Una lunga premessa: i dati della crescita
Dopo la riforme avviate da Deng Xiaoping del 1978-79 l’economia cinese si è messa a correre: per quasi 40 anni il tasso medio annuo di aumento del pil è stato all’incirca del 10%; ma nell’ultimo periodo la crescita è progressivamente rallentata e si aggira attualmente, apparentemente anche con una certa fatica, intorno al 5% annuo. Intanto appare opportuno ricordare, di fronte agli scettici, che i dati economici ufficiali appaiono corretti. Anche centri di ricerca anglosassoni hanno in passato svolto delle ricerche in proposito e hanno concluso che le cifre avanzate nel paese a proposito della crescita economica interna sono sostanzialmente reali. Per altro verso, già pochi anni dopo l’avvio delle riforme, molti pretesi esperti hanno cominciato a profetizzare che presto l’economia del paese asiatico si sarebbe bloccata. Una variante di tali previsioni raccontava che la Cina non poteva sviluppare molto, se non copiando, il settore delle nuove tecnologie dal momento che la ricerca per svilupparsi richiede un ambiente di libertà. Sentenza largamente smentita poi dai fatti. Bisogna poi ricordare che una crescita annua del 5% non è certo da disprezzare; si tratta attualmente del tasso più elevato tra i grandi paesi del mondo a parte quello dell’India. Considerando le dimensioni raggiunte dall’economia cinese e utilizzando il criterio della parità dei poteri di acquisto la crescita annuale eguaglia quasi la dimensione totale dell’economia spagnola. Ricordiamo ancora che, con riferimento ai dati della Banca Mondiale e utilizzando nel calcolo sempre lo stesso criterio citato, nel 2024 il pil cinese è stato pari al 125% di quello Usa. E si potrebbero portare elementi per indicare che il divario tra i due paesi appare sottostimato.
I punti di difficoltà attuali
1. I punti deboli. Certo, la Cina si trova di fronte a numerosi elementi di difficoltà: l’ostilità dei governi occidentali, poi la crisi dell’immobiliare, settore che sino a pochi anni fa costituiva uno dei vettori più importanti dello sviluppo, la rilevante disoccupazione (generale e giovanile in particolare) e, infine, la crisi dei consumi.
2. L’immobiliare. Per molti decenni il settore ha registrato un pieno boom; bisognava costruire in particolare alloggi per le centinaia di milioni di persone che si trasferivano dalle campagne in città e seguire anche le crescenti esigenze della classe media verso migliori standard di vita. Poi, a un certo punto, di fronte alla riduzione delle spinte del mercato, le società del settore si sono avvitate in acrobatiche attività finanziarie ed è stato così lo stesso Governo a frenare il loro percorso; ora esso sta lentamente riprendendo in mano la questione, anche se il settore non sarà più trainante come prima.
3. I consumi non si sono sostanzialmente ripresi dopo lo scoppio del Covid. Le difficoltà sono generate dai contraccolpi della crisi del settore immobiliare che assorbiva una fetta molto importante del risparmio dei cittadini, nonché da una politica pubblica che privilegiava gli incentivi all’offerta; va considerato che l’elevato livello di risparmio è anche da collegare alle debolezze del welfare cinese. Nel marzo del 2025 è stato messo a punto un piano per cercare di rimediare. Esso prevede, tra l’altro, un progressivo aumento delle pensioni, una migliore assistenza alle persone a basso reddito, agli anziani e all’infanzia, l’accesso per i lavoratori migranti all’educazione e alla sanità nelle città, cose di cui prima essi non godevano, infine il potenziamento degli strumenti specifici di agevolazione e di finanziamento dei consumi (Sun Chi, 2025). Tutto questo basterà? I primi segnali sembrano abbastanza incoraggianti.
4. La disoccupazione. Ormai si laureano ogni anno nel paese circa 12 milioni di giovani, cifra certo prodigiosa, ma molti trovano difficoltà ad occuparsi, mentre le statistiche sul problema presentano forse un quadro sottostimato. Ma il tema tocca in prospettiva una platea più vasta. Il passaggio dell’economia dal low-tech all’ high tech comporta che le fabbriche operanti nei settori più maturi o investono in automazione, riducendo la manodopera, o progressivamente chiudono. Un esame di 12 settori tradizionali mostra che nel periodo 2021-2024 si sono perduti 3,4 milioni di posti di lavoro (Langley, Haohsiang Ko, 2025). Anche in questo caso non sappiamo quale strategia adotterà il paese per far fronte al problema. In questo momento non spaventa tanto il calo demografico in atto, che potrebbe potenzialmente ridurre la disponibilità di manodopera; la Cina ha oggi il problema inverso di non avere abbastanza posti di lavoro da offrire.
