
Creso, il ricchissimo sovrano della Lidia, quando (intorno al 546 a.C.) decise di attaccare la confinante Persia, che considerava un insopportabile ostacolo alla propria potenza, si rivolse all’oracolo di Delfi, ricevendone l’ambivalente risposta: se avesse varcato il fiume Halys e dichiarato guerra ai persiani, “un grande impero sarebbe stato distrutto”. Inebriato da quella che gli apparve come un’indubbia profezia di vittoria, senza stare a pensarci troppo sopra, mosse l’esercito per scoprire subito dopo che l’impero destinato a crollare non era quello nemico bensì il suo, costretto alla ritirata da Ciro il Grande nella battaglia di Pteria, inseguito fino alle mura della sua capitale Sardi e fatto prigioniero. Lo racconta Erodoto, nel primo libro delle sue Storie, aggiungendovi anche alcuni succosi particolari. Ad esempio (paragrafo 80), che l’espediente vincente utilizzato da Ciro per aver ragione della forza guerriera dei Lidi, in particolare della loro cavalleria, fu quello di schierare davanti al proprio esercito i cammelli normalmente utilizzati per il trasporto dei materiali, di cui i nobili cavalli nemici avevano un vero e proprio terrore anche solo sentendone l’odore, per cui si diedero alla fuga prima ancora che lo scontro iniziasse. Materiali poveri contro le sofisticate armi nemiche. Ma soprattutto è gustosa l’annotazione (paragrafo 91) secondo cui Creso, nonostante quell’esito, non aveva affatto capito il senso della profezia della Pizia – evidentemente, nonostante lo straordinario fiuto per gli affari che l’aveva reso ricco sfondato, era ottuso al punto da non coglierne l’ambivalenza -, e aveva chiesto, come favore al suo vincitore, di poter mandare le catene che l’imprigionavano al tempio del Dio come atto d’accusa contro colui da cui riteneva di essere stato ingannato. Ciro generosamente glielo accordò, e a stretto giro la Pizia risposte allo “stoltissimo Creso” che “se non aveva compreso la parola del dio e non l’aveva di nuovo interrogato, doveva attribuire la colpa solo a se stesso”.
Noi non sappiamo quale oracolo abbia consultato Donald Trump prima della sciagurata decisione della fatidica notte di fine febbraio: se lo spirito “telecomunicativo” di Paula White-Cain, la santona che celebra i propri riti messianici nello studio ovale con annessa imposizione collettiva delle mani; o l’anima nera di Bibi Netanyahu, che il 12 febbraio, in coppia col capo del Mossad, sempre nello studio ovale, gli promise di ottenere, in una sola “giornata di gloria” la decapitazione dell’Iran, il cambio di regime e il controllo assoluto del Golfo senza costi aggiuntivi. Certo è che, allo stato attuale delle cose, gli esiti sembrano in qualche misura simili a quelli subiti da Creso: dopo un mese e mezzo di guerra, l’Iran (la Persia, con la sua millenaria civiltà) è ancora in piedi, il suo potenziale militare non appare esaurito, lo stretto di Hormuz è bloccato e sotto il controllo delle armi iraniane, le basi americane nel Golfo sono pesantemente colpite e/o neutralizzate, il tanto mitizzato Iron Dome israeliano si è clamorosamente rivelato vulnerabile come un colabrodo. Soprattutto, l’intero sistema di alleanze degli Stati Uniti come baricentro dell’Occidente appare gravemente vulnerato e attraversato da fratture sempre più profonde mentre cresce simmetricamente la rete di connessioni geopolitiche dell’Iran (non solo Cina e Russia, ma ora anche l’Unione Africana) e Israele appare sempre più isolato nella sua immagine di Stato terroristico, nemico e minaccia per l’umanità non solo per il genocidio di Gaza ma anche per aver causato, con una decisione miope e unilaterale, una crisi energetica e finanziaria che colpisce l’intero pianeta.
