Nel corso del Giubileo dei detenuti, il Papa ha pronunciato una parola che da anni la politica evita con cura: amnistia. Nell’omelia del 14 dicembre 2025, Leone XIV ha rilanciato l’auspicio – già coltivato da Francesco nella Bolla di indizione dell’anno giubilare – che si possano «concedere forme di amnistia o di condono della pena» in molti Paesi. Non in un futuro indeterminato, ma qui, ora, subito.
Il Papa ha pronunciato quella parola senza enfasi, nella convinzione che sia normale e necessaria in un’epoca in cui la pena della reclusione, per moltissime ragioni – il sovraffollamento è solo una di queste –, sta tornando a essere supplizio, presa terribile sul corpo. Questa libertà intellettuale colpisce perché oggi l’amnistia è diventata una parola proibita e sembra che solo la Chiesa, insieme alla piccola galassia degli attivisti da sempre impegnati nel carcere, abbia il coraggio di contrastare la grammatica punitiva e sicuritaria della società contemporanea, di spezzare l’automatismo morale dell’espiazione fino all’ultima goccia di tempo. L’amnistia, per forze di cose, interrompe quel nesso rassicurante tra colpa e pena che la politica vende come il migliore dei tranquillanti e che sembra diventato la premessa naturale e immodificabile dell’ordine sociale. Al contrario, quell’interruzione, oltre che giusta, può essere salvifica e ci costringe a guardare in faccia la verità: l’integrale esecuzione della pena non protegge nessuno. Al punto in cui siamo nel tempo presente, ci mette addirittura in pericolo.
Partiamo da vicino. Dovremmo iniziare dalla logica impietosa e rivelatrice dei numeri: 63.868 le persone detenute nelle carceri italiane al 30 novembre 2025, a fronte di una capienza effettiva di circa 46.000 posti. Temo che, quando si parla di carcere, anche i numeri non facciano più impressione, abbiano perso la lora forza dimostrativa. Al senso comune dominante così tanti ristretti offrono soltanto la fasulla evidenza di un maggior numero di minacce sistemiche del buon vivere e della sicurezza messe in condizione di non nuocere, disinnescate mediante la chiusura nella scatola magica della prigione.
Se così è, se questo è il livello di anestetizzazione delle coscienze, anche i numeri vanno tradotti in immagini vivide. E, allora, riflettiamo sul fatto che 18.000 presenze in più rispetto ai posti effettivamente disponibili significa essere costretti in celle dove persino i famosi tre metri quadri – quella miseria che deve essere garantita a ogni detenuto perché la pena non sia trattamento inumano – sono un miraggio. Sovraffollamento strutturale vuol dire non avere possibilità di scendere dal letto perché non c’è posto per stare in piedi nel luogo in cui si vive; non avere un pezzetto di spazio e di tempo in cui sottrarsi allo sguardo altrui per coltivare gli indispensabili e vitali momenti di solitudine. Vuol dire, ancora, stare sempre troppo vicini al corpo dell’altro, respirarne gli odori, percepirne l’alito. Ogni gesto elementare della vita quotidiana – dormire, lavarsi, andare in bagno, stare male – perde di normalità, diventa negoziazione, conflitto, umiliazione. Uno dei più grandi conoscitori del carcere, Franco Corleone, ripete con sacrosanta ostinazione che in una cella sovraffollata, con un cesso solo, il problema è il cesso. È terribilmente vero.
La drammaticità di questo spaccato non soltanto non è avversata, ma è favorita da una direzione politica che pretende che i detenuti siano corpi senza difese a disposizione della brutale forza punitiva: non soggetti di diritti da responsabilizzare, ma nuda materia da dominare. Un esempio serve più di tanti giri di parole. L’ultima circolare (13 ottobre 2025) del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in tema di prevenzione di eventi critici, riferendosi alla gestione sanitaria, mette nero su bianco quanto segue: «Il medico penitenziario deve assumersi la responsabilità di una valutazione rigorosa, contattando direttamente il 118 solo nei casi di effettivo pericolo di vita». Scomponiamo la finta neutralità del linguaggio tecnico. La responsabilità del medico è evocata in maniera capovolta: non chiama in causa il prendersi cura, ma l’assumersi il rischio di non richiedere l’ambulanza; la soglia di accesso al soccorso viene alzata solo per i detenuti e diventa legittimo ricorrervi solo quando il pericolo di vita è già in atto. Immaginate se un richiamo del genere venisse rivolto ai medici di base per la gestione dei soccorsi dei cittadini liberi. Tra il mondo di dentro e il mondo di fuori, ormai, c’è di mezzo lo Stige.