5. L’ostilità dell’Occidente e il mutamento nel modello di sviluppo. La strategia della Cina al riguardo è, da una parte, quella di mantenere la porta aperta al dialogo, dall’altra, oltre a spingere sui consumi interni, di indirizzare sia il commercio estero che gli investimenti sempre più verso il Sud del mondo. Gli investimenti esteri in uscita sono in forte crescita e la quota di essi riservata ai paesi del Sud del mondo appare in rilevante sviluppo. Per quanto riguarda i dazi di Trump è difficile al momento dire quali conseguenze essi avranno sul paese asiatico, ma si può valutare che, mentre danneggeranno in qualche misura lo sviluppo, potrebbero d’altro canto favorire alla fine la Cina, che diventa ormai inevitabilmente il riferimento economico più sicuro per la gran parte dei paesi del mondo. Comunque tutti gli elementi segnalano: un mutamento graduale del modello di sviluppo del paese, da quello basato sulle esportazioni (alla lunga politicamente insostenibile), ad uno basato sullo sviluppo del mercato interno e il passaggio a un’economia sempre più concentrata sull’innovazione e sulle nuove tecnologie, nonché sulla crescita dei rapporti economici con i paesi del Sud. Tutto questo, peraltro, mantenendo le caratteristiche di base del modello cinese, come indicate dall’ex-ambasciatore italiano a Pechino, Alberto Bradanini (Bradanini, 2025): stabilità sociale, economia di mercato vigilata, controllo pubblico delle risorse.
6. Lo sforzo tecnologico. È da molto tempo ormai che si assiste a un duello dai toni sempre più accesi tra gli Stati Uniti e la Cina per la supremazia mondiale, con il primo paese che cerca di ostacolare in tutti i modi possibili l’ascesa del secondo. La lotta riguarda il piano degli scambi commerciali, dello sviluppo del pil, del primato tecnologico, di quello militare ed infine della finanza. Su tutti i fronti la Cina sembra conquistare nel tempo sempre più posizioni. Essa ha ormai da molti anni ottenuto il primato sul fronte degli scambi e della produzione industriale, mentre ha superato gli Stati Uniti anche sul fronte del pil, almeno se si utilizza il criterio della parità dei poteri di acquisto. Da qualche anno il paese asiatico sembra avanzare in maniera veloce sul piano tecnologico, anche se restano ancora delle sacche di debolezza. Negli ultimi mesi, in particolare, non passa quasi una settimana che non veda un annuncio clamoroso sui progressi in qualche campo. Si va da DeepSeek a Manus nel campo dell’IA, ai droni avanzati e ai robot umanoidi, dall’auto a guida autonoma alle tecnologie delle batterie e all’energia atomica da fusione, dalla medicina avanzata alle nuove vie aperte nella tecnologia dei chip e agli aerei militari di sesta generazione (Ting-Fang, 2025; Escande, 2025). Stiamo così assistendo nell’ultimo anno a una specie di primavera della tech cinese. Intanto in questo momento si stanno costruendo simultaneamente nel paese ben 55 fabbriche di chip. Ha molto cammino ancora da fare la Cina per superare l’egemonia della finanza e in particolare del dollaro Usa, ora il vero punto forte degli Stati Uniti, ma essa sta marciando anche in tale campo, pur se il percorso da fare appare ancora lungo.
7. Lo sforzo ambientale. Pur con tutte le doverose critiche all’amministrazione Biden, va detto che in campo ambientale gli Stati Uniti si erano posti traguardi significativi. Ora Trump sta smantellando tutto. Visto il peso del paese nell’economia mondiale si tratta certamente di un colpo molto duro alle speranze di salvare il pianeta. A parziale consolazione, bisogna ricordare che diversi Stati dell’Unione continuano a concentrare gli sforzi sul tema. Per quanto riguarda l’Unione europea, pur nel quadro di una buona volontà mostrata da molti paesi e dai dirigenti di Bruxelles, volontà che ha portato a misure abbastanza significative alla lotta climatica a partire dal Green Deal, bisogna anche ricordare che forze potenti, compreso il nostro amabile Governo, stanno operando per frenare lo sforzo in proposito del continente e che di recente si vanno manifestando alcuni passi indietro. Resta la Cina. Si tratta del paese con i più alti livelli di inquinamento in valori assoluti al mondo, ma che, d’altro canto, ha da tempo acquisito una solida leadership nella lotta al cambiamento climatico. Il paese vi impegna ogni anno la quota di gran lunga più elevata degli investimenti totali mondiali. Nel 2024 essi sono stati maggiori di quelli di Usa, UE e GB messi insieme (Bloomberg). Secondo la IEA la Cina coprirà quasi il 60% di tutta la capacità installata a livello globale da qui alla fine del decennio nel campo delle rinnovabili. Inoltre, come è noto, essa produce molto più della metà degli apparati a livello mondiale nel settore, dalle pale eoliche ai pannelli solari, alle vetture elettriche e alle infrastrutture relative, nonché alle grandi batterie di accumulo di energia e appare quasi impensabile la lotta all’inquinamento senza coinvolgere il paese e le sue imprese. Infine va ricordato l’enorme sforzo di rimboschimento in atto, che copre anche i deserti. Per altro verso, nel 2024 il paese ha ridotto il consumo di energia per unità di pil del 3% (Rhoads, 2025).