Ci sono tutti gli ingredienti per parlare della crisi – o (possibile) fine – di un Impero (L’Impero Americano? L’Impero d’Occidente? Ognuno scelga l’etichetta). O, se si preferisce, di un (possibile) “passaggio di egemonia”. Sono in molti, oggi, gli osservatori che propongono una forte assonanza tra la “crisi di Hormuz” e un’altra crisi, anch’essa di uno stretto, o di un canale: la “crisi di Suez”, del 1956 quando, in seguito alla nazionalizzazione del canale ad opera dell’Egitto guidato da Nasser, Regno Unito, Francia e Israele occuparono militarmente il canale con uno spiegamento di forze enorme (tre portaerei inglesi, due francesi). Si svolsero scontri cruenti prima che il Segretario di Stato americano Foster Dulles, in accordo con l’Unione sovietica, forte della detenzione dell’arma atomica imponesse un brusco dietrofront, con l’entrata in vigore del cessate il fuoco e il ritiro delle forze occupanti. Si colloca allora, storicamente, il punto in cui si consuma la fine dell’Impero britannico e di quello francese e, soprattutto, il passaggio dell’egemonia occidentale dalla potenza inglese (dal dominio della sterlina) a quella americano (del dollaro). Oggi, appunto, la chiusura di un altro “stretto” può essere letta come il segno di una nuova crisi egemonica, senza tuttavia che – a differenza da allora – s’intravveda, a riempire il vuoto della vecchia, l’emergere di una nuova potenza egemonica “indiscutibile”.
Come che sia, certo è che l’Occidente, come l’abbiamo conosciuto fino a ieri, non esiste più. E che al centro di questa mutazione genetica sta la crisi, conclamata, strutturale, dell’Impero americano che dell’Occidente novecentesco è stato il baricentro. I sintomi si vedono con chiarezza, anche a occhio nudo, semplicemente osservando i comportamenti personali degli uomini al comando. Sempre più spesso segnati da vere e proprie sindromi psicopatiche, per i quali ritornano, anche sulle stampa più paludata, termini come “delirante”, “demenziale”, “fuori controllo”, ecc. Quando l’uomo che ha nelle mani il destino del mondo e a disposizione un potenziale distruttivo assoluto, usa espressioni come “Open the Fuckin’ Strait, you crazy bastards, or you’ll be living in Hell – JUST WATCH!” che tradotto in italiano suona più o meno così: “Aprite quel cazzo di Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!”. O quando, frustrato da una guerra che gli va storta, minaccia in una notte di “cancellare una civiltà millenaria” e poi per una trattativa non riuscita minaccia di bloccare in acque internazionali tutte le navi che osino passare dallo stretto pagando il pedaggio… O ancora, nel pieno di una crisi politico-militare di gravità estrema, ricorre sistematicamente alle più plateali menzogne. Quando tutto ciò accade sotto lo sguardo di tutti, significa che lo stato di salute di quella parte del mondo è patologicamente compromesso. Che il suo potere sovrano ha perduto quel punto essenziale di raccordo tra realtà e percezione che è il linguaggio, quello che gli antichi chiamavano “Logos”: lo strumento attraverso cui l’esistente viene ricondotto a misura umana, ovvero a “cosa” comprensibile dagli uomini.
L’ha detto, come meglio non si poteva, Francesca Mannocchi, in un articolo del 9 aprile (Il vocabolario della violenza, La Stampa), quando ha denunciato il “collasso del linguaggio”, in particolare del linguaggio del potere in questo spicchio sempre più raggrinzito di mondo, dove “la contraddizione è normalizzata” e “le parole non servono più a chiarire il reale ma a renderlo sopportabile nella sua incoerenza”. Ebbene, quel male oscuro che colpisce la parola rendendola inerte, è il sintomo più drammatico del declino dell’entità geopolitica nel cuore della quale la patologia si è radicata e lavora. Assumerne l’incoerenza come condizione normale dello stato di cose esistente è già, di per sé, una diagnosi infausta sulla speranza di vita dell’organismo che la ospita. Così come negativo signum prognosticum è il diffondersi, all’interno dell’establishment al potere – nel nostro caso nel ventre della Casa Bianca – di retoriche apocalittiche o di forme tendenzialmente estreme di misticismo millenaristico, con venature carismatiche, esoteriche, chiliastiche tutte più o meno riconducibili a una visionarietà da “fine dei tempi”, o comunque a un orizzonte terminale.
