«Sì, è vero. I parlamentari di MHP un paio di giorni fa si sono avvicinati al nostro gruppo e ci hanno stretto la mano, non era mai accaduto prima nella storia dell’Assemblea nazionale e poco dopo il presidente Erdogan ha dichiarato di apprezzare questo gesto perché il Paese è stanco del conflitto, ha bisogno di normalità». Così risponde a una mia domanda Newroz Uysal Aslan, parlamentare del partito DEM. È il 12 ottobre, il giorno prima alcuni media del KRG, il Governo regionale del Kurdistan in Irak, avevano parlato di cenni di distensione da parte del governo di Erdogan nella questione kurda. Newroz Uysal Aslan (che è avvocata e ha fatto parte dello studio Asrin, storico difensore di Öcalan) è in Italia nel quadro della campagna internazionale Libertà per Öcalan, una soluzione politica per la questione kurda e nel dare conferma della quasi incredibile notizia aggiunge: «Tuttavia ci sono anche segnali contrari: nelle città kurde numerosi esponenti del nostro partito sono stati posti in custodia cautelare».
Il partito DEM – Per l’eguaglianza dei popoli e la democrazia, è l’erede del disciolto HDP il cui leader Selahattin Demirtas, in carcere dal 2016, è stato condannato a 42 anni nell’assurdo processo di Kobane. I partiti democratici filo kurdi, una decina dal 1992, hanno una vita media di circa tre anni prima di venire sciolti dalla Corte costituzionale per “terrorismo”. Come il suo predecessore, il DEM riunisce l’elettorato kurdo e turco progressista, le minoranze religiose e etniche e rappresenta le istanze della società civile, come la comunità LGBT e gli ambientalisti. MHP – Partito del movimento nazionalista, è alleato di governo di AKP, il partito del presidente Erdogan. È il braccio politico dei Lupi Grigi, e come tutti i fascismi è nemico dei “diversi”, in particolare kurdi e armeni. Una sua corrente sosteneva di fatto la soluzione finale della questione kurda. Nel 2007 il suo leader Devlet Bahceli invitava a impiccare Ocalan, ed era stato MHP a chiedere e ottenere la chiusura di HDP. La stretta di mano con i parlamentari DEM di per sé è dunque un gesto epocale, come sottolineava Newroz Uysal Aslan, e si è rivelata il preambolo di una (almeno apparente) evoluzione.
Il 22 ottobre Devlet Bahceli, presidente di MHP, invitava Öcalan a prendere la parola in Parlamento dai banchi del gruppo DEM per dichiarare la fine della lotta armata e lo scioglimento del PKK. In cambio al leader kurdo condannato all’ergastolo a vita e in isolamento sarebbe riconosciuto il “diritto alla speranza” come stabilito dalla Convenzione europea per i diritti umani, ovvero la revisione del processo e la concessione di una sorta di libertà vigilata e sarebbero state varate riforme democratiche e economiche. A sostegno di Bhaceli, Erdogan dichiarava che la Repubblica è dei turchi ma è anche la Repubblica dei kurdi.
Il giorno dopo, il 23 ottobre Omer Öcalan, deputato Dem e nipote del leader (fratello di Ayney Öcalan, collaboratrice di questo sito) incontra Abdullah Öcalan nel carcere sull’isola di Imrali. Öcalan è detenuto dal febbraio 1999 e da 43 mesi, in violazione di tutte le norme giuridiche comprese quelle della stessa Turchia, è in totale isolamento: niente visite e neppure lettere e telefonate. A conclusione dell’incontro il leader consegna il suo messaggio: «L’isolamento continua. Se se ne verificano le condizioni, ho il potere tecnico e pratico di spostare la questione dal terreno della violenza e del conflitto al terreno della legalità e della politica».
