Altro giro, altra corsa. Con la fine dell’estate e mentre il mondo brucia, si riaffacciano i bollori delle nostre classi dirigenti in previsioni del prossimo evento elettorale. Un vero e proprio buco nero, un universo parallelo dentro cui tutto sembra girare immutabile e autoreferenziale per l’eternità. Osservarlo da fuori, quest’universo parallelo o questa materia che appare incandescente e luminosa e invece probabilmente è morta senza saperlo da centinaia di secoli, può essere utile per capire a che punto sia lo strano esperimento identitario di Elly Schlein. Se dovessi sintetizzare i giudizi più diffusi sul suo nuovo Pd tenderei a farlo attraverso due interpretazioni non proprio coerenti tra di loro.
In primo luogo, mi pare che molte persone che fino a qualche tempo fa erano convinte del fatto che tra centrodestra e centrosinistra non ci fosse – soprattutto per ciò che concerne le politiche economiche e sociali – una vera differenza che potesse giustificare l’espressione elettorale di una preferenza sono adesso un po’ più refrattarie ad esprimere la loro sostanziale equidistanza. Se fino a ieri “erano tutti uguali” e basta, adesso “sono tutti uguali” ma fino a un certo punto. Non c’è bisogno di analizzare troppo la genealogia di questo lieve credito di fiducia guadagnato. Da un lato abbiamo un governo di destra che è anche peggio delle previsioni e che col fascismo non solo non ci fa i conti ma flirta ormai quotidianamente (come coi più distruttivi degli autocrati in giro, e non sono certo pochi). Dall’altro abbiamo una direzione politica che, anche se timidamente, sembra aver deciso su molti argomenti sensibili di essere fedele alla propria collocazione nella famiglia europea del socialismo (il che in effetti non è proprio rassicurante, ma lasciamo perdere). Insomma, per riprendere la celebre immagine di Marco Revelli, le due destre sono ancora tali – nulla di rivoluzionario all’orizzonte e oltretutto quelle prese di posizioni che rappresentano per molti di noi il minimo sindacale provocano all’interno del partito reazioni sdegnate e furiose – ma non sono un’unica destra. Tra la destra fascista e la “destra” neoliberista riusciamo finalmente a riconoscere le differenze. Non saranno così profonde come vorremmo, ma almeno ci sono.
Secondariamente, ho come la sensazione che molti non capiscano bene che differenza vi sia tra la strategia dell’essere “testardamente unitari” e le grandi ammucchiate che caratterizzavano le coalizioni anti-berlusconiane, solo che adesso non c’è più Berlusconi. O anche peggio, forse. Qualcuno mi ha in questi giorni propinato un paragone tanto eccessivo quanto sintomatico: Schlein usa la stessa strategia che era proprio del Cavaliere. Lui, sapendo che per vincere erano necessari i voti di tutti, persino quelli meno dotati elettoralmente, teneva insieme pazientemente Meloni e Lupi, Bossi e Mastella. Lo faceva anche Prodi, per carità. Ricordiamo tutti il famoso sketch di Guzzanti sul professore semaforo. Anche lui teneva insieme Bertinotti e Casini, Marco Rizzo (ebbene sì) e Mastella, che non mancava mai da nessuna parte. L’unica differenza è che ciò che teneva insieme il centro sinistra era l’antiberlusconismo, mentre ciò che teneva insieme il centro destra era solo l’incantamento per il potere.
A me pare che entrambe queste tendenze siano tanto realistiche quanto contraddittorie e che il problema del PD sia trovare – se esiste, ovviamente – una strategia credibile ed efficace per tenerle insieme in modo un po’ più coerente. Prima o poi dovrà decidersi, Schlein, che prezzo politico sia disposta a pagare per restare fedele al postulato del campo largo oppure chi è disposta a lasciar fuori dalla coalizione per garantire agli elettori un po’ di certezza sui contenuti politici.
Questa lunga premessa generale per occuparmi di come il centro sinistra si sta preparando alle prossime elezioni regionali, nella consapevolezza sia della loro relativa importanza nell’attuale ordine del giorno mondiale sia del più o meno completo disinteresse popolare che sembra circondarle. E chi può dare torto alle persone che se ne tengono debitamente alla larga? Non è un bello spettacolo, credo sia il minimo che si possa dire. Sinceramente il rinnovamento politico non sembra essere al centro della scena. O forse è proprio la politica che non si vede, il che mi porta tristemente a credere che, delle due tendenze di cui sopra, la prima sembra essersi completamente dileguata, non se ne vedono tracce. Mentre la seconda – una riduzione della questione politica alla questione del potere e delle strategie elettorali per conquistarlo – ha di nuovo riconquistato tutto il terreno. La malattia senile del centro sinistra italiano: ridurre la complessità antropologica della politica alla pura faccenda della riproduzione del potere. Faccio due esempi che mi appaiono sintomatici.