“Il presidente Trump è stato unto da Gesù per accendere il segnale di fuoco in Iran, scatenare l’Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra“: sono le parole rivolte da un alto ufficiale dell’esercito americano ai propri subalterni nei giorni in cui veniva lanciata l’Operazione Epic Fury, evidentemente influenzate dalle correnti religiose più fanatiche che, seguendo il testo dell’Apocalisse di Giovanni, attendono che, nell’omonima piana in Israele, a una quindicina di chilometri da Nazareth, i tre “spiriti immondi” comparsi dopo che l’Angelo ha versato nel fiume la sesta coppa contenente l’”ira di Dio”, radunino i re del mondo per lo scontro finale con Dio. Sono state segnalate dalla Military Religious Freedom Foundation (Mrff), un gruppo che monitora l’estremismo religioso nelle forze armate Usa, come esempio di un “sentiment” che non riguarda solo alcune componenti (fanatizzate) delle gerarchie militari ma anche una parte consistente della corte che circonda Donald Trump, fortemente innervata da personalità influenzate da organizzazioni come la famigerata NAR – Nuova Riforma Apostolica, “potente rete suprematista cristiana” i cui seguaci si considerano “impegnati in una guerra spirituale cosmica contro le forze del male” e “credono che Dio li abbia incaricati di usare la violenza spirituale per sconfiggere Satana e poi costruire il regno di Dio sulla Terra”, oltre a considerare Donald Trump una sorta di reincarnazione di Jehu, “il re vendicativo che restaurò il regno di Israele attraverso una spietata purga contro la casa di Acab e il culto di Baal”. O come i cosiddetti “Theo Bros” (abbreviazione di theology brothers), un gruppo di pastori e predicatori aderenti all’evangelismo riformato e al nazionalismo cristiano con “idee che includono l’adozione della Bibbia come legge fondamentale dello Stato” (ovvero rimpiazzare la Costituzione con i Dieci Comandamenti) e l’instaurazione di un sistema giudiziario con “magistrati cristiani” unito alla reintroduzione della fustigazione pubblica, oltre a un profondo maschilismo e a una diffusa misoginia (tra le proposte quella di abolire il 19esimo emendamento, che ha riconosciuto il diritto di voto alle donne).
Ora, se andiamo a spigolare, lungo il corso storico, nelle vicende dei grandi imperi nell’inevitabile successione di nascita, crescita, declino e morte, non è difficile notare come, generalmente, le fasi crepuscolari sono state con evidenza segnate dalla presenza di fenomeni psico-culturali simili, con la comparsa significativa nelle loro figure apicali, tra i regnanti e le loro corti, di forme variegate di radicalizzazione superstiziosa, fascino della dimensione profetica o apocalittica, affidamento a pratiche esoteriche spinte al limite della psicosi. Così è stato per l’Impero russo, con il tormentato periodo di decadenza che ne ha preceduto il violento crollo, segnato dalla presenza di pratiche e figure bizzarre: si pensi, per tutti, al potere dirompente di uno come il monaco Rasputin, diventato padrone della mente e dell’anima di buona parte della famiglia imperiale, a sua volta sempre più chiusa in un proprio mondo autoreferenziale, sempre più staccata dalla realtà, sempre più preda di un fanatismo religioso divenuto alla fine totale sostituto della politica. Così, seppure in forma più attenuata, è stato per l’Impero asburgico, nel periodo precedente alla prima guerra mondiale e alla dissoluzione, quando la corte viennese presentava uno stretto intreccio tra bigottismo cattolico e fascino per l’occultismo e il paranormale, di cui fanno fede sia il noto “Rescritto sui Vampiri” (contenente il divieto tassativo di riesumare i cadaveri per il timore di vampiri), sia la ben nota superstiziosità dell’Imperatrice Sissi, “ossessionata dai presagi e, talvolta, dalle arti divinatorie”. Oppure, per risalire all’idealtipo di tutti gli imperi e della loro dissoluzione, alla fine dell’Impero Romano, si pensi alla crisi del III secolo, quando “la visione razionale del mondo classica fu in parte erosa dall’emergere di culti misterici, superstizioni orientali e nuove forme di religiosità” (nacque allora il concetto di superstizione intesa come “superflua observatio”).
