Cibo, fraternità e pace: un dialogo fra Carlin Petrini ed Enzo Bianchi

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«Imparare ad ascoltare l’altro, che crediamo diverso da noi, è il primo esercizio per predisporci al dialogo su cui costruire nuove comunità di donne e uomini volenterosi. Ma oggi non ci sono né dialogo né pace. Oggi siamo alla vigilia di una nuova guerra, perché vi sono potenze che ne sono sedotte: sanno che la guerra comporta una rinnovata rincorsa agli armamenti e al tanto denaro che la produzione bellica muove. Pagherete un prezzo altissimo. Non io, che ho 82 anni, e non vivrò abbastanza per vederne i disastri». Il dialogo su tre parole cruciali, Cibo, pace, fraternità, fra Carlin Petrini e padre Enzo Bianchi a Terra Madre, nelle settimane scorse, ha espresso traiettorie di pensiero interessanti.

La prima: il cibo come questione centrale. Mangiare meglio mangiando meno, un ripensamento epocale dello sviluppo economico concepito dalla rivoluzione industriale in poi come inarrestabile. Le risorse della Terra non sono infinite e Petrini invita a prenderne finalmente atto. «Il Mediterraneo è ormai tropicalizzato, la desertificazione avanza nelle aree più povere». Il secondo snodo di un nuovo modello sociale passa attraverso i processi per produrre cibo nel rispetto dell’ambiente e del lavoro. Petrini scava nelle contraddizioni: «Il sistema alimentare inquina molto di più di quello dei trasporti. Il primo provoca il 37 per cento di concentrazione nell’ambiente di anidride carbonica, i trasporti su gomma, ferro, attraverso vie di terra, mare e cielo producono il 17 per cento di CO2». La terza grande contraddizione è la più insopportabile: l’attuale produzione alimentare sarebbe in grado di nutrire 12 miliardi di persone; troppe invece muoiono di fame ogni giorno (osserva il promotore di Terra Madre e di Slow Food). Ne consegue uno spreco osceno di cibo: il 33 per cento della produzione mondiale, pari ad un miliardo e mezzo di tonnellate. Sono cifre in parte conosciute ma, se inanellate insieme, dettano con esattezza i frame di un mosaico sociale ed economico sempre più insensato rispetto ai valori di giustizia e uguaglianza che ci sollecitano il cambiamento. Il cibo, quindi, vale come un buon paradigma per orientare l’economia verso una ragionevole decrescita, che è stata definita felice nel disegno di un mondo di comunità, in cui si rivalutino le diversità come patrimonio comune: il movimento di Terra Madre ne è un bell’esempio.

Analizza ancora Petrini: la grande distribuzione determina la politica dei prezzi, i contadini la subiscono e riescono a coprire i costi di produzione, senza sostegni pubblici non ricaverebbero la loro parte, ma se si imponesse definitivamente il commercio online andrebbe ancora peggio in termini di ricaduta sui contadini. Petrini calcola un ulteriore 20 per cento di risorse economiche sottratte al lavoro della terra. Con queste prospettive per la produzione di cibo: quello di qualità, sempre più di nicchia, seguirebbe un suo percorso per consumatori in grado di spendere, per tutti gli altri la logica del mangiare male (mangiando pure tanto, una parte) sarebbe ancora di più inevitabile. Il cibo spazzatura è davvero il paradigma di un sistema malato: costa meno (il 9 per cento dei salari medi è drenato dalla spesa alimentare) di sessant’anni fa (quando il 32 per cento degli stipendi se ne andava in pasta, frutta, verdura e qualche volta la carne). Ma, per quanto si viva di più, ci si ammala di più di diabete, patologie cardio vascolari, tumori… Gli stili di vita affannosi anche nel consumismo compulsivo di cibo sono il nostro principale problema. Sulle colline appena fuori le città crescono non solo i funghi ma anche i ristoranti e i B&B. Petrini, che è di Bra, ai piedi delle gobbe del Roero e dietro l’angolo delle ricche Langhe, racconta nel suo dialogo con Bianchi di paesini svuotati di abitanti per far posto ai turisti, di chef delle cucine stellate. «Sono scomparse anche le osterie, le botteghe, persino i preti. Non esistono più le comunità che erano il fondamento del dialogo, e anche questo è impoverimento». L’ultima fotografia della città, in questo caso Torino, porta lontano dalle luci scintillanti delle movide, porta in periferia, a un capannone industriale abbandonato in cui verrà ricavato un’immensa paninoteca in stile americano, con i parcheggi intorno e tutto il cibo di un certo tipo che si vorrà consumare al suo interno ascoltando musica assordante. È anche una fotografia delle diversità sociali e culturali fra i tanti meno abbienti, si dice ancora così, e i pochi più abbienti.