In Toscana, in nome dal campo largo testardamente unitario, il M5S ha accettato di appoggiare il governatore uscente, Giani. Un politico “renziano” nei modi e nei contenuti. Che personalmente ricordo per un peggioramento sempre più plateale della sanità – da parte di una governance sanitaria che sembra accecata dall’ansia di spostare investimenti dal settore pubblico a quello privato e che è saldamente nelle mani del PD – e per una serie incessante di video social che grondano giovanilismo e narcisismo fuori controllo. Sembra un meme: “Giani fa cose”. Giani che nuota in piscina, Giani che ripara strade con la pala, Giani che gioca a tennis, Giani che prende il treno. Mai una storia seria in cui invece che glorificare se stesso ci dica due parole due che risuonino anche solo lontanamente politiche. Per carità, i governatori sono politici del futuro, non del passato. Non possono mica dare a vedere che si occupano di politica. Il punto più divertente è però l’accordo programmatico tra M5S e PD. Un meraviglioso esempio di supercazzola elettorale, in cui i grillini sono orgogliosi di aver inserito punti programmatici che io spero francamente non vengano mai attuati, perché non rientrano nelle competenze regionali e per renderli concreti oltretutto bisognerebbe spostare un sacco di risorse originariamente destinate alla Sanità già dissanguata dai tagli e dalle privatizzazioni a rotta di collo. Mentre Giani e il suo partito lo firmano amabilmente e senza pudore, disinteressandosi al fatto che quell’accordo è praticamente un atto d’accusa senza appello alle politiche della precedente giunta regionale. Giani che firma di suo pugno un documento in cui s’impegna a non essere più Giani, in pratica. Il suo nuovo meme: Giani smentisce se stesso.
Ma per fortuna c’è la Puglia. Regione in cui il centro sinistra ha seminato bene. O forse no, perché se seminare è lasciare in eredità mi sa che anche qui abbiamo un grande problema: i frutti sono proprio una copia di coloro che hanno seminato. No, mi sbaglio: non sono una copia, sono proprio coloro che hanno seminato. Governatori che non vogliono lasciare e pretendono di avere il diritto di trovare un modo per condizionare i loro successori, successori designati che non intendono pagare alcun debito anche simbolico riconoscendo che il loro potere è anche merito di quelli che non vogliono andarsene. Persino un governatore che appartiene a un’altra epoca che rivendica, in qualità di primo padre di tutti sti padri e di tutti sti figli che non mollano l’osso del potere, il diritto sovrano di supremazia su tutto e tutti.
Ora, le domande che mi faccio sono tre, molto semplici.
La prima è che non riesco proprio a capire perché, ogni volta che si avvicinano delle elezioni, il PD sciolga quella contraddizione da cui sono partito. Che in fondo è ammirevole, perché contiene finalmente qualcosa che ha a che fare con un travaglio politicamente connotato, con una presa di posizione anche scomoda e ancora indefinita ma finalmente chiara. Invece niente: fin quando si gioca va bene. Ma quando si smette di giocare la contraddizione viene sciolta e tutto torna alla forma vuota del potere, l’unica cosa che sembra contare per i politici senza politica.
La seconda è che pretenderei – in un mondo orientato dalla logica che ovviamente non ho alcuna speranza che esista – che tutti sti “primiuomini” del centro sinistra non si permettano di dire una parola che sia una contro le riforme in senso presidenziale proposte dal governo Meloni. Perché gli elettori gli scoppierebbero a ridere in faccia, dopo che sono decenni ormai che l’unica cosa che sembra contare è il loro narcisismo e l’attaccamento personale al potere. Qualcuno dirà che è così perché le elezioni regionali sono già presidenzialiste e dunque l’unica cosa che vale è chi si candida a governatore. Per carità, chi lo nega! Anzi, a rincarare la dose – sempre in quel paese ideale che non esiste – vorrei un centro sinistra che ridimensioni il potere delle regioni nell’architettura complessiva delle istituzioni, come ci insegna Francesco Pallante. Ma qui non è più una questione di legge elettorale, ma di narcisismo. La legge elettorale dà un potere enorme ai governatori, ma non li costringe a pensare che per vincere le elezioni bisogna annullare del tutto le riflessioni politiche per sostituirle con le loro stories autocompiaciute. O addirittura che essere governatore è più o meno come un diamante: è per sempre. Per cui dopo anni di potere uno non può accettare di farsi da parte, sacrificando così ogni strategia politica all’accanimento terapeutico autoinflitto.
La terza è che una coalizione testardamente unitaria non è una cattiva idea, ma forse, da sola o male accompagnata da questo rifiuto della politica che emerge da classi dirigenti narcisiste e arroganti, non serve ad affrontare davvero quello che è l’unico vero problema che il centro sinistra dovrebbe affrontare se vuol vincere le elezioni e provare a cambiare il Paese. Cioè quello dell’astensionismo. Sfido chiunque a dirmi che tra i tanti che in questi anni hanno scelto consapevolmente di non votare, non credendo più che il voto possa cambiare concretamente le loro vita, vi sia qualcuno che tornerà alle urne perché attratto dai video di Giani che nuota o dagli accordi di Giani contro se stesso o dal ritorno del governatore di sinistra vent’anni dopo il suo entusiasmante finale in cui, sollevato, comunicava a tutti che finalmente poteva tornare a occuparsi di ciò che gli piaceva di più. Dopo dieci anni capiamo cosa fosse. È proprio vero che certi amori fanno giri immensi e poi ritornano. Ma noi abbiamo disperatamente bisogno di politica, non di certi amori che ritornano.