Né si deve dimenticare o sottovalutare, nella riflessione su questa sordida vicenda di guerra e degrado delle classi dirigenti occidentali, il ruolo svolto dai cosiddetti “Epstein files”: i milioni di documenti celati negli archivi del pervertito e perverso gestore del traffico di esseri umani e del loro sfruttamento sessuale al servizio di uno stuolo di eminenti uomini di potere, dalla cui pubblicazione rischiano di emergere segreti inconfessabili per molti appartenenti all’establishment politico e finanziario globale, a cominciare dal più alto vertice americano che all’inizio di quest’anno appariva sull’orlo di esserne travolto. Questione tanto più pesante se si considera il fatto, oggi ampiamente condiviso dai principali osservatori, che Jeffrey Epstein non era un semplice oligarca ma una creatura strettamente legata al Mossad, fonte di notizie riservate e di armi potenti di ricatto. Il che spiega da una parte l’ “irresistibile” potere che Benjamin Netaniyahu sembra esercitare sul
presidente americano, fino a far ipotizzare che esso sia giunto fino a determinarne la scelta del 28 febbraio. Dall’altra la ricaduta pubblica di quella decisione sciagurata, che di fatto ha sviato l’attenzione dell’opinione pubblica, a cominciare dalla base MAGA, nei confronti dello scandalo. Un’interessante analisi mostra come il volume di ricerche in rete su Google relative al “caso Epstein”, esploso all’inizio dell’anno, sia d’improvviso crollato nella seconda metà di febbraio sostituito dalle interrogazioni sulla guerra (si veda il grafico a fianco). E’, questa di Epstein, un’ ulteriore conferma della tendenza al declino della potenza imperiale americana (la perversione dei vertici è un altro sintomo della crisi delle potenze imperiali) e più in generale dell’Occidente che così ha perso definitivamente (se ancora ne residuava qualche brandello) la propria pretesa a una qualche superiorità morale, e divenuto simbolo invece di un’epocale corruzione dell’anima delle proprie classi dominanti.
Questo per quanto riguarda gli aspetti per così dire “soggettivi” della tragedia in corso. Quelli che si riferiscono all’orizzonte personale dei decisori che hanno portato il mondo sull’orlo dell’abisso e che lì continuano a tenercelo. Insomma, alla sovrastruttura”. Poi, naturalmente, ci sono gli aspetti “oggettivi”. I fatti e i dati “strutturali”: le dinamiche economiche, finanziarie, gli assetti socio-produttivi. I bilanci degli Stati, a cominciare dal Paese leader, dal cuore dell’Impero: gli Stati Uniti la cui egemonia globale da ormai più da un ottantennio si è retta sul binomio “dollaro-potenza militare”. Due fattori che appaiono entrambi fortemente logorati e che spiegano, nel loro stretto intreccio, il grado di disperazione che, a detta di molti osservatori, sta dietro le decisioni distruttivi della loro leadership. Ma che ci dicono anche che l’attuale deriva distruttiva ha radici profonde e lontane, dipende solo in parte dal deterioramento psichico dell’attuale gruppo di comando americano, si colloca su un piano inclinato “strutturale” che già aveva orientato le politiche di altri decisori, delle stesse amministrazioni democratiche (Obama, Biden soprattutto), le quali sia pure con linguaggi, metodi, posture meno plateali, comunque avevano seguito una rotta nella sostanza non così diversa, e negli esiti possibili non meno aggressiva.
Sul tema si è ritornati più volte, e ampiamente, su questo sito (si vedano gli articoli 1, 2,3…): il declino della potenza americana è ormai evidente. Riguarda il brutale processo di deindustrializzazione avviato fin dall’amministrazione Reagan negli anni Ottanta, il costo sempre meno sostenibile del presidio militare globale, con le quasi 190 basi sparse per il mondo e la spesa militare che si avvia a raggiungere il trilione di dollari, il deficit della bilancia commerciale e la crescita esponenziale del debito pubblico e del debito estero, la stessa minaccia al finora incontrastato dominio del dollaro nelle transazioni internazionali ora insidiato da altre monete e altre coalizioni di Paesi. Si aggiunga il fatto che tra pochi mesi scadranno alcune tranches importanti dei T-Bond: il governo americano dovrà rifinanziare nel corso del 2026 una quota record di titoli di stato, qualcosa come 9.500/10.000 miliardi di dollari (all’incirca un terzo di tutto il debito pubblico) con emissioni a tassi d’interesse crescenti e col rischio di insolvenza se le aste dovessero dare risultati inferiori al fabbisogno. Per la prima volta la maggiore potenza economica e finanziaria d’Occidente rischia l’insolvenza o, in alternativa, un’inflazione devastante se i tassi d’interesse dovessero crescere oltre i limiti. E’ questo il volto più evidente della “crisi dell’impero”. Il vero tallone d’Achille di Creso. O il vero significato dell’infausta profezia di Delfi.

C’è da dire che nel 1945 c’era già stato Breton Wood per la affermazione del dollaro