In queste condizioni la parola rieducazione, associata al carcere, finisce per offendere l’intelligenza. Si aggiunga che il rapporto tra educatori e detenuti è di 1 a 62, ma la realtà di molti istituti palesa cifre sconcertanti: 1 a 150. Chiaro che questo universo produca morte: nell’anno che stiamo per lasciarci alle spalle, il 2025, sono circa 76 i suicidi di detenuti. Qui i numeri fanno male non solo per la quantità che esprimono, ma perché nascondono nomi, storie, sentimenti e relazioni spezzate che, invece, bisognerebbe raccontare, sottrarre all’oblio.
Ecco, questa fotografia desolante della realtà carceraria impone di riconoscere che il carcere italiano è ormai fuori dalla legalità costituzionale e che, se si vuole salvare il salvabile, non c’è più tempo per interventi tampone, per singole misure alternative rimesse alla discrezionalità della magistratura di sorveglianza. Si tratterebbe di rimedi marginali, inutili quando il sistema è saturo. L’eccedenza di punizione, specchio di un diritto penale gigantesco e pervasivo, è strutturale. In queste condizioni il carcere fa strage di persone e, per quelli che si salvano, diventa un enorme incubatore di risentimento sociale. Non può che produrre ulteriore illegalità: continuare a punire fino all’ultimo, dunque, mette anche a rischio la sicurezza, invece che tutelarla.
Solo un’amnistia tempestiva potrebbe ridurre immediatamente il numero dei detenuti. Ne potrebbero beneficiare gli autori di reati meno gravi, a basso indice di pericolosità, quei marginali che occupano in larga misura il carcere – meno di un terzo della popolazione carceraria è ristretta per reati gravi – solo perché non hanno un tetto sotto il quale poter vivere una misura alternativa. Ad aggiungersi alla voce del Papa, di recente, c’è stata quella del presidente del collegio del Garante dei diritti delle persone private della libertà, che recentemente ha rotto il suo silenzio e si è espresso a favore della necessità di amnistia e indulto (“Turrini Vita: Carceri stremate: servono amnistia e indulto”, il manifesto, 13 dicembre 2025).
La politica rimane sorda. L’amnistia resta una parola tabù. A destra, è inaccettabile perché incrina il racconto dell’ordine, della pena come prova di forza. A sinistra, è addirittura imbarazzante perché smaschera una contraddizione mai risolta: aver accettato le parole d’ordine della destra – carcere, sicurezza, ordine – come orizzonte naturale, rinunciando a una critica radicale di questi concetti. L’imbarazzo si nasconde sotto formule che salvano la coscienza e attribuiscono all’amnistia colpe che non ha: la sua non sufficiente capacità trasformativa e riparatrice e, soprattutto, i suoi effetti controproducenti a lungo termine. Il bisogno di una politica a lungo termine, chissà perché, si avverte solo quando si tratta di deflazionare il carcere, mai quando lo si inzeppa con la previsione di nuovi reati e pene più severe.
La speranza, però, è l’ultima a morire. Occorre continuare a spronare le istituzioni perché l’amnistia rientri nel campo del possibile, a partire da subito., non c’è più tempo. Per questo obiettivo si deve lottare. Ineludibile, poi, una riforma che elimini le procedure aggravate dall’art.79 della Costituzione (maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni articolo e nella votazione finale). Oggi, infatti, ci ritroviamo tra le mani uno strumento costituzionalmente previsto, ma nei fatti sterilizzato e neutralizzato da maggioranze impossibili da raggiungere.
Siamo in prossimità delle festività di fine anno. Mettiamo sulla speranza il sigillo della poesia. Nella soave A Madonna d’ ‘e mandarine, Ferdinando Russo mette in scena una delle immagini più amabili della nostra tradizione popolare. Ascoltiamo i lamenti di un angelo punito da Dio, rinchiuso «int’ a na cella scura scura». La pena è buia, chiusa, senza appello. Di notte, però, accade qualcosa che spezza l’ordine della punizione: «Ma ‘a Madonna, quanno ognuno sta durmenno a suonne chine, annascuso ‘e tuttequante va e lle porta ‘e mandarine». Quel gesto, la più dolce delle cure, dice molto sulla riserva di umanità che ogni sanzione, a maggior ragione il sistema penale, deve mantenere per continuare a legittimarsi. Quella riserva di umanità oggi si chiama amnistia: riafferma la punizione, elimina le eccedenze, produce giustizia e spegne l’inferno dentro il carcere. Pensiamoci, a quell’inferno, quando sulla nostra tavola di Natale compariranno i mandarini.