8. L’industria cinese e quella indiana. È il settore manufatturiero il punto di forza più evidente della Cina. Il rapporto prezzo/qualità e il livello di servizio relativi alle sue produzioni appare imbattibile. Attualmente il peso del paese asiatico nel settore è il 31% di quello mondiale, contro il 16% degli Stati Uniti, mentre l’Unido prevede che nel 2030 le percentuali saranno del 45% e dell’11% rispettivamente. L’industria rappresenta oggi circa il 40% del pil del paese, un valore fortemente superiore a quello di tutti i paesi sviluppati. L’imposizione di dazi da parte degli Usa e dell’UE non sembra in grado di bloccarne la dinamica, ma al massimo di rallentarla. In ogni caso nei primi tre mesi del 2025 le esportazioni del paese asiatico sono ancora aumentate, sia pure in misura ridotta. Per sottolineare la forza industriale della Cina ricordiamo ancora che il governo indiano ha deciso di chiudere il programma di incentivi 2022-2025 per il settore (il molto pubblicizzato piano “Make in India”), che mirava a far diventare il paese un grande centro industriale, sottraendo tra l’altro investimenti e quote alla Cina. Si parlava in Occidente del paese come dell’anti-Cina o dell’altra Cina. Il programma mirava in particolare ad aumentare il peso dell’industria nell’economia del paese sino al 25% nel 2025. In realtà tale peso, che si collocava intorno al 15,4% nel 2021, era sceso nel 2024 al 14,3% (Asia Financial, 2025). Non sembra un caso che ora l’India stia cercando di riprendere i rapporti economici con la Cina, rapporti che potrebbero ora avere uno sviluppo accelerato dopo i dazi di Trump.
Conclusioni
In un quadro di forte instabilità dell’ordine mondiale, marcato in particolare dalle imprevedibili iniziative di Trump e mentre l’UE si trova in uno stato confusionale, la Cina sembra rappresentare un’oasi di almeno relativa stabilità e affidabilità economica e le si aprono spazi importanti a livello globale, mentre cerca di trasformare la sua economia, sia pure con qualche difficoltà. La sua rilevante crescita economica, i progressi tecnologici e l’attenzione all’ambiente mostrano l’efficacia delle sue politiche. Mentre Trump alza muri e minaccia tutti, la Cina invita a Pechino alla fine di marzo 2025 i rappresentanti delle grandi multinazionali per ribadire la fiducia del paese nella globalizzazione e l’apertura della sua economia. Intanto si assiste apparentemente a un netto miglioramento dei rapporti, oltre che con l’India, con la Corea del Sud e con il Giappone. Dopo la bomba dei dazi altri probabilmente seguiranno. L’Europa si trova intanto a voler combattere su tre fronti contemporaneamente: contro la Russia, contro gli Stati Uniti, contro la Cina. Si tratta di una lotta improba, mentre la sua economia mostra rilevanti segni di cedimento. Ne uscirà presumibilmente ridotta in un angolo buio.
Testi citati nell’articolo
– Asia Financial, India ends manufacturing scheme, focuses on slashing tariffs, www.asiafinancial.com, 21 marzo 2025
– Bradanini A., L’alba di un nuovo equilibrio globale, Fuoricollana, n. 25, 23 gennaio 2025
– Escande Ph., Le printemps de la tech chinoise, Le Monde, 19 marzo 2025
– Langley W., Haohsiang Ko, China is suffering its own “China shock”, www.ft.com, 25 marzo 2025
– Rhoads B., China steps up change on climate change fight as the US turns away, www.scmp.com, 19 marzo 2025
– Sun Chi, China accelerates consumption-driven growth model, www.chinadaily.com, 20 marzo 2025
– Ting-Fang C., Drones, robots and China’s next AI darling, www.nikkeiasia.com, 13 marzo 2025