Enzo Bianchi sostiene che ci si è fermati alle battaglie per la libertà e l’uguaglianza ispirate dalla Rivoluzione francese, «che credeva anche nella fraternità e nei suoi valori. Sono bastati i successivi primi decenni per scordarsene. La fraternità è l’esercizio più complicato e la conquista più faticosa ma indispensabile per imparare a frequentare la pace, fondata sull’ascolto dell’altro e poi sulla comprensione delle ragioni di ciascuno. Sentirsi fratelli tutti, nelle diversità culturali e non, è davvero un arricchimento comune. Un cibo spirituale che nasce da una lunga semina. Questo è il motivo per cui, qui, parliamo tanto di comunità»

Quale può essere la direzione di approdo? «Un’austera anarchia», secondo Petrini, che ne vede il disegno come uno dei pilastri del cambiamento. Francesco d’Assisi aveva dato regole alla vita monastica, naturalmente austera, dei suoi confratelli. Ma, nell’ispirare l’incrocio fra il cibo povero e sano e il rispetto per gli altri esseri del Creato, la sua lezione di vita era nel segno dei senza potere, in un certo senso di un’austera anarchia. Non c’è dubbio che il Poverello d’Assisi abbia reso fecondo il dialogo di quest’ultimo papa con il vecchio laico che viene da un partitino di pochi in cui era arricchimento del cuore e del cervello sentire parlare un grande vecchio come Vittorio Foa. Il Pdup, partito di unità proletaria che evocava l’utopia dell’uguaglianza sociale, implose nello spirito libertario di una parte dei suoi militanti.

Ho riconosciuto quelle radici nel Petrini politico che, di improvviso, nel dialogo con Enzo Bianchi, dice: «Non comprerò più il vino da quei produttori delle mie colline, tanti, che si affidano a pseudo cooperative fondate sul sistema del caporalato per ridurre al minimo il costo della manodopera. Quei produttori si giustificano sostenendo di aver appaltato ad altri la raccolta dell’uva e di non sapere ciò che avviene sulla loro terra. Indegni. A maggior ragione se poi se ne ricava vino prezioso, come il Barolo venduto a 50 euro a bottiglia». Il caporalato è un fenomeno di sistema da molto, troppo, tempo ed è per questo motivo che non è realmente combattuto dalle istituzioni. Ma nella contraddizione più stridente (quel vino più caro e dalla resa economica maggiore per i produttori che demandano ai loro caporali lo sfruttamento del lavoro) Petrini vede un’occasione di azione civile del compratore: scegliere i prodotti di chi rispetta i lavoratori, “tagliando” l’erba grama, come si dice anche da quelle parti. Il valore che lo ispira è ancora una volta quello della fraternità, ancora più importante per la convivenza, se fa riscoprire quanto cibo e ambiente possono essere, nelle declinazioni tracciate dal dialogo fra il religioso e il laico, il motore della fraternità, contro l’odio, che allontana la guerra.

È utopia? La profezia di padre Bianchi, uomo di pace, lascia intendere che sia così. Pure Petrini sembra sintonizzarsi sul pessimismo della ragione chiudendo il suo contributo al dialogo su cibo, pace, fraternità con un interrogativo appeso alla fine di Dror e Bilal, uccisi sotto gli occhi dei rispettivi figli, da un raid di Hamas il primo, da un colono israeliano il secondo mentre raccoglieva olive nella sua terra. «Mi chiedo – dice Petrini – se quei quattro bambini, crescendo, avranno una buona disposizione per la fraternità. Eppure i loro padri, un anno fa, erano qui a Terra Madre a dialogare fra loro e con noi». La speranza non è sparita nelle parole di questi due miti costruttori di fraternità.

Gli autori

Alberto Gaino

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