L’occasione offerta da un gioco a quiz televisivo, l’Eredità, ha portato alla condanna della RAI a trasmettere in una prossima puntata la dichiarazione che “Gerusalemme non è la capitale di Israele”.
La vicenda giudiziaria trae spunto dalla trasmissione dell’Eredità del 21 maggio 2020 quando, nel corso del quiz sulle capitali, il conduttore Insinna, correggeva la risposta data dalla concorrente che indicava la capitale di Israele in Tel Aviv, con Gerusalemme. Come noto, la Risoluzione n. 181 del 1947 ha ripartito la Palestina in una parte ebraica e in una araba, attribuendo alla città di Gerusalemme uno status giuridico speciale di diritto internazionale, riconosciuto ancor oggi da numerose decisioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Tali risoluzioni non sono mai state applicate da Israele, il cui Parlamento nel 1980 ha approvato una “legge fondamentale” che proclamava unilateralmente “Gerusalemme, unita e indivisa” capitale dello Stato israeliano. Il trasferimento della capitale è stato riconosciuto solo dagli USA durante l’amministrazione Trump, ma sempre condannato dalla comunità internazionale.
Tornando alla Rai, a seguito delle proteste dell’Ambasciata Palestinese, nella successiva trasmissione del 5 giugno, il conduttore leggeva una rettifica dell’azienda aggiungendo che «sulla questione […] esistono posizioni diverse. Alla luce di ciò riteniamo di non dover entrare, noi che non ne abbiamo titolo, in una disputa così delicata, e ci scusiamo per averla involontariamente evocata. E per questo, ai fini del gioco, consideriamo nulla questa domanda. Grazie. Ci tenevamo davvero a fare questa precisazione».
Non ritenendo esaustiva tale rettifica, l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP), ricorreva al Tribunale di Roma, sostenendo che lo status di Gerusalemme non è affatto controverso perché, in base al diritto internazionale a cui il nostro ordinamento deve adeguarsi, è fuori di dubbio che Gerusalemme non possa considerarsi capitale di Israele, chiedendo la condanna della RAI a formulare una ulteriore rettifica. Il Tribunale di Roma, con sentenza del 21 novembre 2024, ha dichiarato che le Risoluzioni dell’ONU impongono degli obblighi giuridici a tutti i suoi stati membri, inclusa l’Italia, che ha aderito nel 1955 alla Carta Istitutiva delle Nazioni Unite, ratificando l’adesione con una legge dello Stato. Lo stesso art. 25 della Carta delle Nazioni Unite, sancisce espressamente che «i Membri delle Nazioni Unite convengono di accettare e di eseguire le decisioni del Consiglio di Sicurezza in conformità del presente Statuto», e dunque le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, oltre che ai diretti destinatari, si impongono a tutti gli Stati membri dell’Organizzazione che sono obbligati a non riconoscere le situazioni di fatto che nascono dalla violazione degli obblighi internazionali. Le Risoluzioni Onu, aggiunge il Tribunale, sono vere e proprie fonti del diritto internazionale consuetudinario direttamente applicabile nel nostro ordinamento, in virtù dell’art. 11 e dell’art. 10, comma 1, della Costituzione, il cosiddetto “trasformatore permanente” del diritto internazionale in fonte dell’ordinamento interno.
In conclusione, sostenere che sula questione “esistono posizioni diverse” e che è oggetto di “una disputa così delicata” equivale a dare una informazione contraria alle norme del nostro ordinamento giuridico e dell’ordinamento internazionale, per il quale è pacifico che Gerusalemme non è la capitale di Israele. Anche la rettifica data dalla RAI nella trasmissione del 5 giugno 2020 non restituisce l’informazione corretta al pubblico ed è oggettivamente falsa. La RAI è stata pertanto condannata a dare atto della scorrettezza delle informazioni fornite nel corso delle prossime trasmissioni dell’Eredita o in programma analogo, dichiarando che «Gerusalemme non è la capitale di Israele e non è riconosciuta come tale dal diritto internazionale».
La vicenda decisa dal Tribunale di Roma non è un caso isolato. Sussistono evidentemente interessi assai rilevanti, ben oltre la portata di un quiz televisivo, che condizionano media e pubblica informazione, che pretendono di legittimare una situazione di fatto integrante una grave violazione del diritto internazionale, finendo per cancellare il popolo palestinese dalla storia e dalla geografia. Neppure è un caso che nella fase cautelare che ha preceduto il giudizio, sia intervenuta a sostegno della RAI l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), che è stata poi estromessa dal processo perché ritenuta priva di un interesse giuridico alla causa. La stessa Enciclopedia Britannica indica Gerusalemme quale capitale di Israele, e numerosi testi scolastici della scuola dell’obbligo propagandano la medesima falsa informazione.
Da notare. La RAI non pare abbia intenzione di mollare la presa, tanto che ha dichiarato di non voler obbedire all’ordine del giudice, perché la sentenza “non è corretta”, e ha proposto immediatamente appello.
