linee di separazione fra popoli, ceti sociali ed etnie, attraverso pratiche di potere che avvicinano democrazie e autocrazie. Farinella sostiene, come già fece Bernardo Secchi nel suo La città dei ricchi e la città dei poveri, che l’urbanistica ha forti e precise responsabilità nell’aggravarsi delle disuguaglianze. Siamo di fronte a una nuova questione urbana che è causa non secondaria della crisi che oggi attraversa le principali economie del pianeta.

Servirebbero politiche in grado di conferire agli spazi urbani una maggiore porosità, permeabilità e accessibilità, disegnandoli con ambizione democratica, tenendo conto della qualità delle città che ci hanno preceduto e rilanciando, ci ricordano i due urbanisti, nuove chiavi di lettura riguardanti le dimensioni e le forme del “collettivo”. Ecco allora che l’unico modo sembra quello di riprendere a ripensare «ad un futuro urbano dove lo stare a proprio agio, dove il sentirsi nel posto giusto, è indicatore di qualità urbana [dove] la dimensione personale del vivere in città e dell’accesso ai diritti, diviene politica urbana».

Gli autori

Diego Carrara

Diego Carrara è Direttore dell’Azienda Casa Emilia Romagna

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