In quello stesso 23 ottobre Erdogan è a Kazan in occasione del vertice dei BRICS a presidenza russa e si intrattiene in un bilaterale con Putin. La Turchia, membro della NATO, non può entrare formalmente a far parte dei BRICS ma Erdogan mira a una collaborazione sempre più stretta, come ammette in un esercizio di equilibrismo parlando alla TV di stato TRT: «Le crescenti relazioni del nostro Paese con i BRICS non sono e non saranno mai un’alternativa ai nostri impegni attuali». Sempre il 23 ottobre un attentato danneggia la fabbrica di armamenti aerei Tusas nei pressi di Ankara e causa 6 morti e 22 feriti. La fabbrica ha rapporti dì cooperazione con l’italiana Leonardo. Vengono uccisi i due attentatori, subito identificati come combattenti del PKK. Poco dopo l’aviazione compie un devastante raid aereo contro le strutture civili del Rojava (la regione siriana a maggioranza kurda che si auto amministra secondo il confederalismo democratico teorizzato da Öcalan). Sono ancora una volta distrutti impianti idrici, elettrici, energetici, ospedali, panifici, con vittime anche tra i bambini. I bombardamenti sulle strutture civili e gli attacchi con droni alle donne che si sono distinte nella guerra contro l’ISIS e che rivestono ruoli di rilievo nell’Amministrazione autonoma del Nord Est della Siria sono frequenti in quanto Ankara vuole operare una sostituzione etnica ai propri confini e identifica le forze di difesa del Rojava con il PKK.
Il 25 ottobre l’agenzia kurda AFN pubblica la dichiarazione e il video del Comando del Quartier Generale del Centro di difesa del popolo HSM vicina al PKK in cui si rivendica l’attentato e si mostrano gli attentatori in azione a volto scoperto. Per quanto sia impossibile ritenere che l’azione sia motivata dai recentissimi eventi, il comunicato si preoccupa di sottolineare che non si tratta di una risposta negativa al clima di distensione e di evidenziare che i militanti di HSM agiscono animati dallo spirito “apoista”. Abdullah Öcalan è chiamato familiarmente Apo, cioè Zio, e il termine apoismo indica gli ideali della sua leadership. «I nostri compagni Asya Ali e Rojger Helin sono gli eroi di questa azione condotta con grande determinazione, talento creativo e spirito sacrificale apoista» – comunica HSM e precisa che «l’azione è stata pianificata da tempo, non ha nulla a che vedere con l’agenda politica discussa in Turchia nell’ultimo mese» rivendicando il diritto di agire contro una struttura che produce armi che hanno massacrato migliaia di civili in Kurdistan. Condanna gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili del Rojava e di Shengal (l’area Yazidi, in Irak) come una vendetta indegna di un esercito onorevole. HSM fa comprendere di essere aperto a nuove prospettive: «la riflessione del caloroso messaggio del leader Apo al pubblico per la prima volta dopo 4 anni è una situazione positiva per tutte le forze di guerriglia e deve essere presa in considerazione». Infine promette a proposito dei combattenti Asya e Rojger: «Manterremo vivo il loro ricordo coronando di successo la nostra marcia verso “Leader libero e Kurdistan libero”».
Il 30 ottobre, nonostante l’attentato, Bahceli ribadisce le proposte di apertura al dialogo. Erdogan gli esprime il suo sostegno e preannuncia novità positive. In un’intervista, Mazlum Abdi, comandante delle SDF (le Forze di Difesa Siriane del Rojava), parla dell’inizio di un percorso di dialogo con Ankara.
L’opinione pubblica e i politici kurdi sono estremamente cauti. La popolazione è rimasta traumatizzata dall’esito dei negoziati precedenti: il processo di democratizzazione che sembrava avviato nel 2013 era sfociato nel voltafaccia di Erdogan, con una fortissima ripresa delle ostilità contro il PKK e con le devastazioni e stragi compiute dall’esercito nelle città che avevano dato spazio alle espressioni dell’identità e della cultura kurda. Si teme che il presunto nuovo corso – al momento non ci sono passi concreti – sia influenzato dalla pesante crisi economica (88,63% di inflazione su base annua) e che sia motivato dalla necessità di Erdogan di ottenere i voti di DEM, necessari per cambiare la costituzione in modo da potersi candidare ancora il prossimo anno nelle elezioni presidenziali. Lo scetticismo è motivato. Il 4 novembre i co-sindaci di quattro città (in Kurdistan ogni carica spetta a un uomo e a una donna) eletti con il partito DEM vengono rimossi, uno di loro arrestato, e sostituiti da fiduciari governativi.
